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02 novembre 2009

Toscana: troppi «registri», pochi registrati

da Avvenire - 29/10/2009

Le iniziative largamente propagandate di raccolta dei testamenti biologici in alcuni Comuni si stanno risolvendo nel prevedibile insuccesso

A fare da apripista è stata Pisa: da inizio luglio, infatti, è possibile recarsi a Palazzo Gambacorti, sede dell’amministrazione comunale, e depositare il proprio testamento, mutuato dal modello Veronesi che prevede, sic et simpliciter, la rinuncia ad idratazione ed alimentazione artificiale, escluse invece dal testo di legge-Calabrò, approvato al Senato e ora alla Camera.

Pochi giorni dopo il registro è arrivato anche nel comune di Calenzano, cittadina tra Prato e Firenze: la delibera con cui la giunta dava il via libera a un registro delle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento) è del 28 aprile, ma solo dal 21 luglio i cittadini hanno potuto recarsi a palazzo comunale per depositare le proprie Dat. Si tratta di un modello più articolato di quello pisano, dove il cittadino è invitato ad esprimere se desidera accettare o rifiutare, ad esempio, cure palliative, respirazione meccanica, idratazione e nutrizione artificiale, dialisi, ma anche interventi di chirurgia d’urgenza, trasfusioni di sangue e persino terapie antibiotiche.
Da allora, la corsa all’adozione di un registro per la raccolta di testamenti biologici o delle Dat, ha coinvolto molti altri comuni. Un registro è già operativo a San Giuliano Terme, centro termale all’immediata periferia di Pisa.
Presto potremo vederli anche nei comuni di Firenze, Livorno, Rosignano, Fiesole e Massa, e nel palazzo dell’amministrazione provinciale a Pisa, dove i consigli hanno impegnato le rispettive giunte ad organizzare questo servizio. A Empoli l’approvazione di una mozione vincolante su questo tema è stata preceduta da due manifestazioni pubbliche promosse dall’associazione Liberi di Decidere, dove sono state raccolte sul posto – secondo i promotori – duecento Dat.

Ovunque questa decisione è stata accompagnata da polemiche politiche. Il Pdl ha fatto opposizione. A Massa il gruppo consiliare dell’Udc, che pure appoggia la maggioranza, si è smarcato dall’odg.
Nel Pd, per quanto ci risulta, solo il vicepresidente del Senato Vannino Chiti ha criticato apertamente il documento approvato dal consiglio comunale di Firenze: «Il consiglio comunale non ha competenza in questa materia – ha osservato Chiti –. Occorre una legge nazionale» e dunque sarebbe stato meglio, semmai, sollecitare il Parlamento a fare la sua parte.
«Deliberare l’istituzione del registro del testamento biologico senza fondamento giuridico è un atto privo di efficacia – ha continuato Chiti – che mette soltanto una bandierina su temi che sono invece di estrema serietà e importanza».

Ricorda volentieri le parole di Chiti il capogruppo Udc in consiglio regionale Marco Carraresi. Che osserva però: «Fatta questa debita eccezione, è utile osservare come ormai nel Pd vige il pensiero unico, quello che considera l’aborto un diritto, la pillola abortiva un bel passo avanti, che plaude a Beppino Englaro e alla scelta di far morire di fame e di sete Eluana, quello che sulla fecondazione assistita vuol tornare alla sperimentazione sugli embrioni umani, quello che è a favore dell’equiparazione tra famiglia e coppie di fatto, anche omosessuali».
Si difende il Pd fiorentino: «Quella di una legge che sancisca il diritto al testamento biologico è un’esigenza avvertita dall’80% degli italiani, senza distinzione di fede o di appartenenza
Ma è proprio così? Questa la situazione nelle città che hanno già un registro: a Pisa (88 mila residenti) l’assessore Maria Paola Ciccone aveva presentato la delibera con cui la giunta di Palazzo Gambacorti aveva deciso di istituire un registro per la raccolta dei testamenti biologici, asserendo che essa andava incontro a numerose richieste dei cittadini.
Richieste ridotte a circa cinquanta «dichiarazioni» fino a oggi depositate.
Va un po’ meglio (si fa per dire) a Calenzano, cittadina di 15.700 abitanti, e 24 Dat depositate nell’ufficio del responsabile dell’Urp.
Non sfonda l’idea del testamento biologico a San Giuliano Terme, comune di 31.317 abitanti: chi desidera depositarlo deve recarsi allo sportello (certamente più protetto rispetto agli altri che ha in dotazione l’ufficio per il pubblico) dei servizi cimiteriali.
Un’esperienza che ha fatto, ad oggi, una sola persona.
L’idea che ci siamo fatti è che, dopo annunci altisonanti, nessuno abbia voglia di fare troppa pubblicità a questo servizio. Un esempio? Gli informatici del comune termale, nei primi giorni di lancio del testamento biologico, gli avevano dato una bella rilevanza nella home page del sito: dopo pochi giorni, per scaricare il modulo del testamento occorre addentrarsi in un labirinto telematico da cui uscire risulta difficile anche ad esperti internauti.
Andrea Bernardini

19 marzo 2009

Papa, Africa e preservativi

Il Papa ha espresso la sua opinione sull'argomento. Questa opinione è sicuramente discutibile, molti prelati sono contrari.
Personalmente credo che sia giusto che una coppia sposata, se uno o entrambi sono malati di aids, abbiano rapporti usando il preservativo. Questo perché nel matrimonio è fondamentale il rapporto sessuale, non credo che sia un bene vivere sempre "come fratello e sorella", si perde una parte fondamentale del sacramento. E l'uso del preservativo è il cosiddetto "male minore", concetto questo largamente usato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, anche riguardo alla guerra, all'aborto o all'omicidio in generale.
Detto questo, ritengo che comunque il Papa abbia detto giusto sul fatto che la distribuzione di preservativi non è la soluzione migliore. Si può dire che da sola è assolutamente inutile. Credo che sia necessaria un'educazione sessuale, come viene fatta anche qui da noi.
Ed è sicuramente vero che l'educazione alla morale sessuale cristiana sarebbe una soluzione ottimale, perché se tutti avessero rapporti solo con il coniuge è ovvio che il problema dell'aids si ridurrebbe molto.
Il Papa ha detto che il modo migliore per non prendere l'aids è non fare sesso, e questo è ovviamente vero. Ma al giorno d'oggi una cosa del genere è proibito dirla.
Queste comunque sono le parole esatte di Benedetto XVI: «non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano con cure gratuite, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici, al contrario, il rischio è di aumentare il problema».
Ma quello che più è scandaloso è vedere da chi sono venute queste critiche al discorso del Papa. E' proprio il caso di dire "da che pulpito viene la predica".
La Chiesa da sempre è impegnata, più di ogni altra organizzazione, nel sostegno economico, sociale, educativo, sanitario e umano alle popolazioni dell'Africa.
Mentre i vari governanti che fanno la predica al Papa cosa fanno per l'Africa? Hanno disatteso tutte le varie iniziative e obiettivi che si sono fissati nell'ultimo decennio, cioè i promessi aumenti di percentuali di pil da destinare ai poveri. L'OCSE afferma: ”I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 - si legge nel Development Co-operation Report pubblicato in questi giorni - ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”.
Forse davvero tutti questi signori pensano di risolvere i problemi dell'Africa solo con i presevativi.

22 agosto 2008

«Dovunque cresca il rispetto per ogni persona»

Angelus del (17 agosto 2008)
«Dovunque cresca il rispetto per ogni persona»

Cari fratelli e sorelle,

Nell’odierna XX Domenica del tempo ordinario, la liturgia propone alla nostra riflessione le parole del profeta Isaia: "Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo / … li condurrò sul mio monte santo / e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. / … perché il mio tempio si chiamerà / casa di preghiera per tutti i popoli" (Is 56,6-7). All’universalità della salvezza fa riferimento anche l’apostolo Paolo nella seconda lettura, come pure la pagina evangelica che narra l’episodio della donna Cananea, una straniera rispetto ai Giudei, esaudita da Gesù per la sua grande fede. La Parola di Dio ci offre così l’opportunità di riflettere sull’universalità della missione della Chiesa, costituita da popoli di ogni razza e cultura. Proprio da qui proviene la grande responsabilità della comunità ecclesiale, chiamata ad essere casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l’intera famiglia umana.

Quanto è importante, soprattutto nel nostro tempo, che ogni comunità cristiana approfondisca sempre più questa sua consapevolezza, al fine di aiutare anche la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione e ad organizzarsi con scelte rispettose della dignità di ogni essere umano! Una delle grandi conquiste dell’umanità è infatti proprio il superamento del razzismo. Purtroppo, però, di esso si registrano in diversi Paesi nuove manifestazioni preoccupanti, legate spesso a problemi sociali ed economici, che tuttavia mai possono giustificare il disprezzo e la discriminazione razziale. Preghiamo perché dovunque cresca il rispetto per ogni persona, insieme alla responsabile consapevolezza che solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera.

