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12 marzo 2007
Lettera di Casini
09 marzo 2007
Informazione...
Riguardo al bambino morto al Mayer in questi giorni, quello abortito perché ritenuto malato e che invece era sanissimo, ieri sera al Tg1 è stato appena accennato che Carlo Casini (presidente del Movimento per la Vita) ha fatto aprire un'inchiesta per violazione della legge 194, proprio due parole senza neanche un servizio. Al Tg2 successivo hanno parlato un po' di più della faccenda, tipo 30 secondi, ma di quello che aveva da dire Casini niente.
In compenso subito dopo (al Tg1) c'è stato un bel servizio su un cane e una scimmia che sono diventati amici! Una notiziona di quelle che ci sono tutti i giorni alla fine del Tg2 delle 13, lepri malate, orsi che si perdono, cani maltrattati... con quella bella musica mielosa che strappa il cuore.
A proposito, in Italia c'è una legge che proibisce di distruggere le uova di una specie di rana in via di estinzione. Ma gli embrioni umani non sono così privilegiati.
E ai cattolici tocca difendere la legge 194.
07 marzo 2007
Siamo laici: rifiutiamo l'eugenetica
Vale davvero la pena costruire un mondo in cui la vita viene sacrificata alla ricerca senza limiti?
Sgombriamo il campo dalla devozione, sebbene non sempre si sia migliori quando in nome della libertà si accantona il sacro. Prendiamo il Papa, Benedetto XVI, come fosse un vecchio saggio che ha alle spalle una biblioteca di due millenni e l'unica vera comunità universale vivente, punto e basta. Lasciamo stare la fede, che troppo spesso viene trasformata in uno scudo per non pensare, per mettere la testa sotto la sabbia, per rassegnarsi, per compromettersi con il mondo, accettandolo com'è e facendosi accettare come non si dovrebbe essere (non è questa la lezione del monaco Enzo Bianchi e della sua differenza cristiana?).
Domanda laica: perché questo vecchio saggio insiste sulla questione eugenetica? Perché sostiene impavido, contro ogni consiglio di pacificazione pastorale o di compromesso con i tempi moderni, che «il futuro dell'umanità», e scusate se è poco, se ne sta appeso a quel che avviene nei laboratori della tecnoscienza, nella catena eugenetica della diagnosi prenatale e della fertilizzazione in vitro, dove ormai si pratica la medicina della soppressione, l'eliminazione selettiva del malato genetico come soluzione preveniva e finale?
Non gli converrebbe liberare la ragione e la coscienza dei fedeli, e del più vasto mondo secolarizzato che lo ascolta, offrendo un'intesa sorniona tra la cattolicità cristiana e gli stili di vita prevalenti? Certo che gli converrebbe. Una Chiesa del silenzio, che si chiuda alla realtà del mondo tecnoscientifico e all'abbassamento pauroso della norma morale, sarebbe festeggiata ovunque come compagna di strada di un'umanità liberata da troppi pensieri e da troppe prescrizioni oggi quasi incomprensibili.
Se il Novecento è stato il secolo dell'aborto e del divorzio, pensano in tanti dentro e fuori la Chiesa, passiamoci una pietra sopra: famiglia e riproduzione sono ormai una variante a capriccio del caso e del caos che governa il mondo. Se il XXI secolo si annuncia come il secolo in cui il dubbio diagnostico su una perfetta salute genetica decide al posto della natura della nascita e della morte di embrioni dotati di una struttura cromosomica umana unica e irripetibile, tu sì e tu invece no perché un medico decide della tua idoneità a vivere, perché c'è un catalogo di possibilità e di scelte sottoposto al libero desiderio di una coppia, facciamo finta di niente.
Pazienza se mancano centinaia di milioni di donne in Asia, eliminate con un'applicazione meticolosa dell'amniocentesi nelle politiche di pianificazione familiare; pazienza se l'immagine di noi stessi si rifletterà in uno specchio opaco, in cui vedremo piano piano il costo di una libertà separata dall'uso della ragione umana, per non dire della legge di natura, e per non tirare in ballo la legge divina.
E come complemento essenziale, facciamo della morte una decisione, magari di un comitato etico, formalizzata e prescrittiva e indolore, insomma eutanasica, invece che un fatto carico di significato. Non sarà tanto allegro, né privo di rischi, questo impadronimento totalitario del circuito del nascere e del morire da parte dell'uomo, ma tutto si può aggiustare con le consolazioni della fede privata e della cosiddetta libertà di coscienza, pensano molti cattolici.
Invece il Papa non cede. Non aveva ceduto il suo predecessore, quel pastore universalissimo che non la finiva di viaggiare, testimoniare, evangelizzare, ballare su tutti i teatri del mondo, e non cede il più appartato e mite professore di teologia che ora occupa il soglio di Pietro con il suo diverso stile, con la sua diversa misura delle cose, ma con identica, granitica perseveranza. Non è bastato, dice il Papa, liberarsi di Dio predicandone la morte. Non basta la scristianizzazione.
Il pensiero postmoderno vuole che ci si liberi anche della ragione, dei suoi vincoli logici, del suo rapporto essenziale con la realtà naturale. Per essere libera, la coscienza deve obbedire soltanto al desiderio individuale, dicono i neosecolaristi, e deve separarsi non solo e non tanto dalle tradizioni millenarie, deve scindere il suo legame con la ragione, cioè con il pensiero forte che fa della coscienza un luogo di distinzione fra il bene e il male, affidandosi alla volontà di potenza mascherata da pensiero debole.
Ma Joseph Ratzinger non ci sta. E la sua predicazione si mette in sintonia con dubbi veri, che nella società moderna si fanno largo in mezzo alla sciatteria penosa e all'indifferenza di tanta parte del sistema dell'informazione, in mezzo al faustismo minore di chi impugna la libertà di ricerca scientifica come un nuovo idolo. Così succede che nella laicissima Francia, dove anche le chiese sono proprietà dello stato dai tempi della rivoluzione contro l'antico regime, un medico ugonotto come Didier Sicard, presidente del comitato di bioetica, si mette a parlare contro la deriva eugenetica con le stesse parole usate dal capo della Chiesa cattolica.
E nascono fermenti non moralistici, non antifemminili, non ispirati a una idea oppressiva e di soggezione della vita civile, anche tra i laici. E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull'altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione degli ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i confini di un disegno moralmente impossibile.
02 marzo 2007
Contro la verità «ufficiale»
8 studenti spalancano la porta dell'accademia
Francesco Ognibene (Avvenire - 1/3/2007)
C'è ancora traccia di fame vera di conoscenza tra gli studenti degli atenei italiani: quella fame che non si contenta di nozioni scopo esame, né dello slalom verso il traguardo di una laurea, e neppure di una versione ufficiale delle cose, per quanto autorevole. Lo possiamo chiamare interesse per la realtà "così com'è", guardata negli occhi alzandosi al suo livello con gli strumenti della ragione non ridotta a sistema metrico-decimale. Questa fame, ogni tanto, fa prendere coraggio ai ragazzi e gli fa ritrovare la parola perduta, spingendoli a chiedere qualcosa d'altro a chi sta in cattedra, persino muovendoli a qualche critica se ciò che viene spiegato non convince, non quadra con l'esperienza che ciascuno fa.
A osare tanto sono stati otto studenti di tre facoltà scientifiche di Milano (farmacia, medicina e matematica) che qualche giorno fa, uscendo storditi da un convegno scientifico del loro ateneo sulle cellule embrionali (trattate da alcuni cattedratici intervenuti come materiale biologico sacrificabile per il bene della scienza), non hanno messo la museruola alle obiezioni su quel che avevano appena sentito. E si sono decisi a scrivere una lettera aperta a Elena Cattaneo, la docente protagonista dell'iniziativa accademica, un nome della ricerca in Italia, vicepresidente del Comitato di bioetica e dichiaratamente a favore della sperimentazione sugli embrioni umani. «Il potere e le potenzialità della scienza - hanno scritto - ci appaiono oggi come grandissime evidenze. Ma dentro questa grande avventura di conoscenza, siamo proprio sicuri che il fine giustifichi i mezzi?». E più avanti: «È possibile fare ricerca senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Che cosa è l'embrione? È vita umana?».
Hanno scelto di non tirare a campare per un trenta in più sul libretto infilandosi in tasca queste domande e altre che invece sono lì, sottoposte a tutti - studenti e professori - lungo le due cartelle di una lettera che, debitamente volantinata co n la faccia tosta dei vent'anni, ha fatto il giro dell'università.
Evidentemente non dovevano farlo: quelle domande era inopportuno porle, comunque certo non in quel modo pubblico, non sta bene mettere in piazza i propri dubbi: potevano prendere la parola al convegno - gli hanno suggerito -, dire lì cosa pensavano, nel chiuso dell'aula: poi tutti a casa, e nessuna enfasi a questioni che riguardano chiunque fa ricerca o ambisce un giorno a lavorare per la scienza, e toccano da vicino anche l'opinione pubblica, verso la quale gli scienziati dovrebbero avere una qualche responsabilità.
Invece quegli otto ragazzi - e gli altri duecento che sino a ieri sera avevano sottoscritto la lettera, con non pochi professori - hanno scelto di spalancare la porta e far entrare aria nell'accademia. La destinataria delle domande non ha gradito: e anziché rispondere a chi, disarmato di ogni titolo e potere, le diceva semplicemente «vogliamo essere uomini che non rinunciano a scegliere, usando fino in fondo la propria capacità di giudizio», invece di mostrarsi orgogliosa d'avere forse contribuito a far sbocciare un simile piglio argomentativo, ha dichiarato con tono liquidatorio che «lo scritto degli studenti è così sommario, inaccurato e veicolato con metodi così impropri che non necessita commenti». Non meritano risposta, tornino a chinarsi sui libri che tra poco ci sono gli esami, e lascino perdere. Le domande sull'embrione, carne da laboratorio o vita umana? Le tengano per sé, ne parlino al bar tra di loro, ma ci lascino in pace. La scienza non deve render conto a nessuno, si sappia che lavora per il bene di tutti e dunque non è tenuta a dare spiegazioni pubbliche.
