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05 marzo 2008

Si tratta di guerra al Cristianesimo. Ce ne siamo accorti?

(da Agenzia Fides - 25/02/2008)

La presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico (orribile).

Roma (Agenzia Fides) - Dopo l’assunzione di 200 mg di mifepristone (la vera e propria Ru486, che uccide l’embrione in pancia) e, due giorni dopo, con 800 mcg di misoprostol, il farmaco che induce le contrazioni e causa l’espulsione dell’embrione, una ragazza americana si sente male. Brividi, dolori addominali, nausea, vomito e vertigini. Si pensa ai soliti effetti collaterali, ma si aggrava. Si reca in clinica e le prescrivono dei farmaci. Torna a casa. Passa ancora un giorno, sta molto male e viene ricoverata al pronto soccorso. Si aggiungono pressione alta e tachicardia. Accertamenti. Di nuovo antibiotici e intervento chirurgico esplorativo. Le trovano due litri di e mezzo di liquido peritoneale torbido e nessuna evidenza di gravidanza extrauterina. La ricoverano in terapia intensiva. Dopo sedici ore la ragazza muore. L’autopsia conferma la presenza nel tessuto uterino di Clostridium Sordellii, l’agente batterico responsabile della morte. E’ uno dei sedici casi registrati nel mondo di morte per assunzione di RU486. Di questa morte ha dato notizia, nel novembre 2007, la rivista specializzata Obstetrics & Gynecology, dell’American College of Obstetricians and Gynecologists.
Le morti non bastano, 16 quelle accertate - soprattutto quando ci sono fortissimi interessi economici che premono per la distribuzione di questo farmaco - per impedire che la RU486 sia diventata il più formidabile mezzo di controllo delle nascite, assieme alle pratiche nefaste di sterilizzazione delle donne (sono stimate in 160 milioni le donne sterilizzate nel mondo).
In questo contesto va letta la presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico, attraverso l’uso della RU486 e di non opporre “surrettizie limitazioni” all’uso della pillola del giorno dopo, definita contraccettivo d’emergenza, disponibile nei supermercati americani, venduta in Francia, Spagna, Svizzera, Regno Unito, Sudafrica, Albania, Algeria, Belgio, Canada (Québec), Cile, Danimarca, Finlandia, Grecia, Israele, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e Svezia, senza prescrizione medica, promossa da molti Governi dell’America Latina come metodo contraccettivo.
L’Ordine dei Medici italiano non sottolinea che esiste un parere del Comitato nazionale per la bioetica, in base al quale è un diritto del medico scegliere di non prescrivere la pillola del giorno dopo e quindi affermare la sua obiezione di coscienza (in Italia è obbligatoria la prescrizione medica); sostiene la modernità della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, definendola “la migliore legge possibile anche sotto il profilo morale”; si esprime favorevolmente rispetto alla diagnosi pre-impianto, che secondo il laicissimo presidente del Comitato Consultivo di Bioetica francese, si sta trasformando in una pratica eugenetica, strumento per eliminare i bambini malati, imperfetti.
Se si consultasse il Codice Deontologico che i medici italiani si sono dati, all’art.3 si leggerebbe “Dovere del medico è la tutela della vita (…)”. A volte, si sa, può capitare che le norme vengano fatte proprio per non essere rispettate; così come può capitare, come avviene, ad esempio in Italia, che ambiziosi e illustri clinici professino con ardore il loro favore nei confronti dell’eutanasia o che profetizzino per l’umanità un futuro bisessuale; che le organizzazioni internazionali sovvertano nei loro documenti, da decenni, l’ordine naturale del mondo, non parlando più di maschio e femmina, ma di genere, che annulla l’identità.
Tutto questo, non avviene a caso. C’è una citazione nell’ultima Enciclica di Benedetto XVI. Riguarda Immanuel Kant: "Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose". L’abbandono del cristianesimo e la guerra ai suoi principi, primo fra tutti il diritto alla vita e alla dignità della persona umana, potrebbero portare secondo Kant - evocato da Benedetto XVI - ad una fine non naturale, “perversa” dell’umanità, una specie di autodistruzione, in senso morale e in senso materiale. Il relativismo di cui è pervasa la società occidentale ha questa forza, che inquina la vita privata e quella pubblica. (D.Q.)

07 marzo 2007

Siamo laici: rifiutiamo l'eugenetica

di Giuliano Ferrara (2/3/2007)

Vale davvero la pena costruire un mondo in cui la vita viene sacrificata alla ricerca senza limiti?

Sgombriamo il campo dalla devozione, sebbene non sempre si sia migliori quando in nome della libertà si accantona il sacro. Prendiamo il Papa, Benedetto XVI, come fosse un vecchio saggio che ha alle spalle una biblioteca di due millenni e l'unica vera comunità universale vivente, punto e basta. Lasciamo stare la fede, che troppo spesso viene trasformata in uno scudo per non pensare, per mettere la testa sotto la sabbia, per rassegnarsi, per compromettersi con il mondo, accettandolo com'è e facendosi accettare come non si dovrebbe essere (non è questa la lezione del monaco Enzo Bianchi e della sua differenza cristiana?).
Domanda laica: perché questo vecchio saggio insiste sulla questione eugenetica? Perché sostiene impavido, contro ogni consiglio di pacificazione pastorale o di compromesso con i tempi moderni, che «il futuro dell'umanità», e scusate se è poco, se ne sta appeso a quel che avviene nei laboratori della tecnoscienza, nella catena eugenetica della diagnosi prenatale e della fertilizzazione in vitro, dove ormai si pratica la medicina della soppressione, l'eliminazione selettiva del malato genetico come soluzione preveniva e finale?