Vorrei oggi proporre un’altra intenzione per cui pregare, date le notizie che giungono, specialmente in questo periodo, di numerosi e gravi incidenti stradali. Non dobbiamo abituarci a questa triste realtà! Troppo prezioso infatti è il bene della vita umana e troppo indegno dell’uomo è morire o ritrovarsi invalido per cause che, nella maggior parte dei casi, si potrebbero evitare. Occorre certo maggiore senso di responsabilità. Anzitutto da parte degli automobilisti, perché gli incidenti sono dovuti spesso all’eccessiva velocità e a comportamenti imprudenti. Condurre un veicolo sulle pubbliche strade richiede senso morale e senso civico. A promozione di quest’ultimo è indispensabile la costante opera di prevenzione, vigilanza e repressione da parte delle autorità preposte. Come Chiesa, invece, ci sentiamo direttamente interpellati sul piano etico: i cristiani devono prima di tutto fare un esame di coscienza personale sulla propria condotta di automobilisti; le comunità inoltre educhino tutti a considerare anche la guida un campo in cui difendere la vita ed esercitare concretamente l’amore del prossimo.

Affidiamo le problematiche sociali che ho ricordato alla materna intercessione di Maria, che ora invochiamo insieme con la recita dell’Angelus.

(Benedetto XVI)


10 luglio 2008

Arroganza

E' incredibile l'arroganza con cui certe persone si ritengono interpreti del pensiero di un'altra persona, anche se questa è in stato vegetativo. Nessuno può conoscere i sentimenti di chi è in coma da 16 anni, nessuno può sapere se il desiderio di questi malati terminali è di vivere o di morire. Neanche se uno è stato tutta la vita favorevole all'eutanasia, neanche se ha fatto il testamento biologico, si può essere certi che, una volta trovatosi in quella situazione, non desideri che si faccia tutto il possibile per prolungare la sua vita.
E' incredibile come il signor Englaro, la signora Welby, e altri nella loro situazione, parlino di pietà, di non discriminazione, quando sono i primi a non avere pietà per i loro congiunti, e a discriminarli, volendoli uccidere per poter smettere, loro stessi, di soffrire.
Che poi non si può neanche parlare di eutanasia, perché di fatto lasceranno morire Eulana di fame e di sete, quindi con grandissime sofferenze, come nel caso di Terry Schiavo.
E dov'è la pietà?

09 luglio 2008

Quando i giudici si fanno portavoce della cultura della morte

Il dott. Renzo Puccetti denuncia il tentativo di praticare l’eutanasia

di Antonio Gaspari


ROMA, mercoledì, 9 luglio 2008 (ZENIT.org).- La sentenza con cui la Corte di appello di Milano ha autorizzato la morte per fame e sete di Eluana Englaro ha suscitato le reazioni indignate dei medici.

Intervistato da ZENIT, il dott. Renzo Puccetti, medico-chirurgo, specialista in medicina interna di Pisa, ha affermato: “Credo che la sentenza dei giudici di Milano sia un altro tassello di quella cultura della morte ormai pervasiva nelle nostre istituzioni. Un tempo si diceva ‘finché c’è vita c’è speranza’ ma queste decisioni sembrano fatte apposta per togliere speranza alla vita”.

Alla domanda se sia possibile ritenere Eluana già morta, il medico di Pisa ha risposto che “la risposta scientificamente corretta è no, perché i criteri di accertamento della morte cerebrale non sono assolutamente soddisfatti nel caso di Eluana, tanto è vero che nessuno si sognerebbe mai di richiederne gli organi”.

Per rispondere a chi sostiene che Eluana non ha alcuna possibilità di miglioramento, Puccetti ha poi spiegato: “Ancora una volta la risposta corretta è no. Lo stato vegetativo è una diagnosi; l’aggettivo ‘permanente’ è scorretto perché formula una prognosi di cui nessuno può essere certo”.

A proposito dell’attività della ricerca in questo campo, il medico-chirurgo, Segretario dall’Associazione Scienza & Vita di Pisa-Livorno, ha spiegato che “soltanto da pochissimo tempo la medicina ha imparato che, almeno in alcuni pazienti in stato vegetativo, sono conservate funzioni complesse riconducibili ad uno stato di coscienza; si tratta di trovare il modo per stimolare queste funzioni che sembrano sopite e farle venire a galla”.

Puccetti ha commentato che “siamo troppo poco fiduciosi delle possibilità terapeutiche disponibili nei prossimi anni”. “Purtroppo – ha aggiunto – di fronte alla sfida della malattia la strada che si sceglie è quella di eliminare il portatore della malattia”.

Inspiegabile poi, secondo Puccetti, la sospensione del trattamento di idratazione e alimentazione.

“Per chi è sproporzionato? Non certo per la ragazza – ha risposto –, le cui preferenze sono state appurate sulla base di criteri che definire aleatori è un eufemismo”.

“Sotto le spoglie di una falsa pietà, affermando che il valore della persona risiede non in quello che è, ma in quello che riesce a fare – ha sottolineato Puccetti –, la sentenza promuove una cultura devastante per tutti i soggetti deboli della società”.

“Una cultura di morte – ha denunciato il medico pisano – che nell’eutanasia attiva avrà il prossimo obiettivo, come è già stato candidamente ammesso in un intervento di un’associazione vicina al fronte radicale”.

“Fino ad ora Eluana non ha sofferto – ha precisato Puccetti – almeno così ci dicono le conoscenze scientifiche disponibili, ma se verrà interrotta l’alimentazione e l’idratazione prepariamoci ad un nuovo caso Terry Schiavo”.

“Le ulcere che si formeranno nella pelle, le labbra riarse, le emorragie, le convulsioni, la necessità di morfina, così come è avvenuto per Terry, tutto questo, sarà per il bene di Eluana?”, si è poi chiesto amaramente.


13 maggio 2008

AMORE E VERITÀ

Salvatore Mazza - Avvenire - 11/5/2008

Sono passati 40 anni da quando Paolo VI decise la promulgazione dell’enciclica, ma «quanto era vero ieri, rimane vero anche oggi, proprio alla luce delle scoperte scientifiche»
«Mai la sessualità diventi una droga»

Benedetto XVI: l’amore sia sempre segno di rispetto


Sono passati quarant’anni, ma «quan­to era vero ieri, rimane vero anche og­gi ». Anzi, la «verità» espressa dalla «sofferta» Enciclica Humanae vitae di Pao­lo VI non solo «non muta», ma «proprio al­la luce delle nuove scoperte scientifiche, il suo insegnamento si fa più attuale e pro­voca a riflettere sul valore intrinseco che possiede». Appare infatti ancora più evi­dente oggi come è la dignità stessa della persona a essere messa in gioco quando «l’esercizio della sessualità si trasforma in una droga che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e interessi, senza rispet­tare i tempi della persona amata».
Benedetto XVI, ricevendo ieri i partecipanti al congresso internazionale promosso dal­la Pontificia Università Lateranense nel­l’anniversario dell’Enciclica montiniana, ha dunque ribadito con forza i principi pro­clamati dall’Humanae vitae. Un testo, ha detto, divenuto «ben presto segno di con­traddizione », e che ancora oggi «non solo manifesta immutata la sua verità, ma rive­la anche la lungimiranza con la quale il pro­blema venne affrontato». Documento, ha aggiunto, nel quale «l’amore coniugale vie­ne descritto all’interno di un processo glo­bale che non si arresta alla divisione tra a­nima e corpo né soggiace al solo senti­mento, spesso fugace e precario, ma si fa carico dell’unità della persona e della totale condivisione degli sposi che nell’acco­glienza reciproca offrono se stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che scaturisce da una genuina scelta di libertà». E come, allora, «potrebbe un simile amore rimanere chiuso al dono della vita?».
In un tempo nel quale la cultura è «sotto­posta alla prevalenza dell’avere sull’essere», la Chiesa «non può esonerarsi» dal «riflet­tere in maniera sempre nuova e approfon­dita sui principi fondamentali che riguar­dano il matrimonio e la procreazione». E «la legge naturale, che è alla base del ricono­scimento della vera uguaglianza tra le per­sone e i popoli, merita di essere ricono­sciuta come la fonte a cui ispirare anche il rapporto tra gli sposi nella loro responsa­bilità nel generare nuovi figli». Infatti «la trasmissione della vita è iscritta nella natura e le sue leggi permangono come norma non scritta a cui tutti devono richiamarsi.
Ogni tentativo di distogliere lo sguardo da questo principio rimane esso stesso steri­le e non produce futuro».
Per questo dunque «nessuna tecnica mec­canica può sostituire l’atto d’amore che due sposi si scambiano come segno di un mistero più grande che li vede protagoni­sti e compartecipi della creazione», e allora «co­me credenti non po­tremmo mai permette­re che il dominio della tecnica abbia ad inficia­re la qualità dell’amore e la sacralità della vita».
Nel finale del suo di­scorso Benedetto XVI è poi tornato sulla que­stione della formazione dei giovani, osservando che «si assiste sem­pre più spesso, purtroppo, a vicende tristi che coinvolgono gli adolescenti, le cui rea­zioni manifestano una non corretta cono­scenza del mistero della vita e delle ri­schiose implicanze dei loro gesti. L’urgen­za formativa, a cui spesso faccio riferi­mento, vede nel tema della vita un suo con­tenuto privilegiato». Di qui l’auspicio «che soprattutto ai giovani sia riservata un’at­tenzione del tutto peculiare, perché pos­sano apprendere il vero senso dell’amore e si preparino per questo con un’adeguata educazione alla sessualità, senza lasciarsi distogliere da messaggi effimeri che impe­discono di raggiungere l’essenza della verità in gioco». Infatti «fornire false illusioni nell’am­bito dell’amore o in­gannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l’esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che si richiama ai prin­cipi di libertà e di democrazia. La libertà – ha concluso il Papa – deve coniugarsi con la verità e la responsabilità con la forza del­la dedizione all’altro anche con il sacrificio; senza queste componenti non cresce la co­munità degli uomini, e il rischio di rin­chiudersi in un cerchio di egoismo asfis­siante rimane sempre in agguato».
«Dobbiamo riservare ai giovani grande attenzione perché possano apprendere il vero senso dell’amore, senza lasciarsi distogliere da messaggi effimeri»