I ragazzi della lettera, è evidente, sono lontani dal considerare qualsiasi dietrofront, e anzi annunciano una più ampia diffusione del testo, a Milano e oltre. È il segnale che sulla frontiera della vita c'è chi ha preso molto sul serio la propria ragione, e la fa lavorare a pieni giri, senza omissioni e timidezze. Stavolta sono gli studenti a far lezione.
01 marzo 2007
Nuove frontiere della scienza...
Sul commercio di embrioni umani un clima di sostanziale resa
Carlo Cardia (Avvenire - 28/2/2007)
Un clima di assuefazione, e di sostanziale resa a nuovi poteri, si va estendendo attorno ai temi della genetica, con il superamento di confini soltanto ieri impensabile. Dalla Gran Bretagna giunge notizia che la possibilità di alienare ovuli dietro contropartita in denaro è vicina a realizzarsi. E giunge notizia di un disegno di legge che autorizzerebbe la manipolazione genetica degli embrioni umani, per il momento a fini di sperimentazione, più avanti a scopi riproduttivi. Ciò che colpisce, diciamo pure sconvolge, non è soltanto la gravità delle prospettive che si aprono con l'abbattimento di questi confini, ma il silenzio con il quale le notizie sono accolte in parte della comunità scientifica, in tanti ambienti culturali, a cominciare dai nostri. Stanno venendo meno le ultime barriere sulle quali pure tutti sembravano d'accordo sin dall'inizio delle discussioni in materia di bioetica: il rifiuto del profitto nelle disponibilità genetiche, la condanna di principio della manipolazione su embrioni umani per migliorare la specie. Soltanto qualche anno addietro un autore di bioetica come Jean-Yves Goffi rimproverava agli antirelativisti di difendere ad oltranza determinati principi per paura della "china fatale". La china fatale consisterebbe nel fatto che, accettando alcuni compromessi, inevitabilmente si giungerebbe poi ad abusi spaventosi da evitare comunque. Dalle unioni civili si passerebbe al matrimonio e alla adozione per coppie omosessuali. Dall'eutanasia moderata si passerebbe al suicidio assistito. Dalla fecondazione artificiale si passerebbe alla manipolazione degli embrioni. Goffi negava che si sarebbe giunti a tanto. Oggi egli si trova nella scomoda posizione di chi è smentito clamorosamente dai fatti in tempo quasi reale: in pochi anni, in alcuni paesi, si è percorsa tutta la china fatale che era possibile percorrere; oggi si superano quelle colonne d'ercole che si ritenevano insuperabili. Ma in una condizione preoccupante e grave ci troviamo tutti noi, si trovano le società occidentali che assistono inerti ad un declino etico che non si arresta più. La logica del profitto, oggi per qualche centinaia di euro domani per molto di più, riduce la persona nella sua individualità più intima a merce e apre le porte a nuove forme, solo velate, di servitù degli esseri umani, della donna in particolare. La manipolazione degli embrioni, pur formalmente inibita dalla normativa europea, sarà applicata prima per qualche lieve ritocco, il colore dei capelli o degli occhi di cui parla la letteratura specializzata. Poi, come già ha annunciato dalla stampa, per avere un figlio sempre più sano, forte, intelligente. Con un senso di superiorità verso gli altri, verso coloro che sono soltanto esseri normali, con le loro debolezze e i loro limiti. Chi non è neanche normale verrà emarginato e rifiutato. Quasi la prefigurazione di una selezione della specie per i più ricchi, e per i più cinici. Nel frattempo, la coscienza si assopisce, si stemperano i valori che la ispirano e la arricchiscono, si accetta tutto ciò che la tecnica realizza giorno dopo giorno, si perde il senso di sé e della preziosità della vita. È la fine non soltanto delle concezioni religiose e trascendenti, ma di quell'umanesimo che pure ha animato e sorretto tante cose buone della modernità. Sta qui, forse, il problema vero della nostra epoca. Nell'accettare la realtà materiale e i suoi sviluppi come padrona nostra e della nostra coscienza. E nell'ascoltare quasi indifferenti le voci che si richiamano ai valori più alti, come fossero voci tra le altre voci, senza che esista più un metro di giudizio, un criterio di valutazione, una vera possibilità di scelta. C'è, invece, un'alternativa capace di smuovere il clima d'inerzia nel quale siamo immersi e di suscitare l'impegno di uomini e donne. È quella, come altre volte nella storia, di tornare a mettere al centro delle scelte culturali, di quelle legislative, la persona nella sua unicità e irripetibilità e di sostenere l a vita in tutte le sue manifestazioni come qualcosa di prezioso e di insostituibile. Si tratta di una alternativa che supera la contingenza e la quotidianità ma chiama in causa la religione, la cultura, la politica, perché riguarda tutti e investe il futuro della modernità.
28 febbraio 2007
La battaglia della vita
Se quel tentativo passa nell’indifferenza o nell’inconsapevolezza generale, rubricato sotto il confortante titolo di “progresso scientifico che si autogiustifica in nome della felicità e della salute per tutti”, questo Papa ritiene invece sia suo preciso compito smascherarlo per quello che è. Lo va facendo da tempo, in ogni possibile occasione pubblica. Dei suoi appelli c’è chi si lamenta, come se quel battere reiterato su certi tasti (famiglia, origine, fine e manipolazione della vita, eugenetica) significasse scarsità di altri argomenti. Ma i punti richiamati dal Papa appaiono, a chi ha occhi per vedere, decisivi per il presente e il futuro degli esseri umani. Anche sabato, rivolgendosi ai congressisti chiamati da ogni parte del mondo e dalla Pontificia Accademia Pro Vita a discutere di obiezione di coscienza, il Papa ha ricordato che il diritto alla vita, “fondamentale in ordine agli altri diritti umani”, va difeso contando “su motivazioni che hanno profonde radici nella legge naturale e che possono quindi essere condivise da ogni persona di retta coscienza”.
Non ha paura, il Pontefice, di chiamare a raccolta credenti e non credenti. I suoi argomenti volano alto e non lasciano spazio a piccine dietrologie politicanti. La trincea della difesa dell’umano, al centro della sua azione pastorale, non riguarda solo chi ha fede ma anche, come dice con espressione faticosa ma efficace il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tutti coloro che sanno cos’è l’“adeguata autocomprensione etica” del genere umano. Tutti coloro che, cioè, sanno riconoscere l’umano dove si manifesta. Operazione sempre più difficile, perché, dice Ratzinger, “nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità, ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione”. Il Papa dice che “gli attacchi al diritto alla vita in tutto il mondo si sono estesi e moltiplicati, assumendo anche nuove forme”. Non ci sono solo l’aborto (anche nella variante del “ricorso alla liberalizzazione delle nuove forme di aborto chimico sotto il pretesto della salute riproduttiva”), le “politiche del controllo demografico”, la promozione di “leggi per legalizzare l’eutanasia” e le “spinte per la legalizzazione di convivenze alternative al matrimonio e chiuse alla procreazione naturale”. L’attacco all’umano oggi assume anche la forma della “ricerca biotecnologica più raffinata, per instaurare sottili ed estese metodiche di eugenismo fino alla ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’, con la diffusione della procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi tendenti ad assicurarne la selezione. Una nuova ondata di eugenetica discriminatoria trova consensi in nome del presunto benessere degli individui”.
Londra supera ogni confine alla ricerca del “golden embryo”. “E’ la via degli abusi genetici”
Roma. “Riusciranno gli illuminati Bellerofonti a prevalere sulle loro chimere?”, chiedeva qualche anno fa il biologo americano Ward Kischer, guardando alle ultime conquiste della frontiera inglese. La Gran Bretagna è il primo paese europeo ad aver introdutto l’aborto legale, in cui è nata la prima bambina fecondata in vitro e dove la sperimentazione umana progredisce a ritmo faustiano. Patria del pragmatismo scientista che ha dato i natali a Bacone, Galton, Darwin, Malthus e alla dinastia Huxley, l’Inghilterra ha ospitato i primi casi di inseminazione artificiale addirittura negli anni Trenta, seppure clandestinamente. E dal 1973 il servizio di fecondazione artificiale è rimborsato dal governo.
Il governo Blair, assicurano per motivi opposti fautori e detrattori della manipolazione embrionale, accoglierà anche l’ultima iniziativa che giunge dai castelli della genetica anglosassone. Ieri il Daily Telegraph rivelava che sarà forse possibile intervenire su un figlio appena concepito, “migliorandone intelligenza e aspetto”. L’Inghilterra diverrebbe il primo paese al mondo a consentire il “perfezionamento” degli embrioni umani. Ricordiamo che non ha mai aderito al Protocollo del Consiglio d’Europa contro la clonazione e nel 2002 la Camera dei Lord diede via libera alla clonazione, altro primato. “Dicono che la manipolazione avverrà solo per ricerca”, spiega Josephine Quintavalle, direttrice del Comment on reproductive ethics, organo da sempre in lotta contro la ricerca sugli embrioni. “Ma qui tutto è iniziato con questa promessa, è il primo passo per usare la tecnica nella fecondazione. E’ molto probabile che il governo accetti anche questo passaggio, com’è successo con gli ibridi. Entro marzo avremo la nuova bozza di legge sulla riproduzione artificiale. Ci sono state 25 proposte di cambiamento di norme. Una di queste intende eliminare la considerazione che il bambino ha bisogno di un padre”. Non è sorpresa Helen Watt, direttrice del Linacre center for healthcare ethics. “Siamo avviati sulla strada degli abusi genetici contro l’embrione, materiale da laboratorio. Il governo Blair è da sempre a favore della ricerca che crea e distrugge l’embrione umano. Non si rende conto della posta in gioco”.