Non gli converrebbe liberare la ragione e la coscienza dei fedeli, e del più vasto mondo secolarizzato che lo ascolta, offrendo un'intesa sorniona tra la cattolicità cristiana e gli stili di vita prevalenti? Certo che gli converrebbe. Una Chiesa del silenzio, che si chiuda alla realtà del mondo tecnoscientifico e all'abbassamento pauroso della norma morale, sarebbe festeggiata ovunque come compagna di strada di un'umanità liberata da troppi pensieri e da troppe prescrizioni oggi quasi incomprensibili.
Se il Novecento è stato il secolo dell'aborto e del divorzio, pensano in tanti dentro e fuori la Chiesa, passiamoci una pietra sopra: famiglia e riproduzione sono ormai una variante a capriccio del caso e del caos che governa il mondo. Se il XXI secolo si annuncia come il secolo in cui il dubbio diagnostico su una perfetta salute genetica decide al posto della natura della nascita e della morte di embrioni dotati di una struttura cromosomica umana unica e irripetibile, tu sì e tu invece no perché un medico decide della tua idoneità a vivere, perché c'è un catalogo di possibilità e di scelte sottoposto al libero desiderio di una coppia, facciamo finta di niente.

Pazienza se mancano centinaia di milioni di donne in Asia, eliminate con un'applicazione meticolosa dell'amniocentesi nelle politiche di pianificazione familiare; pazienza se l'immagine di noi stessi si rifletterà in uno specchio opaco, in cui vedremo piano piano il costo di una libertà separata dall'uso della ragione umana, per non dire della legge di natura, e per non tirare in ballo la legge divina.
E come complemento essenziale, facciamo della morte una decisione, magari di un comitato etico, formalizzata e prescrittiva e indolore, insomma eutanasica, invece che un fatto carico di significato. Non sarà tanto allegro, né privo di rischi, questo impadronimento totalitario del circuito del nascere e del morire da parte dell'uomo, ma tutto si può aggiustare con le consolazioni della fede privata e della cosiddetta libertà di coscienza, pensano molti cattolici.

Invece il Papa non cede. Non aveva ceduto il suo predecessore, quel pastore universalissimo che non la finiva di viaggiare, testimoniare, evangelizzare, ballare su tutti i teatri del mondo, e non cede il più appartato e mite professore di teologia che ora occupa il soglio di Pietro con il suo diverso stile, con la sua diversa misura delle cose, ma con identica, granitica perseveranza. Non è bastato, dice il Papa, liberarsi di Dio predicandone la morte. Non basta la scristianizzazione.
Il pensiero postmoderno vuole che ci si liberi anche della ragione, dei suoi vincoli logici, del suo rapporto essenziale con la realtà naturale. Per essere libera, la coscienza deve obbedire soltanto al desiderio individuale, dicono i neosecolaristi, e deve separarsi non solo e non tanto dalle tradizioni millenarie, deve scindere il suo legame con la ragione, cioè con il pensiero forte che fa della coscienza un luogo di distinzione fra il bene e il male, affidandosi alla volontà di potenza mascherata da pensiero debole.

Ma Joseph Ratzinger non ci sta. E la sua predicazione si mette in sintonia con dubbi veri, che nella società moderna si fanno largo in mezzo alla sciatteria penosa e all'indifferenza di tanta parte del sistema dell'informazione, in mezzo al faustismo minore di chi impugna la libertà di ricerca scientifica come un nuovo idolo. Così succede che nella laicissima Francia, dove anche le chiese sono proprietà dello stato dai tempi della rivoluzione contro l'antico regime, un medico ugonotto come Didier Sicard, presidente del comitato di bioetica, si mette a parlare contro la deriva eugenetica con le stesse parole usate dal capo della Chiesa cattolica.
E nascono fermenti non moralistici, non antifemminili, non ispirati a una idea oppressiva e di soggezione della vita civile, anche tra i laici. E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull'altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione degli ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i confini di un disegno moralmente impossibile.

02 marzo 2007

Contro la verità «ufficiale»

8 studenti spalancano la porta dell'accademia

Francesco Ognibene (Avvenire - 1/3/2007)