01 aprile 2008

E' vita!

Sulla 194

Tanto per discutere, riporto qui la mail di una studentessa di Operazioni di Pace, Gestione e Mediazione dei Conflitti dell'Università di Firenze, a cui ero iscritto anch'io, pubblicata sul gruppo Yahoo degli studenti del corso di laurea. Allego anche la mia risposta.

Mail di Ilaria:

Dopo le polemiche di qualche tempo fa il dibattito sulla 194 non fa
più
notizia, ma questo non ci rende più tranquille. La laicità e la
questione
dell'autodeterminazione sembrano espulse da questa campagna
elettorale, in
cui le posizioni su questi temi sono sempre più simile
tra i due partiti
maggiori.

Per questo riteniamo fondamentale
continuare a tenere vivo il dibattito e
parlare di 194, sessualità,
contraccezione, laicità, e tutto quello che ci
viene in mente.

Lo
faremo con un'iniziativa venerdì 4 aprile, dalle ore 19.30 presso il
circolo di viaccia che non vuol essere un dibattito tra relatori
esperti e
pubblico, ma un'occasione di incontro e confronto attraverso
domande e
interventi: i nostri dubbi, le nostre domande a cui
risponderanno operatrici
sociosanitarie e esponenti della società
civile.

L'incontro si propone come occasione di confronto anche tra
donne di
generazioni e paesi diversi, perchè le conquiste degli anni
passati possono
essere patrimonio di tutte solo se vengono condivise, e
solo insieme
possiamo difenderle e renderle attuali.

in allegato
volantino dell'iniziativa,
19.30 aperitivo buffet (con possibilità di
spazio gioco per i bambini)
21.15 incontro con le operatrici
a seguire
dj set

per inviare le domande da fare alle operatrici,
www.
pratoasinistra.it/contact
______________________________

_________________
Elezioni mailing list
Elezioni@pratoasinistra.it
http://pratoasinistra.
it/mailman/listinfo/elezioni


Risposta mia:

Invece c'è Giuliano Ferrara che cerca di tenere vivo il dibattito sull'aborto.
Sulla grande conquista delle femministe di poter uccidere il proprio figlio se lo ritengono giusto.
Questa sì che è libertà! Perché dover tenere un figlio se si sogna di fare carriera, o se peggio ancora questo potesse nascere malato e richederebbe una quantità di affetto e di cure che una donna oggi non può di certo farsi carico. Meglio liberarsi subito da questo peso!
Anche a costo di farsi una violenza psicologica fortissima, come succede purtroppo a molte donne che abortiscono, ma questi in fondo sono solo effetti collaterali.
L'importante è che quel bambino non sia nato e non abbia sconvolto l'esistenza di una donna.
Io direi che per essere veramente laico uno stato dovrebbe smettere di obbligare la gente a seguire il comandamento della chiesa di non uccidere. Se uno vuole farlo perché la chiesa deve intromettersi e impedirlo?
Anche la 194 in fondo è limitativa, perché consente alle donne che non vorrebbero abortire di non farlo. Per fortuna i medici fanno di tutto per convincerle, e i centri di aiuto alla vita non li consulta nessuno. Ferrara vorrebbe che le donne potessero scegliere senza condizionamenti! E magari dare retta alla chiesa! Per fortuna voi femministe vi battete per impedirlo!

Forza compagne laiciste! Distruggiamo finalmente ogni diritto alla vita!!!

10 marzo 2008

Il Papa sulla Vita eterna

dall'omelia di BENEDETTO XVI

Chiesa di San Lorenzo “in piscibus”, Via Pfeiffer, Roma
V Domenica di Quaresima, 9 marzo 2008
[...]
Veniamo adesso al Vangelo di questo giorno dedicato ad un tema grande, fondamentale: che cosa è la vita? che cosa è la morte? come vivere? come morire? San Giovanni, per farci meglio capire questo mistero della vita e la risposta di Gesù, usa per questa unica realtà della vita due parole diverse, per indicare le diverse dimensioni di questa realtà “vita”: la parola bíos e la parola zoé. Bíos, come si capisce facilmente, significa questo grande biocosmo, questa biosfera che va dalle singole cellule primitive fino agli organismi più organizzati, più sviluppati; questo grande albero della vita, nel quale tutte le possibilità di questa realtà bíos si sono sviluppate. A questo albero della vita appartiene l’uomo; egli fa parte di questo cosmo della vita che comincia con un miracolo: nella materia inerte si sviluppa un centro vitale; la realtà che noi chiamiamo organismo.

Ma l’uomo, pur essendo parte di questo grande biocosmo, lo trascende perché è parte pure di quella realtà che san Giovanni chiama zoé. E’ un nuovo livello della vita, in cui l’essere si apre alla conoscenza. Certo, l’uomo è sempre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di embrione, ma se egli vive solo biologicamente, non sono realizzate e sviluppate tutte le potenzialità del suo essere. L’uomo è chiamato ad aprirsi a nuove dimensioni. Egli è un essere che conosce. Certo anche gli animali conoscono, ma solo le cose che sono interessanti per la loro vita biologica. La conoscenza dell’uomo va oltre; egli vuol conoscere tutto, tutta la realtà, la realtà nella sua totalità; vuol sapere che cosa è questo suo essere e che cosa è il mondo. Ha sete di una conoscenza dell’infinito, vuole arrivare alla fonte della vita, vuole bere a questa fonte, trovare la vita stessa.

E abbiamo toccato così una seconda dimensione: l’uomo non è solo un essere che conosce; egli vive anche in relazione di amicizia, di amore. Oltre alla dimensione della conoscenza della verità e dell’essere, esiste, inseparabile da questa, la dimensione della relazione, dell’amore. E qui l’uomo si avvicina maggiormente alla fonte della vita, dalla quale vuol bere per avere la vita in abbondanza, per avere la vita stessa. Potremmo dire che tutta la scienza è un’unica grande lotta per la vita; lo è soprattutto la medicina. In fin dei conti, la medicina è ricerca di contrapporsi alla morte, è ricerca dell’immortalità. Ma possiamo trovare la medicina che ci assicuri l’immortalità? E’ proprio questa la questione del Vangelo di oggi. Proviamo ad immaginare che la medicina arrivi a trovare la ricetta contro la morte, la ricetta dell’immortalità. Anche in quel caso, si tratterebbe pur sempre di una medicina che si collocherebbe entro la biosfera, una medicina certamente utile anche per la nostra vita spirituale e umana, ma di per sé una medicina confinata entro questa biosfera. E’ facile immaginare quel che succederebbe se la vita biologica dell’uomo fosse senza fine, fosse immortale: ci ritroveremmo in un mondo invecchiato, un mondo pieno di vecchi, un mondo che non lascerebbe più spazio ai giovani, al rinnovarsi della vita. Comprendiamo così che questo non può essere quel tipo di immortalità a cui aspiriamo; non è questa la possibilità di bere alla fonte della vita che noi tutti desideriamo.

Proprio a questo punto in cui, da una parte, capiamo di non poter sperare in un prolungamento infinito della vita biologica e tuttavia, dall’altra, desideriamo bere alla fonte stessa della vita per godere di una vita senza fine, proprio a questo punto interviene il Signore e ci parla nel Vangelo dicendo: “Io sono la Risurrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. “Io sono la Risurrezione”: bere alla fonte della vita è entrare in comunione con questo amore infinito che è la fonte della vita. Incontrando Cristo, entriamo in contatto, anzi in comunione, con la vita stessa e abbiamo già attraversato la soglia della morte, perché siamo in contatto, al di là della vita biologica, con la vita vera.