Scalzata dalle tigri asiatiche, l’Inghilterra nel 2006 è tornata a essere leader nell’avventurismo genetico. La Human fertilisation and embryology authority, massimo organo bioetico, ha dato il via libera alla prima banca dello sperma “specializzata” nell’inseminazione di coppie lesbiche, alla selezione embrionale per portatori del gene del cancro al colon e di quella degli embrioni femmina che un giorno potrebbero sviluppare un particolare tipo di cancro al seno. E’ stata poi la volta della diagnosi preimpianto, degli ibridi umano-animali, dell’embrione nato da materiale genetico da madri differenti, della selezione sessuale dei figli e del pagamento di 375 sterline per donazione di ovociti. “Giocano con la genetica umana, aspettiamoci un disastro dietro l’altro”, conclude Quintavalle. “Tutti i cowboy genetici ci citano come esempio di illuminismo”. “Padre” scientifico di Louise Brown, nel 1999 Bob Edwards annunciò che “presto sarà peccato per i genitori avere un figlio portatore dei tetri fardelli delle malattie genetiche”. Venticinque anni fa, forte della fama di benefattore delle coppie infertili, si era spinto anche a profetizzare che “dedicarsi alla fecondazione in vitro senza prevenire la nascita di bambini minorati è indifendibile”.
16 febbraio 2007
La grande occasione laica
Invece per i laici, non i soloni dell’anticlericalismo ottocentesco, parliamo di quelli moderni che criticano la cultura moderna proprio in nome della virtù del dubbio e della nozione di pluralismo, si apre una grande occasione: battersi finalmente, e a testa alta, per una vera libertà, la libertà di chi è diverso da te, di chi parte da un’altra prospettiva e ha qualcosa da dire che ti interroga, la libertà dei vescovi nella loro intransigente posizione etica e culturale, antropologica e morale, sulla questione della famiglia. Il quotidiano vaticano ha castigato, difendendo questa libertà, gli intellettuali cattolici firmatari della supplica da noi pubblicata ieri, con una replica di parte laica e cattolica. La sede petrina non intende ritirarsi all’ombra di una iperclericale concezione veteroconcordataria, con i vescovi che si “occupano di Dio”, come chiede il ministro cattolico democratico della Famiglia, Rosy Bindi, e la lobby parlamentare postdemocristiana, di sinistra, che negozia in nome della sua interpretazione del pensiero religioso compromessi abborracciati con le forze laiche della maggioranza ulivista e del Partito democratico. Senza nemmeno volerlo, quasi costretta dall’aria del tempo, la chiesa occupa a parti rovesciate una posizione laica, liberale e perfino libertaria, come quando i radicali volevano mettere in galera i vescovi che predicavano l’astensione nella drammatica questione referendaria del sacrificio dell’embrione umano sull’altare della cultura desiderante e del bimbo bello e sano. E’ un fatto culturale di grande e felice novità, nello spento teatro delle idee in Europa, che ci sia un paese in cui, come accade da sempre nel modello americano di libertà religiosa, una bimillenaria istituzione si batte per far valere le sue idee nella società e nella politica civile, allargando il campo del dissenso, delle posizioni e delle culture di minoranza, e mettendo in discussione laicamente le premesse ideologiche del nostro stile di vita e della nostra identità di abitatori dell’occidente cristiano e di questo tempo. Comunque la pensi nel merito della questione famiglia, un laico non può che gioire di questo arricchimento, che mette in pericolo soltanto il conformismo del pensiero dominante e il già detto, già saputo, cioè l’ideologia di cui si nutre la vita quotidiana delle persone nell’epoca in cui i matrimoni durano in media quattro anni e la scelta sempre più rara della procreazione è affidata all’amniocentesi e all’aborto selettivo.
13 febbraio 2007
"In Portogallo si conserverà sempre il dogma della Fede..."
| La non rivoluzione dei garofani | ||||
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| E’ scandaloso: per la seconda volta (la prima fu nel 1998) il Portogallo ha mostrato di non sentire affatto l’urgenza di modernità, l’ansia di avvicinarsi alla Spagna, o persino all’Italia. E’ scandaloso, nessun quorum è stato raggiunto per modificare la legge sull’aborto (che non lo vieta, ma prevede l’interruzione di gravidanza nelle prime dodici settimane in caso di rischio per la vita o la salute mentale della madre, fino a sedici se la gravidanza è stata causata da una violenza, e fino alla ventiquattresima in caso di malformazioni del feto), e il quaranta per cento di coloro che sono andati a votare si sono espressi per il no. Hanno detto, insomma, che la legge funziona bene così. Nonostante la campagna referendaria sia stata potente e guidata dal premier in persona, e nonostante il ceto politico abbia evidentemente una gran voglia di non sentirsi più in clamoroso ritardo rispetto alla storia. Mentre l’Europa s’interroga mollemente sui limiti della scienza, su un’eugenetica accettabile e gentile e su magnifiche possibilità ancora inesplorate di manipolazione, il Portogallo ride in faccia anche al proprio primo ministro e sceglie il super eccezionalismo. Preferisce restare fuori moda: certamente avrà presto l’annunciata riforma libertaria dell’aborto, per via legislativa, ma ha appena dimostrato, con un gesto enorme che non potrà mai passare per indifferentismo etico, di non avvertire alcun passionale bisogno di inseguire il resto del mondo, e soprattutto di non considerare l’interruzione di gravidanza una conquista. (13/02/2007) | ||||
Nota: "In Portogallo si conserverà sempre il dogma della Fede..." è una frase del Messaggio di Fatima.
06 febbraio 2007
Sugli sproloqui di Pippo Baudo
| Andrea's version (Il Foglio) |
Onu: proteggiamo i disabili, ma è meglio se non nascono
Ora, la "precoce identificazione" e gli "appropriati interventi" per prevenire future disabilità si concretizzano, ad oggi, principalmente in un intervento solo, e cioè nell'aborto dei nascituri al più presto individuati "imperfetti" con le tecniche diagnostiche prenatali. È tragico, commenta l'Osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, monsignor Celestino Migliore, che la stessa convenzione creata per difendere i disabili possa essere usata per negare a queste persone il diritto di venire al mondo. Di più: la ratifica del documento da parte di quegli Stati che ancora non ammettono l'aborto potrebbe introdurre nelle loro legislazioni le premesse perché la facoltà di abortire sia concessa a disabili e portatori di malattie ereditarie, in una opzione preferenziale che odora pesantemente di eugenetica.
La Convenzione, che pure all'articolo 10 proclama il diritto alla vita di "ogni essere umano", contiene dunque fra i suoi commi, quasi sottovoce, la premurosa assicurazione che debbano essere garantiti quella precoce individuazione dell'handicap e quegli appropriati interventi, che nella grande maggioranza dei casi sopprimono, oltre ai problemi del futuro malato, il malato stesso.
Oltre ai molti lodevoli princìpi circa l'educazione e l'aiuto alle famiglie - che pure il Vaticano condivide - emerge dunque al fondo questa solidarietà ambigua, e il pensiero, non esplicitamente affermato ma sotteso, che certi uomini è meglio non farli nascere per niente. Raggelante messaggio sotto la prosa molto corretta e molto solidale delle Nazioni Unite: aiutiamoli, proteggiamoli, educhiamoli, ma - finché si è in tempo - cerchiamo di eliminarli.
E sarà anche, come dice l'ex Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, questa Convenzione "l'alba di una nuova era per i disabili". Tutto sta a vedere quale era, e per quanti. È molto probabile che la maggioranza degli Stati membri adotti entusiasticamente un testo pieno di buone intenzioni, senza far caso a quei piccoli commi secondari. La Chiesa no, non firma, messa in allerta da quell'opportunità apparentemente generosa di "interventi adeguati", di "individuazione precoce" che con garbo suggeriscono di risolvere alla radice il problema delle vite "diverse". Cosa che, a chiamarla col suo nome, è eugenetica. Se per la Convenzione che segna una "nuova era" il primo diritto degli uomini intaccati nel grembo materno da un "difetto" è il non venire al mondo, forse molti di loro penseranno che devono la loro vita, dolorosa ma cui non rinuncerebbero, al fatto di essere nati prima di questa nuova luminosa alba di progresso.
24 gennaio 2007
23 gennaio 2007
Così lo Stato punisce chi fa i figli
Premessa
I figli sono la ricchezza di una Nazione. Quando in un Paese subentra il calo demografico, in esso comincia la crisi, non solo del sistema e dei valori, ma anche la crisi economica. In Italia si è scesi ad una media di circa 0,8 figli per coppia, mentre ne occorrerebbero almeno 3, dicono gli esperti, per mantenere stabile una civiltà. Questo sta comportando un pesante invecchiamento della popolazione, con relativo gigantesco aumento della spesa per sanità e pensioni. A fronte di questo, il forte calo delle nascite, e quindi del numero di bambini e di giovani, ha fatto precipitare i consumi nei settori a loro legati, con conseguente crisi di aziende e di industrie, crisi che si riverbera a sua volta in un effetto a catena. Tutti i cittadini, anche quelli che figli non ne fanno, stanno subendo il peso di questa situazione, perché le trattenute in busta paga, sempre più elevate, non sono più sufficienti per mantenere in
piedi quel grande cronicario che è ormai l'Italia priva della propria gioventù.