C'è ancora traccia di fame vera di conoscenza tra gli studenti degli atenei italiani: quella fame che non si contenta di nozioni scopo esame, né dello slalom verso il traguardo di una laurea, e neppure di una versione ufficiale delle cose, per quanto autorevole. Lo possiamo chiamare interesse per la realtà "così com'è", guardata negli occhi alzandosi al suo livello con gli strumenti della ragione non ridotta a sistema metrico-decimale. Questa fame, ogni tanto, fa prendere coraggio ai ragazzi e gli fa ritrovare la parola perduta, spingendoli a chiedere qualcosa d'altro a chi sta in cattedra, persino muovendoli a qualche critica se ciò che viene spiegato non convince, non quadra con l'esperienza che ciascuno fa.
A osare tanto sono stati otto studenti di tre facoltà scientifiche di Milano (farmacia, medicina e matematica) che qualche giorno fa, uscendo storditi da un convegno scientifico del loro ateneo sulle cellule embrionali (trattate da alcuni cattedratici intervenuti come materiale biologico sacrificabile per il bene della scienza), non hanno messo la museruola alle obiezioni su quel che avevano appena sentito. E si sono decisi a scrivere una lettera aperta a Elena Cattaneo, la docente protagonista dell'iniziativa accademica, un nome della ricerca in Italia, vicepresidente del Comitato di bioetica e dichiaratamente a favore della sperimentazione sugli embrioni umani. «Il potere e le potenzialità della scienza - hanno scritto - ci appaiono oggi come grandissime evidenze. Ma dentro questa grande avventura di conoscenza, siamo proprio sicuri che il fine giustifichi i mezzi?». E più avanti: «È possibile fare ricerca senza porsi la domanda principale: che cosa ho di fronte? Che cosa è l'embrione? È vita umana?».
Hanno scelto di non tirare a campare per un trenta in più sul libretto infilandosi in tasca queste domande e altre che invece sono lì, sottoposte a tutti - studenti e professori - lungo le due cartelle di una lettera che, debitamente volantinata co n la faccia tosta dei vent'anni, ha fatto il giro dell'università.
Evidentemente non dovevano farlo: quelle domande era inopportuno porle, comunque certo non in quel modo pubblico, non sta bene mettere in piazza i propri dubbi: potevano prendere la parola al convegno - gli hanno suggerito -, dire lì cosa pensavano, nel chiuso dell'aula: poi tutti a casa, e nessuna enfasi a questioni che riguardano chiunque fa ricerca o ambisce un giorno a lavorare per la scienza, e toccano da vicino anche l'opinione pubblica, verso la quale gli scienziati dovrebbero avere una qualche responsabilità.
Invece quegli otto ragazzi - e gli altri duecento che sino a ieri sera avevano sottoscritto la lettera, con non pochi professori - hanno scelto di spalancare la porta e far entrare aria nell'accademia. La destinataria delle domande non ha gradito: e anziché rispondere a chi, disarmato di ogni titolo e potere, le diceva semplicemente «vogliamo essere uomini che non rinunciano a scegliere, usando fino in fondo la propria capacità di giudizio», invece di mostrarsi orgogliosa d'avere forse contribuito a far sbocciare un simile piglio argomentativo, ha dichiarato con tono liquidatorio che «lo scritto degli studenti è così sommario, inaccurato e veicolato con metodi così impropri che non necessita commenti». Non meritano risposta, tornino a chinarsi sui libri che tra poco ci sono gli esami, e lascino perdere. Le domande sull'embrione, carne da laboratorio o vita umana? Le tengano per sé, ne parlino al bar tra di loro, ma ci lascino in pace. La scienza non deve render conto a nessuno, si sappia che lavora per il bene di tutti e dunque non è tenuta a dare spiegazioni pubbliche.
I ragazzi della lettera, è evidente, sono lontani dal considerare qualsiasi dietrofront, e anzi annunciano una più ampia diffusione del testo, a Milano e oltre. È il segnale che sulla frontiera della vita c'è chi ha preso molto sul serio la propria ragione, e la fa lavorare a pieni giri, senza omissioni e timidezze. Stavolta sono gli studenti a far lezione.

01 marzo 2007

Nuove frontiere della scienza...

Si superano confini finora soltanto impensabili

Sul commercio di embrioni umani un clima di sostanziale resa

Carlo Cardia (Avvenire - 28/2/2007)