I Padri della Chiesa hanno chiamato l’Eucaristia farmaco dell’immortalità. Ed è così, perché nell’Eucaristia entriamo in contatto, anzi in comunione, con il corpo risorto di Cristo, entriamo nello spazio della vita già risorta, della vita eterna. Entriamo in comunione con questo corpo che è animato dalla vita immortale e siamo così già da ora e per sempre nello spazio della vita stessa. E così questo Vangelo è anche una profonda interpretazione di che cos’è l’Eucaristia e ci invita a vivere realmente dell’Eucaristia per poter essere così trasformati nella comunione dell’amore. Questa è la vera vita. Il Signore nel Vangelo di Giovanni dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Vita in abbondanza non è, come alcuni pensano, consumare tutto, avere tutto, poter fare tutto ciò che si vuole. In quel caso vivremmo per le cose morte, vivremmo per la morte. Vita in abbondanza è essere in comunione con la vera vita, con l’amore infinito. E’ così che entriamo realmente nell’abbondanza della vita e diveniamo portatori della vita anche per gli altri.

I prigionieri di guerra che erano in Russia per dieci anni e più, esposti al freddo e alla fame, dopo essere ritornati hanno detto: “Potevo sopravvivere perché sapevo di essere aspettato. Sapevo che c’erano persone che mi aspettavano, che ero necessario e atteso”. Questo amore che li aspettava è stata l’efficace medicina della vita contro tutti i mali. In realtà, noi tutti siamo aspettati. Il Signore ci aspetta e non solo ci aspetta; è presente e ci tende la mano. Accettiamo la mano del Signore e preghiamolo di concederci di vivere realmente, di vivere l’abbondanza della vita e di poter così comunicare anche ai nostri contemporanei la vera vita, la vita in abbondanza. Amen

09 marzo 2008

Pensieri di un "reduce"

Il concerto-intervento del cantautore in piazza Farnese

Il canto libero di Ferretti Giovanni Lindo

Piazza bella piazza a sostegno di una lista pazza

S'OSTINA

Da giovane frequentavo le piazze. Ogni sabato pomeriggio, per qualche anno, sono sceso in piazza a manifestare: occasioni internazionali, nazionali, locali, non mancavano. C’era sempre una bastarda repressione da contrastare, una nobile causa da sostenere. Certo non sono stato né il primo né l’ultimo che, nell’assoluta convinzione di essere libero, padrone della propria esistenza e votato alla miglior causa si è ritrovato poi a constatare l’infinita distanza, spesso la netta contrapposizione, tra la realtà e le parole usate per comprenderla e raccontarla. Tra la complessità del vivere e la sua riduzione a sequela rancorosa e lineare, tra il mistero della vita e la lista delle rivendicazioni. Convinto di luccicare di verità e di libertà mi sono ritrovato a proteggere l’oppressione e servire la menzogna. E’ stata la guerra che ha distrutto la Jugoslavia a travolgermi: la realtà e l’ideologia che avrebbe dovuto decodificarla erano inconciliabili. Anzi, l’ideologia che sostenevo era un peggiorativo dell’esistente. Un po’ come chi semina vento, raccoglie tempesta e si rammarica per il maltempo. A Mostar, ridente cittadina europea a vocazione turistica, travolta dall’odio e dal sangue, la realtà si presentava in forma beffarda. La linea del fuoco, cannoneggiata bombardata cecchinata, era il “viale della pace e della fratellanza tra i popoli”: il dogma dell’internazionalismo socialista e la bandiera del pacifismo. Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte c’era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un’anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnamenti.

LE COSE CAMBIANO

Me ne sono tornato a casa. Molte incombenze quotidiane, nessuna pretesa, nessuna rivendicazione. Fosse servito a qualcosa prendermi a schiaffi per la mia dabbenaggine l’avrei fatto. Ho preferito ringraziare per la vita che mi era stata donata. Non immaginavo un qualsiasi pubblico impegno per l’avvenire ma, per l’appunto, la vita oltre che dono, meraviglioso comunque, è un mistero che non siamo noi a determinare. Non così tanto come vorremmo. C’è altro oltre la nostra buona o pessima volontà. Ho cominciato a comprare il Foglio. La prima volta che l’ho visto, sullo scaffale di un’edicola, l’ho comprato, con un po’ di imbarazzo residuale, perché era bello. Come? – mi sono detto – in un tempo in cui i giornali sono sempre più gravati da titoli, fotografie, rubriche, allegati, colori, chi è che si permette tanta eleganza formale, tanta leggerezza?. Il Foglio è diventato il mio legame quotidiano con il contemporaneo e poi molto di più perché mi ha aperto alla conoscenza di mondi sconosciuti di cui percepivo la mancanza: il pensiero neo-conservatore americano, tanto per dirne uno. Grazie, di cuore, Giuliano Ferrara.

SIAMO CASI DIFFICILI

Un giorno al bar mentre bevevo il caffè mi sono messo a sfogliare l’Espresso che “dalla A alla Z” snocciolava tutti i bei nomi della musica, dello spettacolo. Tutti a favore dell’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. La cosa che mi ha innervosito oltre ogni limite era l’assunto indubitabile: la musica è il bene, il giusto e da che mondo è mondo il bene e il giusto sono di sinistra sono progressisti. Mi sono sentito chiamato in causa, proprio io, ero pur sempre il cantante dei CCCP Fedeli alla Linea, dei CSI. Non ci ho mangiato, non ci ho dormito, finché non ho scritto una letterina e l’ho spedita al Foglio grazie al quale avevo scoperto che, anche in quel caso come nella mia vita, tra la realtà e le parole che la raccontano si può creare un corto circuito. Spacciare l’eugenetica per liberazione non mi pare bello. Spacciare i desideri per diritti non mi pare giusto. E se il mondo della musica lo fa, con quella nonchalance che rende evidente la propria superiorità morale e materiale, beh! allora toccava a me, nel mio piccolo, sostenere Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini. Mai e poi mai avrei immaginato il risultato del referendum. Ho riso di cuore per giorni e giorni. Come? Tutta lì, in quella percentuale, l’Italia dei media, della cultura, dello spettacolo, del radioso futuro, dei diritti perfetti così come fan tutti, così come bisogna fare? Da allora ogni tanto scrivo al Foglio, ogni volta mi chiedo il perché, che senso ha, chi mi credo di essere? Non lo so, non so rispondermi, ma ci sono cose, problemi, accadimenti, che interrogano tutti, e ognuno secondo le proprie capacità e responsabilità, è chiamato a rispondere. Non si può far finta di niente. Non per le cose essenziali della vita, quelle davvero importanti.

AMANDOTI - Per sempre

Quanto suona strano, in un vortice di mutazioni e cambiamenti che inducono a reinventarsi la vita ogni giorno, ogni weekend, ogni stagione come se noi potessimo ricrearci a nostra immagine e somiglianza, a misura delle nostre voglie, dei nostri contrattempi! Un ciclo perpetuo di sfilate dove agli ingegneri sociali, come ai grandi sarti, spetta volare alto: alta moda, per i maestri del pensiero, gli organizzatori sociali, c’è il prêt-à-porter e alle grandi masse toccano i grandi magazzini, i saldi, l’usato comunque l’obbligo di far bella figura, essere, in tempo reale, aggiornati. Comunque la si rigiri, e si può rigirare all’infinito, trattasi sempre di braghe o di gonne. Hai voglia di chiamarli pareo o salopettes. Trattasi dell’umano: maschi e femmine. Declinabili, i due, in tutte le variazioni possibili, inimmaginabili a priori ma, dal momento del concepimento alla morte, vivi, vitali, in atto e in potenza. Trattasi della meraviglia del creato, delle creature, questi esseri miserrimi e sorprendenti che noi tutti siamo, trattasi dell’uomo. Dispiace che qualcuno si consideri scimmia nuda o poco altro. Deve essere la insalubre conseguenza del troppo rimirarsi l’ombelico; un delirio d’onnipotenza ribaltato. Umani siamo, donne e uomini, non è mai troppo né troppo poco.

DEL MONDO - Glorifichi la vita

Mai avrei immaginato di ritrovarmi, a 54 anni, in così bella piazza a festeggiare le donne, la vita, a festeggiare l’8 marzo. Una data che mi sovrasta e un po’ mi imbarazza. So di mille osservazioni possibili, dall’astioso allo strafottente, tutte valide. A mio favore ho solo un motivo: sostenere con la mia presenza, la mia parola, il mio canto: la campagna per la moratoria: “Aborto? No, grazie!” così come è stata pensata e costruita da Giuliano Ferrara e il Foglio. Dalla petizione alla lista. Con tutti i dubbi, le perplessità, il giorno dell’angoscia e i molti della felicità; a ognuno i suoi. Come vi ho detto, mia volontà era di non assumermi alcuna responsabilità pubblica, non farmi arruolare in nessun caso, memore anche di troppe cause sbagliate e insofferente verso i media e la smania di apparire che ci sovrasta, ma sono le persone che si incontrano a fare la differenza. E succede. Sono le persone, nella loro corposità, nel loro comportarsi, nel loro esserci che mi fanno cambiare nei miei buoni proponimenti di montanaro scontroso e scantonante.