Altre civiltà stanno subentrando al posto della nostra, e certamente fanno più figli di noi. Questo dà l'illusione che certi indici demografici rimangano invariati. In realtà stiamo assistendo alla graduale autoeliminazione di un popolo, non a causa di un'epidemia o di una guerra, ma a causa di quella che i
demografi stanno da anni ormai chiamando "la peste bianca": il rapido calo delle nascite che pone fine alla parabola di una civiltà millenaria ricca di valori e di tradizioni. Dinanzi a questo tragico avvenimento, lo Stato, in Italia, continua a scegliere, in modo miope e superficiale, una politica economica che anziché incoraggiare la famiglia che fa figli, la penalizza pesantemente. Ne vediamo di seguito alcuni esempi.
Le trattenute Irpef
Per l'attuale sistema di tassazione, la famiglia non esiste. Un single che guadagna 40.000 euro l'anno viene tassato allo stesso modo di un capofamiglia con 2, 4, 6 od 8 figli. Nessun ministro dell'economia ha mai pensato di applicare la forma di tassazione più equa ed intelligente: quella pro-capite. Una famiglia di 6 persone ove entrano, per esempio, 50.000 euro l'anno, ha in
realtà un reddito pro-capite di 8.333 euro l'anno, che andrebbe tassato come tale. Invece gli scaglioni irpef sono applicati per reddito complessivo, e non per reddito pro-capite. Le cosiddette "detrazioni per familiari a carico" non fanno che restituire una minuscola parte di quello che viene ingiustamente pagato di tasse. Inoltre il recente passaggio da "deduzioni" a "detrazioni" fa
aumentare le trattenute degli enti locali, che incidono sull'impoverimento economico della famiglia.
Gli assegni di famiglia
Gli assegni di famiglia rientrano in una logica assistenzialista, quasi come se lo Stato dicesse: hai commesso l'errore di fare figli, comportandoti un po' da irresponsabile con i tempi che corrono, tuttavia sono misericordioso, e utilizzo un po' dei miei fondi per aiutarti. In realtà è la famiglia numerosa ad arrecare benefici allo Stato, non solo perché immette nuova mano d'opera giovane e lo fa allevandola a sue spese, ma anche perché questi figli, coi loro
consumi, contribuiscono sia a far girare l'economia, sia a rimpinguare le casse dello Stato col pagare il 20 per cento di Iva su ogni prodotto acquistato, dalle merende ai quaderni, dai giocattoli agli indumenti. E comunque tali assegni di famiglia vengono tolti se uno dei coniugi commette il delitto di diventare libero professionista, oppure vengono decurtati se uno dei figli si è
permesso di compiere i 18 anni: in quest'ultimo caso il figlio scompare letteralmente dalla dicitura relativa al nucleo, come se fosse andato a vivere altrove con una sua casa ed un suo stipendio; in realtà sta frequentando il penultimo anno di scuola secondaria superiore ed ha ancora davanti tutta l'università.
L'Ici
L'Ici è pagata in base al valore catastale di una casa. Questo valore è tanto più alto quanto maggiore è il numero dei metri quadri o dei vani. Al legislatore non interessa nulla che il numero dei vani in molti casi sale col numero dei figli che abita in quella casa. Moltissimi genitori affrontano grandi sacrifici economici per offrire alla propria famiglia un alloggio idoneo alle necessità dei suoi componenti, e lo Stato non solo non offre alcun particolare sostegno in questa direzione, ma si ostina a tassare i metri quadri
per i figli allo stesso modo di quelli di una reggia ove un single, magari ricco, vive da solo. Eppure la legge esige certi criteri minimi di abitabilità: numero idoneo di bagni o di camere a seconda dei componenti del nucleo, ecc. I genitori che non si adeguano rischiano sanzioni e, in certi casi, perfino il sequestro dei figli da parte dei servizi sociali, ma il primo servizio sociale è aiutare, o almeno non sovratassare, la famiglia con figli.
La Luce
L'art. 3 della nostra Costituzione sancisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ma vi è un popolo, quello dei bambini, quello dei nostri figli, cui lo Stato impone di pagare l'energia a prezzi molto più alti rispetto a quelli degli altri cittadini. Il consumo di elettricità viene infatti addebitato, nelle bollette, per fasce progressive di consumo, che avrebbero lo scopo di penalizzare i più sciuponi: più consumi, più i kilowatt sono salati.
Ma allo Stato non interessa nulla se il maggior consumo di kilowatt derivi per caso da un maggior numero di componenti nel nucleo, come succede in presenza di figli. Questi, singolarmente presi, possono essere i più educati del mondo nel risparmio energetico; ma lo Stato, per il solo fatto che esistono, li penalizza in modo pesante. In prima fascia un kilowatt costa circa 10 centesimi, ed è
questo il prezzo cui lo paga un single. Ma i nostri bambini, pur non avendo reddito, arrivano a pagarlo il doppio o anche il triplo. Quale famiglia numerosa, infatti, riuscirebbe a non scivolare in seconda, terza, o quarta fascia? Ad aggravare questo meccanismo interviene ancora lo Stato, aggiungendo imposte erariali, imposte addizionali, poi l'IVA del 10 per cento sui consumi (che aumenta ulteriormente il peso delle fasce), e perfino l'IVA ...sulla stessa imposta erariale!
Il Gas
Ultimamente il costo del gas al metro cubo è salito più del 20-30 per cento. Non soddisfatto di questo lo Stato vi applica un'imposta Iva doppia rispetto a quella della Luce: il 20 per cento. Un quinto di tasse è tanto, ma in realtà se ne paga di più a causa di una speciale "imposta di consumo", che in seconda fascia aumenta del 318 per cento. Le più penalizzate sono, come risulta evidente, le famiglie numerose. La cosa più curiosa è che ...anche su
quest'imposta si paga l'Iva! Ricordo per inciso che una Sentenza della Corte di Cassazione del 29 aprile '97 ha dichiarato che un prelievo fiscale non può costituire base imponibile per un nuovo prelievo di analoga natura, il che vuol dire che l'Iva sulle imposte è illegittima (e questo vale sia per la luce sia per il gas).
L'acqua potabile
La tariffa a metro cubo dell'acqua per le attività zootecniche costa il 25% in meno della tariffa sociale applicata sulle bollette alle famiglie. Le mucche hanno lo sconto, i bambini no. Non solo, ma mentre le mucche possono goderne quantità illimitata, le famiglie non devono superare i 108 metri cubi al mese, poco più che qualche doccia. Altrimenti il prezzo sale.
L'assistenza sanitaria
I ticket sulle prestazioni sanitarie, come si sa, sono sempre più cari. Anche in questo caso, l'eventuale esenzione non è concessa in base al reddito pro-capite, ma semplicemente per l'età o il reddito complessivo. Per esempio un uomo di 65 anni, single, che guadagna 36.000 euro è esente dal ticket, a differenza dei membri di una famiglia di 6 persone in cui il reddito pro-capite è di 6.000 od anche 3.000 euro.
I farmaci generici
Vi è una categoria di farmaci, quelli cosiddetti generici, che come sappiamo costano molto meno perché pur utilizzando gli stessi principi attivi dei farmaci originali, si avvantaggiano del fatto che non sono più sotto brevetto.
Ebbene, da questo vantaggio sono esclusi ...i bambini! I farmaci generici ad uso pediatrico, in Italia non esistono!
Il bollo auto
Più un'auto è di grossa cilindrata, e più, si sa, aumenta il costo del bollo. Ma allo Stato non interessa nulla se una famiglia numerosa è costretta per necessità a comprare una vettura a 7 o 9 posti. Usata o malandata che sia, questa famiglia deve pagare come se stesse facendo sfoggio di chissà qualericchezza. Nell'ultima finanziaria, inoltre, le vetture che superano i 100 Kw vanno incontro ad un aumento del bollo pari al 50 per cento. Inutile osservare che in questa categoria cadono, indistintamente, anche le vetture per famiglie numerose.
L'Isee
Un numero sempre crescente di agevolazioni (borse di studio, contributi libri di testo, rette...) fa riferimento all'Isee, l'indice di ricchezza di una famiglia. Premesso che nel calcolo dell'Isee rientra anche il reddito della prima casa (che inevitabilmente sale col numero di metri quadri da offrire ai figli), la più palese ingiustizia è che, nei calcoli, ogni figlio non è conteggiato pari a 1, ma pari a 0,35! Il che significa che se il papà o la mamma cercano di guadagnare di più per far fronte a tutte le spese di una famiglia numerosa, anche l'Isee sale di conseguenza.
Conclusione
Da questa breve panoramica emerge quanto sia in realtà messo sotto i piedi l'art. 31 della Costituzione: "La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose". In realtà non solo lo Stato non agevola la famiglia numerosa, ma anzi le chiede di più, sebbene essa, per un motivo o per l'altro, sia il suo maggiore contribuente. Purtroppo
prevale una concezione privatistica dei figli, come se questi non fossero un patrimonio per tutta la società e per il nostro futuro. Paradossalmente sono più agevolate le coppie di fatto o le finte separazioni: nessun cumulo dei redditi, precedenze nelle iscrizioni presso asili, precedenze per la casa, per i servizi pubblici, assegni familiari superiori in quanto basati su falsi monoreddito, ecc. Le famiglie numerose, principale forza di una nazione, erano in Italia 2 milioni negli anni '60. Nel censimento del 2001 sono precipitate a
sole 300 mila. Nelle stime Istat del 2005 le famiglie con almeno 4 figli si sono ridotte a 185 mila. Se continueremo a punirci così, presto non ce ne saranno più. L'Associazione Nazionale Famiglie Numerose (www.famiglienumerose.it) ha pertanto lanciato una campagna di sfida ai nostri politici: Un Figlio Un Voto. Se ciascun capofamiglia potesse godere di un voto per ognuno dei suoi figli minori (attualmente privi d'ogni potere d rappresentanza), chi vincerebbe alle prossime elezioni? Forse può sembrare
un'utopia, eppure i bambini sono titolari di diritti come tutti. Sarebbe la più grande svolta democratica dopo il voto alle donne.