Un clima di assuefazione, e di sostanziale resa a nuovi poteri, si va estendendo attorno ai temi della genetica, con il superamento di confini soltanto ieri impensabile. Dalla Gran Bretagna giunge notizia che la possibilità di alienare ovuli dietro contropartita in denaro è vicina a realizzarsi. E giunge notizia di un disegno di legge che autorizzerebbe la manipolazione genetica degli embrioni umani, per il momento a fini di sperimentazione, più avanti a scopi riproduttivi. Ciò che colpisce, diciamo pure sconvolge, non è soltanto la gravità delle prospettive che si aprono con l'abbattimento di questi confini, ma il silenzio con il quale le notizie sono accolte in parte della comunità scientifica, in tanti ambienti culturali, a cominciare dai nostri. Stanno venendo meno le ultime barriere sulle quali pure tutti sembravano d'accordo sin dall'inizio delle discussioni in materia di bioetica: il rifiuto del profitto nelle disponibilità genetiche, la condanna di principio della manipolazione su embrioni umani per migliorare la specie. Soltanto qualche anno addietro un autore di bioetica come Jean-Yves Goffi rimproverava agli antirelativisti di difendere ad oltranza determinati principi per paura della "china fatale". La china fatale consisterebbe nel fatto che, accettando alcuni compromessi, inevitabilmente si giungerebbe poi ad abusi spaventosi da evitare comunque. Dalle unioni civili si passerebbe al matrimonio e alla adozione per coppie omosessuali. Dall'eutanasia moderata si passerebbe al suicidio assistito. Dalla fecondazione artificiale si passerebbe alla manipolazione degli embrioni. Goffi negava che si sarebbe giunti a tanto. Oggi egli si trova nella scomoda posizione di chi è smentito clamorosamente dai fatti in tempo quasi reale: in pochi anni, in alcuni paesi, si è percorsa tutta la china fatale che era possibile percorrere; oggi si superano quelle colonne d'ercole che si ritenevano insuperabili. Ma in una condizione preoccupante e grave ci troviamo tutti noi, si trovano le società occidentali che assistono inerti ad un declino etico che non si arresta più. La logica del profitto, oggi per qualche centinaia di euro domani per molto di più, riduce la persona nella sua individualità più intima a merce e apre le porte a nuove forme, solo velate, di servitù degli esseri umani, della donna in particolare. La manipolazione degli embrioni, pur formalmente inibita dalla normativa europea, sarà applicata prima per qualche lieve ritocco, il colore dei capelli o degli occhi di cui parla la letteratura specializzata. Poi, come già ha annunciato dalla stampa, per avere un figlio sempre più sano, forte, intelligente. Con un senso di superiorità verso gli altri, verso coloro che sono soltanto esseri normali, con le loro debolezze e i loro limiti. Chi non è neanche normale verrà emarginato e rifiutato. Quasi la prefigurazione di una selezione della specie per i più ricchi, e per i più cinici. Nel frattempo, la coscienza si assopisce, si stemperano i valori che la ispirano e la arricchiscono, si accetta tutto ciò che la tecnica realizza giorno dopo giorno, si perde il senso di sé e della preziosità della vita. È la fine non soltanto delle concezioni religiose e trascendenti, ma di quell'umanesimo che pure ha animato e sorretto tante cose buone della modernità. Sta qui, forse, il problema vero della nostra epoca. Nell'accettare la realtà materiale e i suoi sviluppi come padrona nostra e della nostra coscienza. E nell'ascoltare quasi indifferenti le voci che si richiamano ai valori più alti, come fossero voci tra le altre voci, senza che esista più un metro di giudizio, un criterio di valutazione, una vera possibilità di scelta. C'è, invece, un'alternativa capace di smuovere il clima d'inerzia nel quale siamo immersi e di suscitare l'impegno di uomini e donne. È quella, come altre volte nella storia, di tornare a mettere al centro delle scelte culturali, di quelle legislative, la persona nella sua unicità e irripetibilità e di sostenere l a vita in tutte le sue manifestazioni come qualcosa di prezioso e di insostituibile. Si tratta di una alternativa che supera la contingenza e la quotidianità ma chiama in causa la religione, la cultura, la politica, perché riguarda tutti e investe il futuro della modernità.

28 febbraio 2007

La battaglia della vita

Così il pastore filosofo Ratzinger resiste sulla trincea della difesa dell’umano
Benedetto XVIRoma. Incurante di sarcasmi e anatemi di chi lo vorrebbe, se non proprio silenzioso, quanto meno concentrato innocuamente su asettiche questioni dogmatiche, Papa Benedetto XVI continua a dimostrare che volgere gli occhi al cielo non significa rifiutarsi di vedere ciò che avviene sulla terra. E sulla terra – lo conferma la cronaca quotidiana, proprio in queste ore, tra lo sdoganamento inglese della vendita di ovociti e il “miglioramento” genetico di embrioni – è in atto un tentativo senza precedenti di ridisegnare il senso stesso del termine “umano”.
Se quel tentativo passa nell’indifferenza o nell’inconsapevolezza generale, rubricato sotto il confortante titolo di “progresso scientifico che si autogiustifica in nome della felicità e della salute per tutti”, questo Papa ritiene invece sia suo preciso compito smascherarlo per quello che è. Lo va facendo da tempo, in ogni possibile occasione pubblica. Dei suoi appelli c’è chi si lamenta, come se quel battere reiterato su certi tasti (famiglia, origine, fine e manipolazione della vita, eugenetica) significasse scarsità di altri argomenti. Ma i punti richiamati dal Papa appaiono, a chi ha occhi per vedere, decisivi per il presente e il futuro degli esseri umani. Anche sabato, rivolgendosi ai congressisti chiamati da ogni parte del mondo e dalla Pontificia Accademia Pro Vita a discutere di obiezione di coscienza, il Papa ha ricordato che il diritto alla vita, “fondamentale in ordine agli altri diritti umani”, va difeso contando “su motivazioni che hanno profonde radici nella legge naturale e che possono quindi essere condivise da ogni persona di retta coscienza”.
Non ha paura, il Pontefice, di chiamare a raccolta credenti e non credenti. I suoi argomenti volano alto e non lasciano spazio a piccine dietrologie politicanti. La trincea della difesa dell’umano, al centro della sua azione pastorale, non riguarda solo chi ha fede ma anche, come dice con espressione faticosa ma efficace il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tutti coloro che sanno cos’è l’“adeguata autocomprensione etica” del genere umano. Tutti coloro che, cioè, sanno riconoscere l’umano dove si manifesta. Operazione sempre più difficile, perché, dice Ratzinger, “nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità, ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione”. Il Papa dice che “gli attacchi al diritto alla vita in tutto il mondo si sono estesi e moltiplicati, assumendo anche nuove forme”. Non ci sono solo l’aborto (anche nella variante del “ricorso alla liberalizzazione delle nuove forme di aborto chimico sotto il pretesto della salute riproduttiva”), le “politiche del controllo demografico”, la promozione di “leggi per legalizzare l’eutanasia” e le “spinte per la legalizzazione di convivenze alternative al matrimonio e chiuse alla procreazione naturale”. L’attacco all’umano oggi assume anche la forma della “ricerca biotecnologica più raffinata, per instaurare sottili ed estese metodiche di eugenismo fino alla ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’, con la diffusione della procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi tendenti ad assicurarne la selezione. Una nuova ondata di eugenetica discriminatoria trova consensi in nome del presunto benessere degli individui”.