Era già successo lo scorso anno ed erano stati gli occhi di due donne, una anziana e una giovane, la loro luminosità velata da una tristezza che durava da troppo tempo a farmi decidere, di colpo, di organizzare un 25 aprile, la festa della liberazione dal nazifascismo, perché vivesse, non fosse cancellata la memoria di un fratello e uno zio prima calunniati poi uccisi poi rigettati da una retorica faziosa e falsa. L’abbiamo chiamato: un 25 aprile solitario, in onore di Giorgio Morelli, nome di battaglia Il Solitario, in onore del comandante Azor, dei partigiani cattolici di Reggio Emilia. Un 25 aprile sui monti che li avevano visti prima ribelli, poi vittoriosi, poi assassinati, poi defraudati del loro valore, della loro storia. Una messa a suffragio, un pranzo ipercalorico all’aperto, un piccolo concerto, la recita del S. Rosario. Due-trecento persone per un 25 aprile solitario. Troppo pochi? I partigiani erano meno. Sono le persone, solo le persone, a essere importanti, sempre. In una comunione tra i morti, i viventi, i non ancora nati. I numeri non sono che l’infinita variazione dell’uno. E’ successo di nuovo oggi, 8 marzo 2008, ne sono felice. Ci voleva Giuliano Ferrara. Non che manchino persone meravigliose, a me sconosciute, che dedicano il proprio tempo, la propria vita, i propri scritti, all’onore nascosto e mistificato dell’aborto. E’ che le idee, la speranza e i fatti che ne conseguono viaggiano con le persone che ne sono sostegno e incarnazione. E poi serve un contesto che permetta di fiorire e crescere. Serve la terra, l’acqua, il sole. Serve la giusta dose di concime e al fondo ci vuole buon umore. Quel buon umore che unito alla conoscenza e all’intelligenza permette di far fronte tanto alle tragedie dell’umanità che alle interviste televisive. Quel buon umore che, unito all’amore per l’uomo, è il solo che può incrinare e combattere il sublime convincimento che non c’è problema, oppure c’è ma non bisogna parlarne, oppure bisogna parlarne ma non in campagna elettorale e comunque deve essere chiaro che è tutta una mossa del cardinal Ruini, delle forze oscure e clericali, il ritorno ai tempi bui, lo spettro della Reazione. E’ il buon umore, e un po’ di strafottenza, che può intaccare la pressante invocazione all’Italia perché diventi al fine un paese normale. Normale? Normale a chi? Detto da chi fa culto di ogni trasgressione. Sarebbe normale essere accusati d’oscurantismo antiscientifico perché si fa presente che la tecnica odierna permette di fotografare i bimbi nel ventre materno? Ed è evidente all’occhio e al cuore che trattasi di bimbi, personcine. Sono bimbi, sono figli, nipoti. Sono innocenti, deboli, indifesi. Sarebbe normale accusare di visione reazionaria chi si ribella a un determinismo genetico che fa dei non ancora nati oggetto di ogni sperimentazione, di ogni abuso, ne fa oggetti di selezione e commercializzazione? Si tratta del mistero della vita, la vita in atto, in un ciclo umano che va dal concepimento alla morte naturale. Per ciò che mi riguarda la morte non è che un passaggio ad altro: il giudizio, l’inferno o il paradiso, ma questa è fede e la fede è un dono non un’imposizione e tantomeno un motivo d’orgoglio che sottintenda una superiorità morale. Anche la vita è un dono, ma è carne, è palpabile, dimostrata. Si può fotografare, raccontare con dovizia di particolari, si può cantare nelle canzoni e farci dei bei film. Ci sono mille obiezioni possibili alla presentazione di questa lista ma sono di natura politica, corrente e ordinaria, non valgono. E’ la politica a essere in funzione della vita, non viceversa. Se non c’è rispetto per la vita la politica è solo accaparramento e distribuzione del potere. Legittimo ma un po’ poco, troppo poco.

Per quanto riguarda la conta dei numeri il rischio è alto ma io faccio riferimento alla risposta del patriarca ortodosso: “Mi dicono coloro che si interessano di numeri…”, un incipit che rende onore a tale interesse ma non ne fa ragione per la propria esistenza. Che qualcuno, anche pochi, pongano oggi a base della politica nella sua totalità, la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale è indispensabile. E’ giusto, è bello e mette di buon umore. Comunque è una semina e non sempre chi semina raccoglie ma se nessuno semina chi raccoglierà? Benvenuta sorella lista.

LA VITA E’ UNA GRAN COSA - TE DEUM

di Ferretti Giovanni Lindo

05 marzo 2008

Si tratta di guerra al Cristianesimo. Ce ne siamo accorti?

(da Agenzia Fides - 25/02/2008)

La presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico (orribile).

Roma (Agenzia Fides) - Dopo l’assunzione di 200 mg di mifepristone (la vera e propria Ru486, che uccide l’embrione in pancia) e, due giorni dopo, con 800 mcg di misoprostol, il farmaco che induce le contrazioni e causa l’espulsione dell’embrione, una ragazza americana si sente male. Brividi, dolori addominali, nausea, vomito e vertigini. Si pensa ai soliti effetti collaterali, ma si aggrava. Si reca in clinica e le prescrivono dei farmaci. Torna a casa. Passa ancora un giorno, sta molto male e viene ricoverata al pronto soccorso. Si aggiungono pressione alta e tachicardia. Accertamenti. Di nuovo antibiotici e intervento chirurgico esplorativo. Le trovano due litri di e mezzo di liquido peritoneale torbido e nessuna evidenza di gravidanza extrauterina. La ricoverano in terapia intensiva. Dopo sedici ore la ragazza muore. L’autopsia conferma la presenza nel tessuto uterino di Clostridium Sordellii, l’agente batterico responsabile della morte. E’ uno dei sedici casi registrati nel mondo di morte per assunzione di RU486. Di questa morte ha dato notizia, nel novembre 2007, la rivista specializzata Obstetrics & Gynecology, dell’American College of Obstetricians and Gynecologists.
Le morti non bastano, 16 quelle accertate - soprattutto quando ci sono fortissimi interessi economici che premono per la distribuzione di questo farmaco - per impedire che la RU486 sia diventata il più formidabile mezzo di controllo delle nascite, assieme alle pratiche nefaste di sterilizzazione delle donne (sono stimate in 160 milioni le donne sterilizzate nel mondo).
In questo contesto va letta la presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico, attraverso l’uso della RU486 e di non opporre “surrettizie limitazioni” all’uso della pillola del giorno dopo, definita contraccettivo d’emergenza, disponibile nei supermercati americani, venduta in Francia, Spagna, Svizzera, Regno Unito, Sudafrica, Albania, Algeria, Belgio, Canada (Québec), Cile, Danimarca, Finlandia, Grecia, Israele, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e Svezia, senza prescrizione medica, promossa da molti Governi dell’America Latina come metodo contraccettivo.
L’Ordine dei Medici italiano non sottolinea che esiste un parere del Comitato nazionale per la bioetica, in base al quale è un diritto del medico scegliere di non prescrivere la pillola del giorno dopo e quindi affermare la sua obiezione di coscienza (in Italia è obbligatoria la prescrizione medica); sostiene la modernità della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, definendola “la migliore legge possibile anche sotto il profilo morale”; si esprime favorevolmente rispetto alla diagnosi pre-impianto, che secondo il laicissimo presidente del Comitato Consultivo di Bioetica francese, si sta trasformando in una pratica eugenetica, strumento per eliminare i bambini malati, imperfetti.
Se si consultasse il Codice Deontologico che i medici italiani si sono dati, all’art.3 si leggerebbe “Dovere del medico è la tutela della vita (…)”. A volte, si sa, può capitare che le norme vengano fatte proprio per non essere rispettate; così come può capitare, come avviene, ad esempio in Italia, che ambiziosi e illustri clinici professino con ardore il loro favore nei confronti dell’eutanasia o che profetizzino per l’umanità un futuro bisessuale; che le organizzazioni internazionali sovvertano nei loro documenti, da decenni, l’ordine naturale del mondo, non parlando più di maschio e femmina, ma di genere, che annulla l’identità.
Tutto questo, non avviene a caso. C’è una citazione nell’ultima Enciclica di Benedetto XVI. Riguarda Immanuel Kant: "Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose". L’abbandono del cristianesimo e la guerra ai suoi principi, primo fra tutti il diritto alla vita e alla dignità della persona umana, potrebbero portare secondo Kant - evocato da Benedetto XVI - ad una fine non naturale, “perversa” dell’umanità, una specie di autodistruzione, in senso morale e in senso materiale. Il relativismo di cui è pervasa la società occidentale ha questa forza, che inquina la vita privata e quella pubblica. (D.Q.)