22 gennaio 2007
Bandiera europea
La bandiera dell'Unione ispirata alla corona della Vergine
(Vittorio Messori, Corriere della Sera, 14/7/2003)
La bandiera europea è azzurra con dodici stelle disposte a cerchio. Ebbene: sia i colori, che i simboli, che la loro disposizione in tondo, vengono direttamente dalla devozione mariana, sono un segno esplicito di omaggio alla Vergine.
Che sia una di quelle ironiche "astuzie della Storia" di cui parlava Hegel?
Di certo, il caso è curioso. In effetti, giovedì 10 luglio, a Bruxelles, con solenne cerimonia è stata presentata la bozza definitiva della Costituzione d'Europa. E' quella nel cui preambolo non si è fatto il nome del Cristianesimo, provocando le ben note polemiche e la protesta della Santa Sede. Ma questa stessa Costituzione, nel definire i propri simboli, ribadisce solennemente che la bandiera europea è azzurra con dodici stelle disposte a cerchio. Ebbene: sia i colori, che i simboli, che la loro disposizione in tondo, vengono direttamente dalla devozione mariana, sono un segno esplicito di omaggio alla Vergine. Le stelle, in effetti, sono quelle dell'Apocalisse al dodicesimo capitolo: "Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle". Quella Donna misteriosa, per la tradizione cristiana, è la madre di Gesù. Anche i colori derivano da quel culto: l'azzurro del cielo e il bianco della purezza verginale. Nel disegno originario, infatti, le stelle erano d'argento e solo in seguito hanno preso il colore dell'oro. Insomma: anche se ben pochi lo sanno, la bandiera che sventola su tutti gli edifici pubblici dell'Unione (e il cerchio di stelle che sovrasta l'iniziale dello Stato sulle targhe di ogni automobile europea) sono l'invenzione di un pittore che si ispirò alla sua fervente devozione mariana.
E' una storia di cui circolano versioni diverse, ma che abbiamo ricostruito con esattezza già nel 1995, in un'inchiesta per il mensile di Famiglia cristiana , Jesus . La vicenda, dunque, inizia nel 1949 quando, a Strasburgo, fu istituito un primo "Consiglio d'Europa", un organismo poco più che simbolico e privo di poteri politici effettivi, incaricato di "porre le basi per un'auspicata federazione del Continente". L'anno dopo, anche per giustificare con qualche iniziativa la sua esistenza, quel Consiglio bandì un concorso d'idee, aperto a tutti gli artisti europei, per una bandiera comune. Alla gara partecipò pure Arsène Heitz, un allora giovane e poco noto designer che al tempo della nostra inchiesta era ancora vivo e lucido, pur se ultra novantenne. Heitz, come moltissimi cattolici, portava al collo la cosiddetta "Medaglia Miracolosa", coniata in seguito alle visioni, nel 1830, a Parigi, di santa Catherine Labouré. Questa religiosa rivelò di avere avuto incarico dalla Madonna stessa di far coniare e di diffondere una medaglia dove campeggiassero le dodici stelle dell'Apocalisse e l'invocazione: "Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te". La devozione si diffuse a tal punto nell'intero mondo cattolico da fare di quella "Medaglia Miracolosa" uno degli oggetti più diffusi, con molte centinaia di milioni di esemplari. Ne aveva al collo una di latta e legata con uno spago anche santa Bernadette Soubirous quando, l'11 febbraio del 1858, ebbe la prima apparizione della Signora, che apparve vestita proprio di bianco e di azzurro.
Ebbene, Arsène Heitz non era soltanto uno degli innumerevoli cattolici ad avere su di sé quella Medaglia nata da un'apparizione, ma nutriva una speciale venerazione per l'Immacolata. Dunque, pensò di costruire il suo disegno con le stelle disposte in circolo, come nella Medaglia, su uno sfondo di azzurro mariano. Il bozzetto, con sua sorpresa, vinse il concorso, la cui commissione giudicatrice era presieduta da un belga di religione ebraica, responsabile dell'ufficio stampa del Consiglio, Paul M. G. Lévy, che non conosceva le origini del simbolo, ma fu probabilmente colpito positivamente dai colori. In effetti, l'azzurro e il bianco (le stelle, lo dicevamo, non erano gialle ma bianche nel bozzetto originale) erano i colori della bandiera del neonato Stato d'Israele. Quel vessillo sventolò la prima volta nel 1891, a Boston, sulla sede della "Società Educativa Israelitica" e si ispirava allo scialle a strisce usato dagli ebrei per la preghiera. Nel 1897, alla Conferenza di Basilea, fu adottato come simbolo dell'Organizzazione Sionista Mondiale, divenendo poi nel 1948 la bandiera della repubblica di Israele. In una prospettiva di fede è felicemente simbolica questa unione di richiami cristiani ed ebraici: la donna di Nazareth, in effetti, è la "Figlia di Sion" per eccellenza, è il legame tra Antico e Nuovo Testamento, è colei nel cui corpo si realizza l'attesa messianica. Anche il numero delle stelle sembra collegare strettamente le due fedi: dodici sono i figli di Giacobbe e le tribù di Israele e dodici gli apostoli di Gesù. Dunque, il giudeo-cristianesimo che ha costruito il Continente unito in uno stendardo.
Sta di fatto che alcuni anni dopo la conclusione del concorso d'idee, nel 1955, il bozzetto di Heitz fu adottato ufficialmente come bandiera della nuova Europa. Tra l'altro, a conferma dell'ispirazione biblica e al contempo devozionale del simbolo, il pittore riuscì a far passare una sua tesi, che fu fatta propria dal Consiglio d'Europa. Ci furono critiche, infatti, visto che gli Stati membri erano all'epoca soltanto sei: perché, allora, dodici stelle? La nuova bandiera non doveva rifarsi al sistema della Old Glory, lo stendardo degli Usa, dove ad ogni Stato federato corrisponde una stella?
Arsène Heitz riuscì a convincere i responsabili del Consiglio: pur non rivelando la fonte religiosa della sua ispirazione per non creare contrasti, sostenne che il dodici era, per la sapienza antica, "un simbolo di pienezza" e non doveva essere mutato neanche se i membri avessero superato quel numero. Come difatti avvenne e come ora è stato stabilito definitivamente dalla nuova Costituzione. Quel numero di astri che, profetizza l'Apocalisse, fanno corona sul capo della "Donna vestita di sole" non sarà mai mutato.
Per finire con un particolare che può essere motivo di riflessione per qualche credente: la seduta solenne durante la quale la bandiera fu adottata si tenne, lo dicevamo, nel 1955, in un giorno non scelto appositamente ma determinato solo dagli impegni politici dei capi di Stato. Quel giorno, però, era un 8 dicembre, quando cioè la Chiesa celebra la festa della Immacolata Concezione, la realtà di fede prefigurata da quella Medaglia cui la bandiera era ispirata. Un caso, certo, per molti. Ma forse, per altri, il segno discreto ma preciso di una realtà "altra", in cui ha un significato che per almeno mille anni, sino alla lacerazione della Riforma, proprio Maria sia stata venerata da tutto il Continente come "Regina d'Europa".
11 gennaio 2007
Intervista a Paolo De Coppi
«La mia scoperta nata rispettando l'embrione»
di Elisabetta Del Soldato (L'Avvenire - 11/1/2007)
Sono stati tre giorni di fuoco per Paolo De Coppi, il ricercatore italiano che ha scoperto per la prima volta nel liquido amniotico cellule staminali con capacità rigenerative simili a quelle dell’embrione. Da quando, lunedì scorso, la sua ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Biotechnology, che ne ha ufficializzato i risultati, il suo telefono non ha più cessato di squillare un secondo. «Non vedo l’ora che sia tutto finito – sorride –. Il mio è un lavoro che richiede concentrazione e al momento è assolutamente impossibile trovare un attimo di pace...». De Coppi, veneto di Santa Lucia di Piave, un paesino vicino a Conegliano, 35 anni ancora da compiere, una moglie avvocato e due figlie di quattro anni e un anno e mezzo, vive a Londra dove sta svolgendo il doppio ruolo di primario chirurgo e di ricercatore nell’ospedale pediatrico più famoso d’Europa, il Great Ormond Street. Un posto che, data la sua giovane età, non potrebbe avere in Italia ma che gli sta permettendo di accumulare esperienze che poi importerà in Italia, dov’è intenzionato a tornare. Prima di Londra, nel 2000, De Coppi era approdato alla Harvard University di Boston, e precisamente nel laboratorio di Anthony Atala, il coordinatore dello studio che ha portato alla scoperta, oggi residente alla Wake Forest University di Winston Salem. È a Boston che il ricercatore italiano aveva cominciato a lavorare sulle malformazioni fetali.
Dottor De Coppi, perché la necessità di lasciare l’Italia?