Londra supera ogni confine alla ricerca del “golden embryo”. “E’ la via degli abusi genetici”

Roma. “Riusciranno gli illuminati Bellerofonti a prevalere sulle loro chimere?”, chiedeva qualche anno fa il biologo americano Ward Kischer, guardando alle ultime conquiste della frontiera inglese. La Gran Bretagna è il primo paese europeo ad aver introdutto l’aborto legale, in cui è nata la prima bambina fecondata in vitro e dove la sperimentazione umana progredisce a ritmo faustiano. Patria del pragmatismo scientista che ha dato i natali a Bacone, Galton, Darwin, Malthus e alla dinastia Huxley, l’Inghilterra ha ospitato i primi casi di inseminazione artificiale addirittura negli anni Trenta, seppure clandestinamente. E dal 1973 il servizio di fecondazione artificiale è rimborsato dal governo.
Il governo Blair, assicurano per motivi opposti fautori e detrattori della manipolazione embrionale, accoglierà anche l’ultima iniziativa che giunge dai castelli della genetica anglosassone. Ieri il Daily Telegraph rivelava che sarà forse possibile intervenire su un figlio appena concepito, “migliorandone intelligenza e aspetto”. L’Inghilterra diverrebbe il primo paese al mondo a consentire il “perfezionamento” degli embrioni umani. Ricordiamo che non ha mai aderito al Protocollo del Consiglio d’Europa contro la clonazione e nel 2002 la Camera dei Lord diede via libera alla clonazione, altro primato. “Dicono che la manipolazione avverrà solo per ricerca”, spiega Josephine Quintavalle, direttrice del Comment on reproductive ethics, organo da sempre in lotta contro la ricerca sugli embrioni. “Ma qui tutto è iniziato con questa promessa, è il primo passo per usare la tecnica nella fecondazione. E’ molto probabile che il governo accetti anche questo passaggio, com’è successo con gli ibridi. Entro marzo avremo la nuova bozza di legge sulla riproduzione artificiale. Ci sono state 25 proposte di cambiamento di norme. Una di queste intende eliminare la considerazione che il bambino ha bisogno di un padre”. Non è sorpresa Helen Watt, direttrice del Linacre center for healthcare ethics. “Siamo avviati sulla strada degli abusi genetici contro l’embrione, materiale da laboratorio. Il governo Blair è da sempre a favore della ricerca che crea e distrugge l’embrione umano. Non si rende conto della posta in gioco”.
Scalzata dalle tigri asiatiche, l’Inghilterra nel 2006 è tornata a essere leader nell’avventurismo genetico. La Human fertilisation and embryology authority, massimo organo bioetico, ha dato il via libera alla prima banca dello sperma “specializzata” nell’inseminazione di coppie lesbiche, alla selezione embrionale per portatori del gene del cancro al colon e di quella degli embrioni femmina che un giorno potrebbero sviluppare un particolare tipo di cancro al seno. E’ stata poi la volta della diagnosi preimpianto, degli ibridi umano-animali, dell’embrione nato da materiale genetico da madri differenti, della selezione sessuale dei figli e del pagamento di 375 sterline per donazione di ovociti. “Giocano con la genetica umana, aspettiamoci un disastro dietro l’altro”, conclude Quintavalle. “Tutti i cowboy genetici ci citano come esempio di illuminismo”. “Padre” scientifico di Louise Brown, nel 1999 Bob Edwards annunciò che “presto sarà peccato per i genitori avere un figlio portatore dei tetri fardelli delle malattie genetiche”. Venticinque anni fa, forte della fama di benefattore delle coppie infertili, si era spinto anche a profetizzare che “dedicarsi alla fecondazione in vitro senza prevenire la nascita di bambini minorati è indifendibile”.

(Il Foglio - 27/02/2007)

11 gennaio 2007

Intervista a Paolo De Coppi

«La mia scoperta nata rispettando l'embrione»

di Elisabetta Del Soldato (L'Avvenire - 11/1/2007)

Sono stati tre giorni di fuoco per Paolo De Coppi, il ricercatore italiano che ha scoperto per la prima volta nel liquido amniotico cellule staminali con capacità rigenerative simili a quelle dell’embrione. Da quando, lunedì scorso, la sua ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Biotechnology, che ne ha ufficializzato i risultati, il suo telefono non ha più cessato di squillare un secondo. «Non vedo l’ora che sia tutto finito – sorride –. Il mio è un lavoro che richiede concentrazione e al momento è assolutamente impossibile trovare un attimo di pace...». De Coppi, veneto di Santa Lucia di Piave, un paesino vicino a Conegliano, 35 anni ancora da compiere, una moglie avvocato e due figlie di quattro anni e un anno e mezzo, vive a Londra dove sta svolgendo il doppio ruolo di primario chirurgo e di ricercatore nell’ospedale pediatrico più famoso d’Europa, il Great Ormond Street. Un posto che, data la sua giovane età, non potrebbe avere in Italia ma che gli sta permettendo di accumulare esperienze che poi importerà in Italia, dov’è intenzionato a tornare. Prima di Londra, nel 2000, De Coppi era approdato alla Harvard University di Boston, e precisamente nel laboratorio di Anthony Atala, il coordinatore dello studio che ha portato alla scoperta, oggi residente alla Wake Forest University di Winston Salem. È a Boston che il ricercatore italiano aveva cominciato a lavorare sulle malformazioni fetali.