04 marzo 2008

Lo sterminio rosa in India

I demografi hanno analizzato gli aborti in uno dei più grandi distretti indiani, Salem. Il risultato è questo: “Il sessanta per cento delle bambine viene abortito o ucciso entro il terzo giorno dalla nascita”. Ne ha parlato il quotidiano americano Christian Science Monitor, fra i più quotati nel racconto delle “missing girls” del Nobel Amartya Sen, denunciate pochi giorni fa dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. “La violenza contro le donne è una questione che non può attendere” ha detto Ban Ki-moon alla Commissione sullo status della donna. “Attraverso la pratica della selezione sessuale prenatale, un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita”.
La tecnologia neonatale in India è talmente finalizzata all’identificazione sessuale e all’aborto che la dottoressa Puneet Bedi, ginecologa dell’Apollo Hospitals di Nuova Delhi, ha spiegato che “nessuna donna incinta ne soffrirebbe se il test degli ultrasuoni venisse bandito. Oggi è usato per salvare un bambino su 20 mila e per ucciderne 20 su 100 se sono del sesso sbagliato”. “Paga 500 rupie oggi per risparmiarne 50 mila in futuro” è uno degli slogan più diffusi nello stato di Salem, dove il 60 per cento delle bambine è sistematicamente eliminato. Cinquecento rupie, nove euro, è il costo di un’ecografia oggi in India. The Hindu, grande quotidiano in lingua inglese, ha spiegato che si può acquistare on line un kit (formalmente illegale) che consente di determinare il sesso a casa propria dopo sei settimane con la semplice analisi di poche gocce di sangue.
Il governo ha avviato il programma “Girl Protection”, con il quale alla nascita di una bambina si apre un conto a suo nome dove vengono immediatamente depositati 20 mila rupie. “Ogni tipo di carestia, epidemia e guerra è niente in confronto a questo” ha detto la dottoressa Bedi. “In alcune parti dell’India, una bambina su cinque viene eliminata nella fase fetale. E’ una situazione da genocidio”. Quando nel Punjab venne introdotta la prima macchina per il test, nel 1979, c’erano 925 femmine ogni 1.000 maschi. Nel 1991 erano scese a 875 e nel 2001 a 793. La situazione va ogni giorno peggiorando. Times of India ha scritto più volte che “la Cina elimina ogni anno un milione di bambine, ma il trend attuale vede l’India in testa”. Renuka Chowdhury, ministro per lo Sviluppo delle donne e del bambino, si batte da anni contro l’aborto selettivo. “E’ una questione internazionale di vergogna, la maggior parte delle bambine viene uccisa prima della nascita, non dopo” dice il professor Sabu George, che studia il fenomeno da vent’anni al Center for Women’s Development Studies di New Delhi.

di Giulio Meotti (Il Foglio - 4/3/2008)

09 maggio 2007

Aborto, laicità e sette. La conferenza stampa del papa

di Mattia Bianchi/ 09/05/2007 (Korazym.org)

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Durante il lungo volo che lo porterà in Brasile, Benedetto XVI improvvisa una conferenza stampa. Al centro, tra gli altri temi, il rapporto tra Chiesa e Stato e la posizione dei politici che votano leggi sull'aborto.

Il rapporto tra Chiesa e Stato, la posizione dei politici che votano leggi sull'aborto, la teologia della liberazione, la sfida delle sette, ma anche la beatificazione di mons. Oscar Romero. Benedetto XVI non si sottrae alle domande dei giornalisti e durante il lungo volo che lo porterà in Brasile improvvisa una conferenza stampa. Il tema senza dubbio più spinoso che già vivacizza il dibattito politico è il commento alla condanna dei vescovi messicani ai politici dopo la legalizzazione dell'aborto. Il pontefice parla di "scomunica prevista dal codice", perché "l'uccisione di un innocente, di un bambino è inconcepibile". "I vescovi non hanno fatto niente di nuovo o di sorprendente da quanto previsto nel diritto - ha ribadito - hanno soltanto messo in luce e dichiarato pubblicamente quanto è previsto dal diritto della Chiesa che prevede apprezzamento per la vita e l'individualità della vita fin dal primo momento".

Rispondendo a un'altra domanda sempre sul tema della vita e della proposta di un referendum sull'aborto in Brasile, Benedetto XVI ha sottolineato che "c'è una grande lotta della Chiesa per la vita. Giovanni Paolo II ha fatto di questa lotta un punto fondamentale di tutto il suo pontificato, scrivendo anche un'intera enciclica su questo. Andiamo avanti su questo presagio - ha proseguito Benedetto XVI - dicendo che la vita è un dono, non è una minaccia, e alla radice di queste legislazioni sta da una parte un certo egoismo e dall'altra anche un dubbio sul valore della vita e sulla bellezza della vita. La Chiesa risponde soprattutto a questi dubbi: la vita è bella - ha aggiunto il Papa - che fra sette ore giungerà a San Paolo - non è una cosa dubbiosa ma è un dono e anche in condizioni difficili umane rimane sempre un dono. Occorre ricreare questa conoscenza della bellezza del dono della vita".

Dichiarazioni precisate dal direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, secondo il quale ''non essendo stata dichiarata una scomunica dai vescovi messicani, il papa non ha inteso nemmeno dichiararla lui''. Semplicemente, "l'azione legislativa favorevole all'aborto - ha detto Lombardi - non è compatibile con la partecipazione alla eucaristia, come è scritto anche nella sacrosantum caritatis". Ma i politici sono scomunicati? ''No - ha risposto - si autoescludono dalla comunione''.

Il papa è poi tornato sul tema della laicità, spiegando che "la Chiesa non fa politica, ma offre condizioni per risolvere i problemi sociali, nelle quali una sana soluzione dei problemi può maturare". E sulla teologia della liberazione, "c'è uno spazio legittimo nel dibattito". "Con il cambiamento della situazione politica - ha detto - è anche profondamente cambiata la situazione della teologia della liberazione ed è evidente che facili millenarismi che promettevano subito condizioni concrete di una vita giusta erano sbagliate. Lo sanno tutti. Ora - ha aggiunto il papa - la questione è come la Chiesa deve essere presente nella lotta e nelle riforme necessarie per garantire condizioni giuste. Proprio su questo si dividono i teologi". Quanto alla sfida delle sette cristiane, la risposta è una "chiesa cattolica più missionaria e più dinamica nell'offrire risposte alla fede di Dio". "Il successo delle sette dimostra da una parte che c'è una sete di Dio, una sete di religione e le persone vogliono essere vicine a Dio", dice, chiarendo che la Chiesa deve essere consapevole "che la gente e i popoli vogliono avere Dio vicino ai loro fratelli".

Durante il breafing, è stata ricordata inoltre la figura di mons. Oscar Romero, il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980. Il papa è stato interpellato sul suo processo di beatificazione, secondo alcuni piuttosto lento. Per Benedetto XVI, il vescovo è un "grande testimone della fede" e non ci sono dubbi "che la sua persona meriti la beatificazione". "Non è in questione che sia un grande testimone della fede, delle virtù cristiane, che si è impegnato per la pace e contro la dittatura, è stato ucciso durante la consacrazione, si tratta quindi di una morte di testimonianza della fede'', ha detto. Tuttavia, ''c'era il problema che una parte politica voleva prendere ingiustamente per sé questa figura", ma ''io aspetto le conclusioni della Congregazione per la cause dei santi''.

23 aprile 2007

USA e aborto

La notizia:

WASHINGTON (Reuters) - La Corte suprema Usa ha confermato stamani con un voto molto contrastato il primo divieto su scala nazionale ad una specifica procedura di aborto, restringendo il diritto all'interruzione di gravidanza in una decisione su uno degli argomenti più discussi e politicizzati della nazione.
Per cinque voti a quattro, la corte ha respinto gli argomenti contrari al "Partial-Birth Abortion Ban Act" che il presidente Usa George W. Bush ha trasformato in legge nel 2003, dopo l'approvazione del Congresso a guida repubblicana.
E' la prima volta che la più alta giurisdizione del paese conferma una legge federale che vieta una pratica di aborto, da quando la storica sentenza Roe v.Wade del 1973 stabilì che le donne hanno il diritto costituzionale ad abortire.
In una sconfitta per i difensori del diritto all'aborto, la maggioranza della corte ha confermato la legge adottata dopo nove anni di udienze e dibattiti. La legge non è mai stata applicata in attesa che si esprimesse la corte.
La corte ha respinto gli argomenti secondo cui la legge doveva essere cancellata perché impone un carico non dovuto al diritto della donna ad abortire, è troppo vaga e troppo ampia.