In realtà non mi sento di aver "lasciato" l’Italia. In questi giorni hanno scritto che sono fuggito, ma non è affatto così. A Londra sto svolgendo un’esperienza di tre anni e in questo periodo ho intenzione di tornare spesso a Padova dove un gruppo di miei colleghi – tredici, per la precisione – stanno portando avanti le ricerche che abbiamo cominciato insieme nel campo delle staminali. Devo sottolineare che non mi piace che questa scoperta delle staminali nel fluido aminiotico sia stata così personalizzata. Il mio è stato e continua a essere un lavoro di équipe. Voglio citare soprattutto Laura Perin, padovana, che attualmente lavora a Los Angeles, e la mia alter ego, Michela Pozzobon, che sta portando avanti il lavoro a Padova. Senza di loro questa scoperta non sarebbe stata possibile. Inoltre ribadisco che la mia non è stata una fuga: il problema è che in Italia non arrivano gli stranieri e che noi spesso siamo costretti ad accettare posti all’estero per portare avanti ricerche che da noi non sarebbero finanziate. Qui al Great Ormond Street, per esempio, siamo di tante nazionalità: il bello è che lavoriamo con persone selezionatissime da tutto il mondo.
Cosa l’ha spinta a scegliere la strada della ricerca sulle cellule staminali?
Una forte determinazione. Mia moglie spesso dice che sono duro come un coccio, e penso che abbia ragione. Vengo dalla campagna, non ci sono professori nella mia famiglia. Alla facoltà di Medicina a Padova fui molto ispirato da un grande medico, il professor Guglielmi. Più tardi mi sono appassionato alle malformazioni del feto mentre in me cresceva l’idea di trovare un’alternativa alla chirurgia fetale, perché può essere pericolosa sia per il bambino sia per la madre. L’idea di partenza che ho sviluppato con Atala era quella di guardare nel liquido aminiotico per vedere se, oltre alle cellule già differenziate usate abitualmente per la diagnosi prenatale, vi fossero anche cellule staminali isolabili e utilizzabili per crescere tessuti da usare dopo la nascita del bambino malato. Trovate le cellule, le abbiamo studiate scoprendo che si comportavano in maniera simile a quelle embrionali. Da quel momento abbiamo lavorato per dimostrare che si trattava di cellule staminali valide: un lavoro che è durato ben sette anni.
La sua ricerca può ora sostituire quella nelle cellule staminali embrionali?
Le cellule staminali trovate nel liquido amniotico sono diverse da quelle embrionali. Le cellule embrionali sono molto importanti, ma personalmente, per le mie convinzioni etiche e religiose, non ho intenzione di usare embrioni per fare ricerca. Rispetto gli embrioni perché gli embrioni sono vita umana. Ricordo inoltre che per la ricerca si possono usare linee cellulari preesistenti ottenute da cellule ed embrioni morti, ma è un territorio questo molto controverso nel quale non intendo addentrarmi.
La sua ricerca è stata osannata da molti soprattutto perché eviterebbe il sacrifico di embrioni a fini scientifici. Lei ha parlato apertamente di scelta etica. È vero però che anche estraendo il liquido amniotico si mette a rischio la vita di un bambino: le statische parlano di un feto su cento...
Sono cosciente di questo rischio e sono felice che finalmente venga sollevata l’obiezione. È vero: estrarre il liquido amniotico può essere rischioso. Ma la ricerca condotta assieme ad Atala dimostra che è possibile trovare cellule staminali anche nella placenta: in questo caso i rischi vengono completamente azzerrati.
Come mai non si è ancora parlato delle staminali della placenta?
Perché finora la ricerca si è concentrata sul liquido amniotico mentre le cellule della placenta devono ancora essere studiate a fondo. Ma già sappiamo che le probabilità di riuscita sono alte.
Come vede il rapporto tra scienza ed etica?
Personalmente credo sia importante che interagiscano. Prendiamo per esempio la matematica: la speculazione teorica non ha limiti, ma se la conoscenza viene usata per costruire una bomba allora deve entrare in campo l’etica e stabilire priorità. Non mi reputo però uno specialista di etica....
Quale rapporto esiste tra la sua fede e il lavoro di ricercatore?
Un rapporto ottimo. Sono credente, cattolico praticante, e non ho mai considerato la mia fede un ostacolo. Tutt’altro: è stata proprio la mia fede a spingermi in questo settore. È stata la mia fede che mi ha chiesto di trovare alternative alla ricerca sulle cellule degli embrioni. La fede per me è una ricchezza, non certo un ostacolo.
Lei spesso viene chiamato a operare d’urgenza. Come riesce a conciliare il suo lavoro di medico con le esigenze della ricerca e, ora, la pressione dei media di tutto il mondo?
È molto difficile. Da una parte sono felice e mi sento estremamente fortunato, dall’altra in questi giorni mi sembra di aver perso il contatto con la realtà. Per fare il lavoro che sto svolgendo al Great Ormond Street sono necessari tanta concentrazione e dedizione. E in questo momento non è possibile perché sono al centro dell’attenzione. Un grande rammarico è che la scoperta delle staminali nel liquido amniotico sia uscita così improvvisamente dopo che ne parlavamo da molto tempo. Purtroppo c’è voluta l’autorità di una rivista americana come Nature Biotechnology per rendere uno studio così importante degno di essere reso di pubblico dominio.
Embrioni...
In nessun momento siamo massa informe
Marina Corradi (L'Avvenire - 11/1/2007)
Il "progetto" di un embrione è già definito 24 ore dopo il concepimento. Quando lo zigote, la prima cellula nel nuovo organismo, si è moltiplicata appena due volte, già ha un asse che resterà riconoscibile nell'asse di sviluppo dell'individuo. E già è definito esattamente da quali cellule si svilupperà la nuova creatura, e quali invece formeranno la placenta.
Lo afferma una ricerca dell'Università di Cambridge - anticipata da «Nature» - che dopo lunghi studi sugli embrioni dei topi contraddice quella che era fino a pochi anni fa convinzione generale dell'embriologia: e cioè che per diversi giorni dopo il concepimento l'embrione sia semplicemente una massa informe di cellule, destinate a una differenziazione solo dopo l'annidamento nell'utero materno.
Il lavoro potrebbe avere delle ripercussioni sulla ricerca con le staminali, e anche sulla medicina prenatale. Una "differenziazione" cellulare così precoce porrebbe il problema di quei prelievi tendenti a accertare malattie genetiche ereditarie, che vengono effettuati quando l'embrione si è moltiplicato a otto cellule. Benché sia conosciuta la "flessibilità" dell'embrione nei suoi primi stadi, il dubbio che insorge è che si debba prestare attenzione a "quali" di queste cellule vengono prelevate.
Ma, al di là delle conseguenze pratiche, l'annuncio di Cambridge assume un altro valore: nei mammiferi, e dunque nell'uomo, l'embrione non è, nemmeno nelle primissime duplicazioni, massa amorfa, non è materia grezza in attesa di essere organizzata. Non è "cosa", ma - fin dal principio - disegno. Già 24 ore dopo i compiti sono stabiliti, la mappa del nuovo individuo segnata e, diremmo anzi, scritta.
Addirittura si fa l'ipotesi che il punto stesso della penetrazione dello spermatozoo nell'ovocita "indirizzi" lo sviluppo dell'organismo. Quel punto infinitesimale nel buio non cadrebbe dunque dove vuole, nella casualità di una natura cieca. Invece, si tratterebbe di un luogo preciso, come voluto - quello e non un altr o, perché già da tale particolare inclinazione nella sfera dello zigote verrebbe la prima traccia del nascituro. «C'è la memoria della prima scissione cellulare, nella nostra vita», ha scritto commentando un lavoro precedente Magdalena Zernicka-Goetz, autrice del lavoro pubblicato da «Nature».
La memoria di una impronta originaria, diversa da ogni altra fin dal primo giorno. In nessun momento un uomo uguale alla pura materia, o indistinguibile da ogni altro suo simile. Già nell'oscurità profonda dell'inizio, un disegno unico, mai ripetuto né più ripetibile. Quattro cellule e dentro, pronto a dispiegarsi, il cervello, le mani, gli occhi di un figlio.
Gli uomini, in questo buio di cui ancora sanno così poco vanno a mettere le loro mani orgogliose: tolgono, manipolano, selezionano. Come se fosse "roba". Come se fosse un niente. Mentre c'è tutto, lì dentro, nascosto in un microscopico infinito: un altro uomo, dunque un mondo intero.
C'è una scienza, oggi, che dopo la pretesa arrogante comincia a dirci: eppure, il primo giorno già c'è un disegno. Commuove, una scienza capace di essere così grande, e umile insieme. Ma che già tutto fosse scritto, il primo giorno e, crediamo anzi, fin dal primo istante, altri uomini l'avevano intuito. «Non ti era occulto il mio essere/ allorché io fui formato nel segreto/ ed ero intessuto nelle profondità della terra», cantava un ignoto salmista ebreo, forse tremila anni fa.
09 gennaio 2007
Impegno per la pace
Il Papa: contro la fame nel mondo cambiare i modelli dell’economia
«Le Nazioni più ricche prendano i provvedimenti perché Paesi poveri, spesso pieni di ricchezze naturali, possano beneficiare dei frutti dei beni che appartengono loro»
«L’avvenire potrà essere sereno se lavoriamo insieme per l’uomo Solo rispettandola persona umana è possibile promuovere veramente la pace»
Da Roma Mimmo Muolo (L'Avvenire - 9/1/2007)
Davanti agli ambasciatori dei cinque continenti - come su un ideale planisfero steso al centro della spaziosa Sala Regia del Palazzo Apostolico - Il Papa fissa con il suo discorso le «bandierine» delle priorità mondiali. Tocca nervi scoperti («lo scandalo della fame» e «le disfunzioni dell'economica mondiale», il terrorismo, il no al riarmo, convenzionale o nucleare che sia, i diritti umani e la libertà religiosa, la difesa della vita e della famiglia, l'aiuto allo sviluppo), indica situazioni di sofferenza e di guerra (Darfour, Corno d'Africa, Colombia), oppure di pericolo per la pace (Corea, Afghanistan, Sri Lanka, Medio Oriente), passa in rassegna situazione continentali o regionali (Cuba, ad esempio). E alla fine è come se prendesse per mano i membri del Corpo diplomatico e li conducesse davanti alla Grotta di Betlemme. «L'avvenire potrà essere sereno se lavoriamo insieme per l'uomo», afferma. Quell'uomo, «creato ad immagine di Dio», che «possiede una dignità incomparabile», tanto che «Dio non ha esitato a donare per lui il proprio figlio». «Solo rispettando la persona umana - ricorda, infatti, Benedetto XVI - è possibile promuovere la pace». E perciò declina l'affermazione in tutte le situazioni via via affrontate.