Dottor De Coppi, perché la necessità di lasciare l’Italia?
In realtà non mi sento di aver "lasciato" l’Italia. In questi giorni hanno scritto che sono fuggito, ma non è affatto così. A Londra sto svolgendo un’esperienza di tre anni e in questo periodo ho intenzione di tornare spesso a Padova dove un gruppo di miei colleghi – tredici, per la precisione – stanno portando avanti le ricerche che abbiamo cominciato insieme nel campo delle staminali. Devo sottolineare che non mi piace che questa scoperta delle staminali nel fluido aminiotico sia stata così personalizzata. Il mio è stato e continua a essere un lavoro di équipe. Voglio citare soprattutto Laura Perin, padovana, che attualmente lavora a Los Angeles, e la mia alter ego, Michela Pozzobon, che sta portando avanti il lavoro a Padova. Senza di loro questa scoperta non sarebbe stata possibile. Inoltre ribadisco che la mia non è stata una fuga: il problema è che in Italia non arrivano gli stranieri e che noi spesso siamo costretti ad accettare posti all’estero per portare avanti ricerche che da noi non sarebbero finanziate. Qui al Great Ormond Street, per esempio, siamo di tante nazionalità: il bello è che lavoriamo con persone selezionatissime da tutto il mondo.

Cosa l’ha spinta a scegliere la strada della ricerca sulle cellule staminali?
Una forte determinazione. Mia moglie spesso dice che sono duro come un coccio, e penso che abbia ragione. Vengo dalla campagna, non ci sono professori nella mia famiglia. Alla facoltà di Medicina a Padova fui molto ispirato da un grande medico, il professor Guglielmi. Più tardi mi sono appassionato alle malformazioni del feto mentre in me cresceva l’idea di trovare un’alternativa alla chirurgia fetale, perché può essere pericolosa sia per il bambino sia per la madre. L’idea di partenza che ho sviluppato con Atala era quella di guardare nel liquido aminiotico per vedere se, oltre alle cellule già differenziate usate abitualmente per la diagnosi prenatale, vi fossero anche cellule staminali isolabili e utilizzabili per crescere tessuti da usare dopo la nascita del bambino malato. Trovate le cellule, le abbiamo studiate scoprendo che si comportavano in maniera simile a quelle embrionali. Da quel momento abbiamo lavorato per dimostrare che si trattava di cellule staminali valide: un lavoro che è durato ben sette anni.

La sua ricerca può ora sostituire quella nelle cellule staminali embrionali?
Le cellule staminali trovate nel liquido amniotico sono diverse da quelle embrionali. Le cellule embrionali sono molto importanti, ma personalmente, per le mie convinzioni etiche e religiose, non ho intenzione di usare embrioni per fare ricerca. Rispetto gli embrioni perché gli embrioni sono vita umana. Ricordo inoltre che per la ricerca si possono usare linee cellulari preesistenti ottenute da cellule ed embrioni morti, ma è un territorio questo molto controverso nel quale non intendo addentrarmi.

La sua ricerca è stata osannata da molti soprattutto perché eviterebbe il sacrifico di embrioni a fini scientifici. Lei ha parlato apertamente di scelta etica. È vero però che anche estraendo il liquido amniotico si mette a rischio la vita di un bambino: le statische parlano di un feto su cento...
Sono cosciente di questo rischio e sono felice che finalmente venga sollevata l’obiezione. È vero: estrarre il liquido amniotico può essere rischioso. Ma la ricerca condotta assieme ad Atala dimostra che è possibile trovare cellule staminali anche nella placenta: in questo caso i rischi vengono completamente azzerrati.

Come mai non si è ancora parlato delle staminali della placenta?
Perché finora la ricerca si è concentrata sul liquido amniotico mentre le cellule della placenta devono ancora essere studiate a fondo. Ma già sappiamo che le probabilità di riuscita sono alte.

Come vede il rapporto tra scienza ed etica?
Personalmente credo sia importante che interagiscano. Prendiamo per esempio la matematica: la speculazione teorica non ha limiti, ma se la conoscenza viene usata per costruire una bomba allora deve entrare in campo l’etica e stabilire priorità. Non mi reputo però uno specialista di etica....

Quale rapporto esiste tra la sua fede e il lavoro di ricercatore?
Un rapporto ottimo. Sono credente, cattolico praticante, e non ho mai considerato la mia fede un ostacolo. Tutt’altro: è stata proprio la mia fede a spingermi in questo settore. È stata la mia fede che mi ha chiesto di trovare alternative alla ricerca sulle cellule degli embrioni. La fede per me è una ricchezza, non certo un ostacolo.