I commenti di Barack Obama:

"I strongly disagree with today's Supreme Court ruling, which dramatically departs from previous precedents safeguarding the health of pregnant women. As Justice Ginsburg emphasized in her dissenting opinion, this ruling signals an alarming willingness on the part of the conservative majority to disregard its prior rulings respecting a woman's medical concerns and the very personal decisions between a doctor and patient. I am extremely concerned that this ruling will embolden state legislatures to enact further measures to restrict a woman's right to choose, and that the conservative Supreme Court justices will look for other opportunities to erode Roe v. Wade, which is established federal law and a matter of equal rights for women."

e di Hillary Clinton:

"This decision marks a dramatic departure from four decades of Supreme Court rulings that upheld a woman's right to choose and recognized the importance of women's health. Today's decision blatantly defies the Court's recent decision in 2000 striking down a state partial-birth abortion law because of its failure to provide an exception for the health of the mother. As the Supreme Court recognized in Roe v. Wade in 1973, this issue is complex and highly personal; the rights and lives of women must be taken into account. It is precisely this erosion of our constitutional rights that I warned against when I opposed the nominations of Chief Justice Roberts and Justice Alito."

Il "Partial-Birth Abortion Ban Act", firmato da Bush nel 2003, è una legge con cui si vieta una pratica abortiva che consiste nel far uscire il feto fino al collo, per poi praticare un'incisione alla base del cranio con delle forbici ed asportare il cervello con un catetere, facendo così uscire il feto morto. Questa barbarie è vietata in Italia dalla legge 194, ma è praticata ad esempio nel Regno Unito, dove il Royal College of Obstetricians and Gynaecology si è chiesto che differenza c'è tra questo tipo di aborto e uccidere il bambino appena è nato, ed ha quindi chiesto al parlamento inglese di legalizzare l'eutanasia per i neonati disabili.
I due "democratici", volendo difendere il diritto ai "servizi per la donna incinta", neologismo con cui Bill Clinton ha definito l'aborto nel 1993, difendono l'uccisione di 2000 bambini all'anno con questa pratica da macellai. Esattamente come Bush, difendendo il diritto degli americani alla legittima difesa, se ne frega se tra un po' ci saranno altre stragi come quella in Virginia.

12 marzo 2007

Lettera di Casini

Lettera aperta al Ministro della Salute sul caso del bambino abortito alla 22° settimana a Firenze e nato vivo e sano

Sig. Ministro,
i giornali di oggi (unisco copia de “La Repubblica”) riportano il caso di un aborto alla 22° settimana deciso a causa di una presunta malformazione, poi, risultata inesistente al controllo del bimbo nato vivo, ma in gravissimo pericolo di vita ovvero di malformazioni causate dalla sofferenza cerebrale dovuta alla prematurità della nascita.
Il caso drammatico non è il primo che si verifica in Italia e pone problemi di interpretazione e attuazione della legge 22/5/78 n. 194 sui quali è opportuno che intervenga codesto Ministero con apposita circolare o con proposte legislative di interpretazione autentica e, comunque, suscitando una adeguata riflessione mediante la relazione annuale al Parlamento prevista dalla citata L. 194/78.


Le questioni che il caso pone sono le seguenti:
1) l’ultimo comma dell’art. 7 della legge stabilisce che “quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto” l’I.V.G. può essere praticata solo “quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna”.
Tutti i commentatori hanno sottolineato che la “possibilità” è qualcosa di diverso dalla “probabilità”. Anche un evento che si verifica in una percentuale minima di casi è “possibile”, sebbene “poco probabile”.
Siamo a conoscenza di altri casi di sopravvivenza di feti espulsi dal corpo materno (naturalmente o a seguito di I.V.G.) alla 22° settimana.
Nel caso di Firenze la sopravvivenza (Dio solo sa quanto potrà durare) è un fatto.
L’aborto provocato era dunque illecito. Ma la questione è più generale. I grandi progressi della neonatologia, dal ’78 ad oggi, hanno anticipato di molto la “possibilità di sopravvivenza”.
Per evitare il ripetersi di altre situazioni simili a quella descritta da “La Repubblica” è necessario che codesto Ministero, consultati gli organi competenti, dia istruzioni a tutti i presidi sanitari indicando l’età gestazionale altre la quale l’I.V.G. non è più praticabile se non quando il pericolo grave riguarda la vita della madre.


2) L’art. 6 lettera b) della legge 194/78 consente l’aborto dopo i primi 90 giorni “quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.
Dal testo de “La Repubblica” risulta che l’anomalia del concepito non era stata accertata. Era soltanto sospettata ed era stata consigliata una ulteriore indagine, che non è stata effettuata. In tale situazione l’I.V.G. non poteva essere fatta.Vero è che sarebbe stata certificata – così dice il quotidiano – una malattia psichica, ma questa era in dipendenza dell’accertamento della malformazione. Non è stata integrata, quindi, la fattispecie descritta dall’art. 6 lett. b) L.194/78.
Al riguardo si ha frequente notizia di vicende giudiziarie nella quali a causa della nascita di un figlio portatore di qualche aniomalia i genitori chiedono al medico curante che non l’aveva diagnosticata durante la gravidanza, il risarcimento del danno per non aver potuto effettuare l’aborto. Non si ha invece notizia di casi inversi, in cui il risarcimento sia chiesto per un errore nell’aver dichiarato una malformazione in realtà non sussistente. Non se ne ha notizia perché nel caso dell’aborto l’errore non è accertabile se non con un riscontro autoptico, che non viene mai eseguito.
La conseguenza facilmente immaginabile è che il personale sanitario di fronte al dubbio di una malformazione preferisce consigliare l’aborto piuttosto che consigliare alla donna la prosecuzione della gravidanza. Ciò può far sospettare anche che gli accertamenti, in qualche caso, possono essere frettolosi.
Sarebbe pertanto opportuno disporre l’obbligatorietà del riscontro disgnostico a seguito di ogni aborto effettuato ai sensi dell’art. 6 lett. b) L.194/78 per anomalie o malformazioni del feto, con una conseguente informativa a codesto Ministero, affinchè ne possa a annualmente riferire nella relazione di cui all’art. 16 della L.194/78. Questi adempimenti sarebbero non soltanto un modo di massima responsabilizzazione del personale sanitario, ma anche uno strumento per monitorare la frequenza delle malformazioni, studiarne le cause, predisporre interventi atti a contrastarle.
Va altresì sottolineato che il citato art. 6 lett. b) esige che le anomalie o malformazioni siano “rilevanti”. I criteri della rilevanza non sono indicati. Si ha invece notizia di I.V.G. effettuate anche per anomalie di importanza assolutamente marginale e comunque riparabili con interventi terapeutici dopo la nascita o anche in corso di gravidanza. In che misura e per quali patologie può essere ritenuta la “rilevanza”? Quale ruolo può giocare la riparabilità delle anomalie? Anche su questi punti il Ministero dovrebbe svolgere un compito di orientamento e la relazione ex art 16 L. 194/78 potrebbe introdurre una significativa riflessione.
Va segnalato che nel caso in esame l’anomalia sospettata era l’atresia dell’esofago, che può essere risolta chirurgicamente, dice “La Repubblica”, nel 97% dei casi.


3) Stabilisce ancora l’ultimo comma dell’art. 7 che quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto “il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto”. Nel caso in esame risulta che il bimbo è stato trasportato dall’ospedale di Careggi in altro presidio sanitario.
E’ giusto chiedersi se a Careggi era immediatamente possibile l’intervento di un neonatologo e se vi erano le attrezzature immediatamente disponibili per l’assistenza al bambino. E’ ovvio che la tempestività è decisiva in casi del genere e il tempo perduto nel viaggio da un ospedale ad un altro può aver pregiudicato le terapie possibili.
A prescindere dalla situazione concreta di Firenze pare che codesto Ministero possa e debba fornire indicazioni precise affinchè sia rispettato ovunque l’ultimo comma dell’art. 7 L. 194/78.


4) Sulla legge194/78 da tre decenni sono divampate le polemiche. Ma è giunto il momento di trovare l’accordo su un punto: che la nascita è preferibile all’aborto e che le istituzioni devono fare tutto il possibile per attuare questo principio. E’ quanto ha detto la Corte Costituzionale nella sentenza n. 39 del 10.02.97. Perciò è urgente una complessiva revisione del modo in cui fino ad ora la legge 194/78 è stata applicata. Si può cominciare dalla relazione prevista dall’art. 16 L, 194/78: l’auspicio è che essa non comunichi soltanto il numero degli aborti, ma dedichi la più grande attenzione ai vivi, cioè chiarisca quanti bambini sono nati nonostante il rischio di aborto durante la gravidanza e quale ruolo abbiano svolto in questa direzione i consultori, le istituzioni publiche e il volontariato privato.
Cordialmente.


Il presidente del Movimento per la Vita
Carlo Casini


N.B. L’errore nel temere di malformazioni sembra essere piuttosto frequente.
Presso la Clinica Ostetrica e Ginecologica del Policlinico Universitario A. Gemelli, in Roma è stato da anni istituito un servizio telefonico denominato “Telefono Rosso” (06.305007) che offre gratuitamente consulenza medica ed informazioni precise e corrette su eventuali rischi di malformazioni del feto. Facendo riserve di fornire documentazione dettagliata, si può attendere che in molti casi il consiglio di ricorrere alla I.V.G. dato dal medico di base è sbagliato o superficiale. Telefono Rosso vive con modesti contributi di volontari, ma è un servizio la cui dimensione di pubblico interesse e di servizio alle madri che il figlio lo vorrebbero è indiscutibile.
Un’azione di sostegno da parte del Ministero della Salute appare quanto mai necessaria.