Lotta alla fame e riequilibrio dell'economia mondiale. Entra subito in argomento, il Pontefice, dopo il saluto del decano del Corpo diplomatico, l'ambasciatore di San Marino, Giovanni Galassi. Come aveva ricordato poco prima, l'incontro di inizio d'anno, pur tradizionale, «non è una semplice formalità». E dunque agli ambasciatori accreditati - sono attualmente 175 gli stati che intrattengono rapporti diplomatici con la Santa Sede (ultimo in ordine tempo il Montenegro, che si è aggiunto all'elenco lo scorso 16 dicembre), più le Comunità Europee, il Sovrano Ordine Militare di Malta e due missioni speciali: la Federazione Russa e l'Olp - Papa Ratzinger parla innanzitutto dello «scandalo della fame, che tende ad aggravarsi». E ciò, a ggiunge, «è inaccettabile in un mondo che dispone dei beni, delle conoscenze, e dei mezzi per porvi fine». Di qui il suo appello a eliminare «le cause strutturali delle disfunzioni dell'economia mondiale» e a «correggere i modelli di crescita che sembrano incapaci di garantire il rispetto dell'ambiente e uno sviluppo umano integrale». Cancellazione del debito estero, possibilità per i Paesi poveri di beneficiare dei loro beni e aiuto allo sviluppo che raggiunga l'0,7% del Pil dei Paesi sviluppati, alcune delle misure specifiche indicate dal Pontefice. Il quale ricorda anche le crisi umanitarie e il fenomeno migratorio («illusorio pensare che possa essere controllato» con la forza) e sottolinea la necessità di non andare verso un aumento delle spese militari.
Vita, famiglia e diritti umani. Preoccupato dei «continui attentati alla vita, dal concepimento alla morte naturale», degli attacchi alla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, e da una ricerca scientifica senza limiti («i tentativi di legittimare la clonazione umana»), Benedetto XVI punta l'indice contro il Protocollo di Maputo (di cui parliamo a parte), come tentativo di «banalizzare surrettiziamente l'aborto» e chiede che il Consiglio dei Diritti dell'Uomo, costituito in sede Onu, imperni «la sua attività verso la difesa e la promozione dei diritti fondamentali della persona, in particolare il diritto alla vita e alla libertà religiosa».
Le piaghe dell'Africa. «Non dimentichiamo l'Africa e le sue numerose situazioni di guerra e di tensione», ripete Papa Ratzinger, che invita ad «agire con determinazione» per risolvere il dramma del Darfour, fa appello al negoziato per la grave situazione del Corno d'Africa (ricordato anche il sacrificio di Suor Leonella Sgorbati), denuncia la piaga dei bambini soldato in Uganda e si augura che proceda il processo di pacificazione nella regione dei Grandi Laghi. Il grazie del Papa va a quanti si impegnano per lo sviluppo del Continente.
Le speranze dell'America Latina. Benedetto XVI si recherà in Brasile a maggio. E del continente latinoamericano nota le luci («il miglioramento di alcuni indici economici, l'impegno nella lotta contro il traffico di droga e contro la corruzione, i diversi processi di integrazione, gli sforzi per migliorare l'accesso all'educazione, per combattere la disoccupazione e per ridurre le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi») e le ombre (la situazione della Colombia, ad esempio). Rivolge poi un appello a Cuba («il mondo si apra a Cuba e Cuba al mondo») e mette in guardia dal pericolo che una democrazia senza valori «si trasformi nella dittatura del relativismo».
Lo sviluppo dell'Asia. Il Papa sottolinea la crescita economica di India e Cina, ricorda l'ingresso del Vietnam nel Wto, auspica la denuclearizzazione della penisola coreana, e deplora l'aumento di violenza in Afghanistan e Sri Lanka. Per le «piccole ma vivaci» comunità cattoliche asiatiche chiede libertà religiosa, assicurando che esse intendono contribuire allo sviluppo della società.
Medio Oriente. «Fonte di grandi inquietudini», questa regione ha bisogno di pace. «Le soluzioni militari non conducono a nulla», ricorda il Papa. Occorrono soluzioni negoziate. E «in modo particolare, i Libanesi hanno diritto a vedere rispettata l'integrità e la sovranità del loro paese; gli Israeliani hanno il diritto di vivere in pace nel loro Stato, i Palestinesi hanno il diritto ad una patria libera e sovrana». Benedetto XVI auspica inoltre che l'Iran, accetti «una risposta soddisfacente alle preoccupazioni legittime della comunità internazionale». E che in Iraq si ponga fine alle «spaventose violenze».
Le radici dell'Europa. Lo sguardo al Vecchio Continente chiude il discorso. Salutato l'ingresso di Romania e Bulgaria nell'Ue, il Pontefice sottolinea che «non si può prescindere dall'innegabile patrimonio cristiano dell'Europa». Alla quale augura stabilità (a partire dai Balcani), pace (soprattutto per i diversi «conflitti congelati») e soluzione per le «tensioni ricorrenti». Prima tra tutte quella attualissima riguardo alle risorse energetiche.
08 gennaio 2007
Cellule staminali
«Una speranza per superare lo scoglio etico»
06 gennaio 2007
Firenze bottegaia
| Botteghe di antiquari, botteghe di artigiani, botteghe dove trovi solo cose fatte qua. Botteghe di argentieri di cose di oggi o ieri create dagli stessi che hanno fatto la città. Botteghe dove i vecchi svelavano ai ragazzi segreti ereditati da un'antica civiltà, botteghe di una volta che ora non son più.. l'avessi conosciute pure tu. Da Gilli un buon caffe' tra specchi luci e ottoni, la panna in via monalda succhiata coi cialdoni. Le grappe di Donnini, il celebre Dorè. Ossequi donna Emma, due tè coi savoiardi "no grazie questa sera vorrei solo due bignè" in piazza da Revoir c'è il cioccolato caldo ma più non c'è a cullarti la mandola di Mafaldo. Firenze bottegaia di quando ero bambino e già ne andavo fiero di esser nato fiorentino. Firenze bottegaia che ora non è più ti han tradito quelli che ti devono di più. Sparito Capecchiacci bottoni, stringhe e lacci, esperto nelle pelli e gran mestro nel far buchi. Ha chiuso Calderai salumi prelibati, caviale mascarpone il ragù nei volavàn. Scomparso Bruzzichelli traballa anche il palazzo per una scarpa nuova puoi trovarti all'aldilà. Dov'era il bottegone c'è adesso un bar tra i tanti, l'avessi conosciuto pure tu. La libreria del corso vendeva un po' di fede, Balboni in vigna nuova sfornava maddalene. Il vecchio Settepassi ormai è un milanese. Si sfratta l'artigiano, si sfratta San Frediano, i mali tuoi firenze dimmi chi li sfratterà? Si sfratta i più gloriosi, si sfratta anche la storia. Se occorre dan lo sfratto anche alla vecchia di su ma'. | Firenze bottegaia di quando eri bambino e te ne andavi in giro fiero di esser fiorentino. Firenze bottegaia che ora non è più ti han tradito quelli che ti devono di più. Fast food alla cipolla, cravatte al ponte vecchio, dove la fontanella versa droga dentro al secchio. Sfruttati dalla mala c'è mille vucumprà che vendon paccottiglia sparpagliati qua e la'. Armani, Valentino Versace poi Trussardi son qui per dirci in coro "fiorentino hai fatto tardi". Firenze che vestiva lo spirito e la mente ora ti veste dal bellico in giù. Son copie d'oltremare quelle botteghe che vendavano col genio l'originalità; siam la controfigura della fifth avenue. Gettar tutto all'ortiche se uno ci si ingegna non è poi necessario ce lo ha dimostrato il Pegna. Firenze bottegaia per noi eri un blasone, ed or chissà perchè ci apapri una maledizione. Firenze bottegaia di quando ero bambino e già ne andavo fiero di esser nato fiorentino. Firenze bottegaia su diamoci del tu: se altri ti han tradito io ti amo ancora di più. Firenze bottegaia non sono più bambino finchè me ne andrò spasso sarò solo fiorentino. |
05 gennaio 2007
Pericolo nucleare (2)
di Antonio Socci (31/12/2006)
Saddam Hussein è stato eliminato, ma la minaccia che incombe sul mondo no. Anzi, potrebbe perfino accrescere la sua pericolosità. Se ne parla poco e si conosce ancora meno: si tratta di un possibile conflitto nucleare. Sembra una mitologia da anni Sessanta o al più si pensa (con poco interesse) alla controversia in corso sul nucleare iraniano, credendo che riguardi “solo” la sicurezza dei paesi vicini (Israele per primo).