Lei spesso viene chiamato a operare d’urgenza. Come riesce a conciliare il suo lavoro di medico con le esigenze della ricerca e, ora, la pressione dei media di tutto il mondo?
È molto difficile. Da una parte sono felice e mi sento estremamente fortunato, dall’altra in questi giorni mi sembra di aver perso il contatto con la realtà. Per fare il lavoro che sto svolgendo al Great Ormond Street sono necessari tanta concentrazione e dedizione. E in questo momento non è possibile perché sono al centro dell’attenzione. Un grande rammarico è che la scoperta delle staminali nel liquido amniotico sia uscita così improvvisamente dopo che ne parlavamo da molto tempo. Purtroppo c’è voluta l’autorità di una rivista americana come Nature Biotechnology per rendere uno studio così importante degno di essere reso di pubblico dominio.

Embrioni...

Definiti nelle prime 24 ore

In nessun momento siamo massa informe

Marina Corradi (L'Avvenire - 11/1/2007)

Il "progetto" di un embrione è già definito 24 ore dopo il concepimento. Quando lo zigote, la prima cellula nel nuovo organismo, si è moltiplicata appena due volte, già ha un asse che resterà riconoscibile nell'asse di sviluppo dell'individuo. E già è definito esattamente da quali cellule si svilupperà la nuova creatura, e quali invece formeranno la placenta.
Lo afferma una ricerca dell'Università di Cambridge - anticipata da «Nature» - che dopo lunghi studi sugli embrioni dei topi contraddice quella che era fino a pochi anni fa convinzione generale dell'embriologia: e cioè che per diversi giorni dopo il concepimento l'embrione sia semplicemente una massa informe di cellule, destinate a una differenziazione solo dopo l'annidamento nell'utero materno.
Il lavoro potrebbe avere delle ripercussioni sulla ricerca con le staminali, e anche sulla medicina prenatale. Una "differenziazione" cellulare così precoce porrebbe il problema di quei prelievi tendenti a accertare malattie genetiche ereditarie, che vengono effettuati quando l'embrione si è moltiplicato a otto cellule. Benché sia conosciuta la "flessibilità" dell'embrione nei suoi primi stadi, il dubbio che insorge è che si debba prestare attenzione a "quali" di queste cellule vengono prelevate.
Ma, al di là delle conseguenze pratiche, l'annuncio di Cambridge assume un altro valore: nei mammiferi, e dunque nell'uomo, l'embrione non è, nemmeno nelle primissime duplicazioni, massa amorfa, non è materia grezza in attesa di essere organizzata. Non è "cosa", ma - fin dal principio - disegno. Già 24 ore dopo i compiti sono stabiliti, la mappa del nuovo individuo segnata e, diremmo anzi, scritta.
Addirittura si fa l'ipotesi che il punto stesso della penetrazione dello spermatozoo nell'ovocita "indirizzi" lo sviluppo dell'organismo. Quel punto infinitesimale nel buio non cadrebbe dunque dove vuole, nella casualità di una natura cieca. Invece, si tratterebbe di un luogo preciso, come voluto - quello e non un altr o, perché già da tale particolare inclinazione nella sfera dello zigote verrebbe la prima traccia del nascituro. «C'è la memoria della prima scissione cellulare, nella nostra vita», ha scritto commentando un lavoro precedente Magdalena Zernicka-Goetz, autrice del lavoro pubblicato da «Nature».
La memoria di una impronta originaria, diversa da ogni altra fin dal primo giorno. In nessun momento un uomo uguale alla pura materia, o indistinguibile da ogni altro suo simile. Già nell'oscurità profonda dell'inizio, un disegno unico, mai ripetuto né più ripetibile. Quattro cellule e dentro, pronto a dispiegarsi, il cervello, le mani, gli occhi di un figlio.
Gli uomini, in questo buio di cui ancora sanno così poco vanno a mettere le loro mani orgogliose: tolgono, manipolano, selezionano. Come se fosse "roba". Come se fosse un niente. Mentre c'è tutto, lì dentro, nascosto in un microscopico infinito: un altro uomo, dunque un mondo intero.
C'è una scienza, oggi, che dopo la pretesa arrogante comincia a dirci: eppure, il primo giorno già c'è un disegno. Commuove, una scienza capace di essere così grande, e umile insieme. Ma che già tutto fosse scritto, il primo giorno e, crediamo anzi, fin dal primo istante, altri uomini l'avevano intuito. «Non ti era occulto il mio essere/ allorché io fui formato nel segreto/ ed ero intessuto nelle profondità della terra», cantava un ignoto salmista ebreo, forse tremila anni fa.