Invece non è così. La minaccia riguarda tutti ed è oggi più incombente che mai. Oggi più di dieci anni fa. A paventare (in questo inizio del 2007) una “possibile catastrofe atomica” non è un qualche opinionista apocalittico, un allarmista di professione, ma una persona pacata e razionale, l’uomo più saggio e illuminato che calca la scena mondiale: Benedetto XVI. Nel suo Messaggio per la Giornata mondiale della pace, che la Chiesa celebra il 1° gennaio 2007, esprime la sua “grande inquietudine” per “la volontà, manifestata di recente da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari”. Ed ecco la “paura per una possibile catastrofe atomica. Ciò riporta gli animi indietro nel tempo” osserva il Papa “alle ansie logoranti del periodo della cosiddetta ‘guerra fredda’. Dopo di allora si sperava che il pericolo atomico fosse definitivamente scongiurato e che l’umanità potesse finalmente tirare un durevole sospiro di sollievo. Purtroppo” prosegue il Santo Padre “ombre minacciose continuano ad addensarsi all’orizzonte dell’umanità”. Il Pontefice esorta dunque a stipulare nuovi accordi internazionali per “la non proliferazione delle armi nucleari” e chiede un serio impegno per arrivare alla loro “diminuzione e al loro definitivo smantellamento”. Tuttavia, mentre lancia il suo appello accorato (“niente si lasci di intentato”), è ben consapevole del rischio imminente: “E’ in gioco il destino dell’intera famiglia umana!”.
E’ incredibile che un così autorevole allarme sia passato e passi pressoché inosservato. A parte gli addetti ai lavori, che sanno come stanno le cose e sono estremamente preoccupati, i mass media e la gente sembrano non rendersi conto. Anche il cupo segnale del maggio 2005 è stato del tutto snobbato: il fallimento a New York della settima Conferenza di revisione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (è l’appuntamento che ogni cinque anni, dal 1970, si tiene per vigilare sull’osservanza dell’impegno sottoscritto dai Grandi di ridurre ed eliminare le armi nucleari). Il motivo del fallimento è molto semplice (e lo abbiamo già scritto su queste colonne): la situazione è fuori controllo. Gli esperti ormai rimpiangono il vecchio “equilibrio del terrore”. Oggi lo scenario è peggiore. Si è scatenata negli ultimi anni una corsa al nucleare che non ha eguali nei 50 anni precedenti. Secondo documenti ufficiali dell’Onu sono circa 40 i Paesi che già dispongono di “capacità nucleare” e fra quelli che da tempo posseggono armi nucleari vi sono Stati come l’India e il Pakistan che sono da sempre a rischio di conflitto armato.
Gli Stati Uniti – dopo l’11 settembre 2001, con la convinzione di una minaccia inedita alla propria popolazione civile – hanno preso ad investire cifre gigantesche nel riarmo. Gli altri hanno seguito. Questa corsa planetaria alle armi nucleari si somma alla scarsa manutenzione e all’ insicurezza di tanti arsenali (soprattutto dell’Est europeo), all’esistenza di organizzazioni terroristiche internazionali capaci di tutto e al commercio clandestino di ordigni atomici.
L’ex segretario alla Difesa degli Stati Uniti, William J. Perry di recente ha dichiarato: “Non ho mai avuto tanta paura come ora di un conflitto nucleare. Esiste una probabilità di un attacco rivolto contro obiettivi Usa nei prossimi dieci anni superiore al 50 per cento”. Non è un caso se la Russia e gli Stati Uniti hanno cominciato a teorizzare un possibile uso “limitato” di armi atomiche.
Ritengono di poterlo fare perché dispongono di nuovi ordigni dagli effetti “controllabili” che potrebbero servire a distruggere armi atomiche in costruzione da parte di regimi pericolosi, ma questo passo resta un salto nel buio. Che potrebbe avere effetti incalcolabili. Viviamo su una polveriera. Gli scenari più allarmatisici parlano di 30 mila ordigni nucleari di cui 17.500 operativi: più che sufficienti per distruggere migliaia di volte il pianeta. Ma anche se consideriamo lo scenario “meno scioccante” le cose non cambiano. I dati ufficiali dicono che gli Stati Uniti dispongono circa di 4.500 testate nucleari strategiche offensive, la Russia 3.800, infine Gran Bretagna, Francia e Cina fra 200 e 400 ciascuno (senza considerare quelle degli altri Paesi dotati di qualche centinaio di bombe nucleari). Anche se arrivassimo ad avere “solo” 3.200 testate (come sarebbe previsto dagli accordi russo-americani per il 2012) avremmo una capacità distruttiva pari a 65 mila volte (ripeto: sessantacinquemila volte) quello della bomba di Hiroshima dove morirono 200 mila persone.
Ciò che rende purtroppo possibile un grande botto della polveriera chiamata “Terra”, non è neanche il divampare di un conflitto fra Stati (sempre possibile) o un attacco terroristico, ma il caso. Sì, la casualità, l’errore, l’incidente involontario, l’equivoco. Ho già ricordato su “Libero” l’intervento dell’anno scorso su “Foreign Policy” di Robert McNamara (fu segretario alla Difesa degli Stati Uniti dal 1961 al 1968, con Kennedy e con Johnson ed è uno dei maggiori esperti mondiali di armi nucleari). Ebbene McNamara sostiene che il rischio più terribile è proprio quello: un errore nei sistemi di controllo computerizzato, un guasto a una macchina e tutto salta per aria. Impossibile? Niente affatto. Possibilissimo. C’è un’ampia e agghiacciante casistica di incidenti già accaduti nel corso dei quali la catastrofe è stata scongiurata per un soffio. Si sa che il presidente americano e quello russo – quando ricevono l’allarme di un possibile attacco atomico - devono decidere la risposta nell’arco di 20 minuti. Un pugno di uomini hanno solo pochi secondi per capire se si tratta di un falso allarme. E’ addirittura miracoloso che fino ad ora – con la quantità di incidenti accaduti – sia stato sempre evitato il peggio. Ma possiamo continuare così?
McNamara definisce ormai “inaccettabile” questo rischio perché “comunque sia, gli esseri umani possono sbagliare. E un errore commesso in simili circostanze avrebbe condotto alla distruzione delle nazioni. La conbinazione di fallibilità umana e armi nucleari comporta un rischio elevatissimo di catastrofe nucleare” (per non dire della quantità di ordigni nucleari “persi”, per incidenti vari, nei mari).
La soluzione a cui viene da pensare è una progressiva riduzione degli arsenali atomici, ma, secondo McNamara, anche sostanziose riduzioni di armi nucleari non cambierebbero nulla perché “la testata statunitense media” spiega “ha un potenziale distruttivo 20 volte superiore a quello della bomba di Hiroshima”.
Dunque c’è una sola strada. Obbligata. La totale cancellazione di armi nucleari dalla Terra. Ma oggi pare impossibile e si sta facendo l’opposto. “Siamo in un momento critico per la storia dell’umanità”, ha concluso McNamara. Il Papa grida il suo allarme, ma la gente è distratta. Una spensieratezza collettiva che deve ricordare al Santo Padre l’inquietante profezia di Gesù nel Vangelo di Luca: “Come avvenne ai tempi di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano si sposavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’Arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano…”.
Pericolo nucleare (1)
Continuiamo a essere sordi e ciechi. Che la Madre di Dio sia scesa dal Cielo all’inizio del Novecento per consegnare all’umanità e alla Chiesa – in vista di un secolo apocalittico - un messaggio di vitale importanza per la salvezza terrena e per quella eterna del genere umano, è un avvenimento così enorme che non può essere relegato nel “settore devozionale”, non può essere consegnato a chi riteniamo interessato alle apparizioni. Riguarda tutti !!! Chiunque abbia a cuore almeno se stesso o i propri figli !!!
In sostanza: o è vero o è falso ! Non ci sono vie di mezzo. E siccome la Chiesa – notoriamente molto prudente e guardinga – ha ufficialmente riconosciuto quell’apparizione, con una solennità senza eguali, ciò che la Santa Vergine ci raccomanda deve essere assolutamente e urgentemente preso sul serio. A meno che non vogliamo essere sordi come lo furono i cristiani negli anni Venti e Trenta che – non avendoLe creduto – videro verificarsi tutte le sue terribili profezie (l’avvento del comunismo, la seconda guerra mondiale, popoli interi massacrati, orrende persecuzioni alla Chiesa…).
Ad oggi deve ancora verificarsi la terza parte del Segreto: quella della visione rivelata dalla Chiesa nel 2000 (la città in rovina cosparsa di cadaveri, il martirio di un Papa con tanti vescovi e fedeli). Che quella visione terrificante (che fa pensare a uno scenario da guerra mondiale) non corrisponda all’attentato al Papa del 1981 possiamo dirlo in quanto il card. Ratzinger dichiarò che la Chiesa non ne dava nessuna interpretazione ufficiale. Possiamo dirlo inoltre perché una montagna di indizi inducono a pensarlo (li ho esposti nel mio libro). Infine perché la stessa suor Lucia nella lettera al Papa del 1982 (l’anno dopo l’attentato) scriveva esplicitamente “se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi”. A questo si aggiunga la parte del terzo segreto non ancora rivelata (la cui esistenza documento nel libro) che dovrebbe essere ancora più scioccante.
L’anno che si apre – il 2007 – è il 90° anniversario delle apparizioni di Fatima. Forse è il caso di tornare all’accorato appello della Madonna e al suo invito ad affidarsi al Suo Cuore Immacolato. Gli eventi di questi mesi infatti inducono a pensare che sia l’unico rifugio sicuro…
Un augurio a tutti che questo anno ci faccia accorgere della presenza di Lei fra noi…Infatti la Vergine stessa disse, apparendo nel 1830 a santa Caterina Labouré: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande, si crederà tutto perduto. Allora io sarò con voi”
Antonio Socci (31/12/2006)
P.S. Tutto quello che abbiamo detto trova conferma a Medjugorje che sembra l’estrema prova di appello che la Vergine ha ottenuto per salvare l’umanità…
Medjugorje
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