22 dicembre 2006

Verso l'abolizione del padre

L’ULTIMA FRONTIERA: FAR FIGLI SENZA IL PADRE

È stata la prima, ed è tuttora fra le più permissive, delle leggi sulla fecondazione assistita in Europa. Ma la Human and Fertilisation and Embriology Act è del 1990, e per il governo inglese è superata. Il ministro per la Salute Caroline Flint ha dunque presentato una proposta di riforma che sta facendo rumore soprattutto per l'apertura all'ipotesi di consentire l'ibridazione in vitro fra embrioni umani e animali. Benché solo a fini scientifici, «per facilitare la ricerca sulle cellule staminali». Approvata la riforma, dunque, in Gran Bretagna si potrebbero produrre embrioni-chimera, mezzi uomini e mezzi mucca, o cane. Non che si intenda farli nascere: servono semplicemente per farli a pezzi: insomma a nobili fini di studio.
Ma se l'apertura alle chimere è la più vistosa - e sinistra - novità, altri punti della bozza presentata meritano di essere sottolineati. Il più significativo è che non ci sarà più bisogno di una figura paterna per accedere a un trattamento di fertilità. Madri singole e unioni gay equiparate dunque a quelle eterosessuali. Due donne, due uomini o una donna sola, nel progetto inglese equivalgono a quelle coppie che osiamo definire "normali" - cioè composte da un uomo e una donna. L'unico punto su cui il progetto, a questo proposito, dice di no è la possibilità di produrre un embrione in vitro con il materiale genetico di due donne, combinazione ormai possibile nell'avanzare trionfante del progresso scientifico. Ma, per il resto, a chi domanderà a un medico di avere un figlio grazie alle provette, non si chiederà più dov'è il futuro padre. Chi ha detto che una figura paterna è necessaria? Si cresce benissimo anche senza, dice il ministro della Salute del governo Blair.
È l'ulteriore passo avanti, questa riforma inglese, di una cultura che da decenni tende all'eliminazione del padre. Già da tempo psicologi e sociologi osservano l'emarginazione dalla famiglia della figura maschile - prima attaccata dal femminismo, poi svuotata dalla carat teristica economica di "capofamiglia" dal lavoro femminile - e un crescente "maternage", o prevalenza della madre, nel rapporto con i figli. L'avvento della fecondazione assistita, riducendo l'apporto del padre a una provetta - e a volte proveniente da uno sconosciuto - aveva inflitto un nuovo colpo alla significanza del padre nell'immaginario collettivo. Il progetto inglese conclude l'operazione: nemmeno in vista dell'educazione del bambino la presenza di un padre è ritenuta utile.
Qualunque formula, tra le possibilità infinite delle "nuove" famiglie, va bene per crescere un figlio, senza bisogno alcuno di ricorrere a quella vetusta figura maschile. Il fatto che le ricerche svolte negli Usa e in Gran Bretagna affermino che la maggior parte dei comportamenti devianti giovanili vengano da ragazzi cresciuti in famiglie senza padre, dev'essere per il governo Blair un puro caso. Il padre, nell'analisi che della famiglia fece Freud, simboleggiava l'autorità, quello che stabiliva un limite fra ciò che era giusto, e sbagliato. Ma, in quella cultura iniziata nel 1968 a Parigi al grido "vietato vietare", e poi fiorita in un attacco radicale alla famiglia e alla procreazione, era chiaro che per il padre - quello che stabilisce il limite - si preparavano tempi duri.
Già lo avevano ridotto a una provetta. Ora non se ne richiede più nemmeno la presenza in casa. Espulso, come un vecchio mobile inutile. Quel divieto di far figli con materiale genetico solo femminile, dice che la tentazione c'è già. E dimostra come la fecondazione artificiale veramente abbia aperto la porta a una impressionante mutazione antropologica.
(L'Avvenire - 15/12/2006)

Scienza & Vita



08 novembre 2006

mah...

La chimera non è più una chimera

Scienziati inglesi vogliono produrre embrioni ibridi animali-uomo

La Hfea, autorità inglese per la fecondazione umana e l’embriologia, ha da ieri tre mesi di tempo per decidere se rilasciare, a due diverse équipe di ricerca (una guidata da Stephen Minger, del King’s College di Londra, e l’altra da Lyle Armstrong, del North East England Stem Cell Institute di Newcastle), una licenza che autorizzi la creazione di ibridi con ovociti di vacche, conigli e capre inseminati con sperma umano. Scopo dichiarato degli esperimenti è quello di trarre cellule staminali dagli embrioni “allo 0,1 per cento animali e al 99,9 per cento umani” che ne risulterebbero, in vista di ipotetici usi terapeutici in malattie incurabili, come distrofia muscolare, morbo di Parkinson e Alzheimer. La procedura d’urgenza scelta dai richiedenti farà sì che, se la Hfea non darà il proprio parere nei temini stabiliti, varrà il principio del silenzio-assenso.
Tutto questo significa che ciò che sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa, e cioè la contaminazione di umano e animale nella genesi della vita (la stessa Hfea aveva giudicato inammissibile, nel 1990, la mescolanza di gameti umani e animali) risulterà avallato da un atto poco più che amministrativo, in nome del superiore interesse della ricerca. Che ha sempre molta fretta e non può aspettare, nemmeno in un campo di così evidente delicatezza, le normali procedure di discussione e di approfondimento. La creazione di chimere uomo-animale è la strada scelta dai ricercatori inglesi per sopperire alla cronica carenza di ovociti necessari alle pratiche di clonazione (cosiddetta) terapeutica, dato che sono sempre troppo scarse le donne disposte a donare i propri gameti. Poco male se il risultato assomiglia all’incubo descritto dallo scrittore inglese H.G. Wells ne “L’isola del dottor Moreau”. Nella finzione letteraria, lo scienziato pazzo creava uomini-leone guerrieri, uomini-cane servitori e uomini-bue operai. Nella realtà dei laboratori britannici, diventerà pratica corrente fabbricare esseri con percentuali variabili di umanità, da usare come riserva di staminali. Sempre che non riesca a farsi sentire il fronte degli oppositori al progetto chimera. Ieri, l’attivista pro-life Josephine Quintavalle ha definito “aberrante” l’idea di mescolare umano e animale nell’identità genetica. “E’ un sentimento umano primario – ha dichiarato al Telegraph – l’idea che animali e creature umane non debbano essere mescolati”.

(Il Foglio 8/11/2006)