07 marzo 2007

Siamo laici: rifiutiamo l'eugenetica

di Giuliano Ferrara (2/3/2007)

Vale davvero la pena costruire un mondo in cui la vita viene sacrificata alla ricerca senza limiti?

Sgombriamo il campo dalla devozione, sebbene non sempre si sia migliori quando in nome della libertà si accantona il sacro. Prendiamo il Papa, Benedetto XVI, come fosse un vecchio saggio che ha alle spalle una biblioteca di due millenni e l'unica vera comunità universale vivente, punto e basta. Lasciamo stare la fede, che troppo spesso viene trasformata in uno scudo per non pensare, per mettere la testa sotto la sabbia, per rassegnarsi, per compromettersi con il mondo, accettandolo com'è e facendosi accettare come non si dovrebbe essere (non è questa la lezione del monaco Enzo Bianchi e della sua differenza cristiana?).
Domanda laica: perché questo vecchio saggio insiste sulla questione eugenetica? Perché sostiene impavido, contro ogni consiglio di pacificazione pastorale o di compromesso con i tempi moderni, che «il futuro dell'umanità», e scusate se è poco, se ne sta appeso a quel che avviene nei laboratori della tecnoscienza, nella catena eugenetica della diagnosi prenatale e della fertilizzazione in vitro, dove ormai si pratica la medicina della soppressione, l'eliminazione selettiva del malato genetico come soluzione preveniva e finale?

Non gli converrebbe liberare la ragione e la coscienza dei fedeli, e del più vasto mondo secolarizzato che lo ascolta, offrendo un'intesa sorniona tra la cattolicità cristiana e gli stili di vita prevalenti? Certo che gli converrebbe. Una Chiesa del silenzio, che si chiuda alla realtà del mondo tecnoscientifico e all'abbassamento pauroso della norma morale, sarebbe festeggiata ovunque come compagna di strada di un'umanità liberata da troppi pensieri e da troppe prescrizioni oggi quasi incomprensibili.
Se il Novecento è stato il secolo dell'aborto e del divorzio, pensano in tanti dentro e fuori la Chiesa, passiamoci una pietra sopra: famiglia e riproduzione sono ormai una variante a capriccio del caso e del caos che governa il mondo. Se il XXI secolo si annuncia come il secolo in cui il dubbio diagnostico su una perfetta salute genetica decide al posto della natura della nascita e della morte di embrioni dotati di una struttura cromosomica umana unica e irripetibile, tu sì e tu invece no perché un medico decide della tua idoneità a vivere, perché c'è un catalogo di possibilità e di scelte sottoposto al libero desiderio di una coppia, facciamo finta di niente.

Pazienza se mancano centinaia di milioni di donne in Asia, eliminate con un'applicazione meticolosa dell'amniocentesi nelle politiche di pianificazione familiare; pazienza se l'immagine di noi stessi si rifletterà in uno specchio opaco, in cui vedremo piano piano il costo di una libertà separata dall'uso della ragione umana, per non dire della legge di natura, e per non tirare in ballo la legge divina.
E come complemento essenziale, facciamo della morte una decisione, magari di un comitato etico, formalizzata e prescrittiva e indolore, insomma eutanasica, invece che un fatto carico di significato. Non sarà tanto allegro, né privo di rischi, questo impadronimento totalitario del circuito del nascere e del morire da parte dell'uomo, ma tutto si può aggiustare con le consolazioni della fede privata e della cosiddetta libertà di coscienza, pensano molti cattolici.

Invece il Papa non cede. Non aveva ceduto il suo predecessore, quel pastore universalissimo che non la finiva di viaggiare, testimoniare, evangelizzare, ballare su tutti i teatri del mondo, e non cede il più appartato e mite professore di teologia che ora occupa il soglio di Pietro con il suo diverso stile, con la sua diversa misura delle cose, ma con identica, granitica perseveranza. Non è bastato, dice il Papa, liberarsi di Dio predicandone la morte. Non basta la scristianizzazione.
Il pensiero postmoderno vuole che ci si liberi anche della ragione, dei suoi vincoli logici, del suo rapporto essenziale con la realtà naturale. Per essere libera, la coscienza deve obbedire soltanto al desiderio individuale, dicono i neosecolaristi, e deve separarsi non solo e non tanto dalle tradizioni millenarie, deve scindere il suo legame con la ragione, cioè con il pensiero forte che fa della coscienza un luogo di distinzione fra il bene e il male, affidandosi alla volontà di potenza mascherata da pensiero debole.

Ma Joseph Ratzinger non ci sta. E la sua predicazione si mette in sintonia con dubbi veri, che nella società moderna si fanno largo in mezzo alla sciatteria penosa e all'indifferenza di tanta parte del sistema dell'informazione, in mezzo al faustismo minore di chi impugna la libertà di ricerca scientifica come un nuovo idolo. Così succede che nella laicissima Francia, dove anche le chiese sono proprietà dello stato dai tempi della rivoluzione contro l'antico regime, un medico ugonotto come Didier Sicard, presidente del comitato di bioetica, si mette a parlare contro la deriva eugenetica con le stesse parole usate dal capo della Chiesa cattolica.
E nascono fermenti non moralistici, non antifemminili, non ispirati a una idea oppressiva e di soggezione della vita civile, anche tra i laici. E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull'altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione degli ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i confini di un disegno moralmente impossibile.

01 marzo 2007

Nuove frontiere della scienza...

Si superano confini finora soltanto impensabili

Sul commercio di embrioni umani un clima di sostanziale resa

Carlo Cardia (Avvenire - 28/2/2007)

Un clima di assuefazione, e di sostanziale resa a nuovi poteri, si va estendendo attorno ai temi della genetica, con il superamento di confini soltanto ieri impensabile. Dalla Gran Bretagna giunge notizia che la possibilità di alienare ovuli dietro contropartita in denaro è vicina a realizzarsi. E giunge notizia di un disegno di legge che autorizzerebbe la manipolazione genetica degli embrioni umani, per il momento a fini di sperimentazione, più avanti a scopi riproduttivi. Ciò che colpisce, diciamo pure sconvolge, non è soltanto la gravità delle prospettive che si aprono con l'abbattimento di questi confini, ma il silenzio con il quale le notizie sono accolte in parte della comunità scientifica, in tanti ambienti culturali, a cominciare dai nostri. Stanno venendo meno le ultime barriere sulle quali pure tutti sembravano d'accordo sin dall'inizio delle discussioni in materia di bioetica: il rifiuto del profitto nelle disponibilità genetiche, la condanna di principio della manipolazione su embrioni umani per migliorare la specie. Soltanto qualche anno addietro un autore di bioetica come Jean-Yves Goffi rimproverava agli antirelativisti di difendere ad oltranza determinati principi per paura della "china fatale". La china fatale consisterebbe nel fatto che, accettando alcuni compromessi, inevitabilmente si giungerebbe poi ad abusi spaventosi da evitare comunque. Dalle unioni civili si passerebbe al matrimonio e alla adozione per coppie omosessuali. Dall'eutanasia moderata si passerebbe al suicidio assistito. Dalla fecondazione artificiale si passerebbe alla manipolazione degli embrioni. Goffi negava che si sarebbe giunti a tanto. Oggi egli si trova nella scomoda posizione di chi è smentito clamorosamente dai fatti in tempo quasi reale: in pochi anni, in alcuni paesi, si è percorsa tutta la china fatale che era possibile percorrere; oggi si superano quelle colonne d'ercole che si ritenevano insuperabili. Ma in una condizione preoccupante e grave ci troviamo tutti noi, si trovano le società occidentali che assistono inerti ad un declino etico che non si arresta più. La logica del profitto, oggi per qualche centinaia di euro domani per molto di più, riduce la persona nella sua individualità più intima a merce e apre le porte a nuove forme, solo velate, di servitù degli esseri umani, della donna in particolare. La manipolazione degli embrioni, pur formalmente inibita dalla normativa europea, sarà applicata prima per qualche lieve ritocco, il colore dei capelli o degli occhi di cui parla la letteratura specializzata. Poi, come già ha annunciato dalla stampa, per avere un figlio sempre più sano, forte, intelligente. Con un senso di superiorità verso gli altri, verso coloro che sono soltanto esseri normali, con le loro debolezze e i loro limiti. Chi non è neanche normale verrà emarginato e rifiutato. Quasi la prefigurazione di una selezione della specie per i più ricchi, e per i più cinici. Nel frattempo, la coscienza si assopisce, si stemperano i valori che la ispirano e la arricchiscono, si accetta tutto ciò che la tecnica realizza giorno dopo giorno, si perde il senso di sé e della preziosità della vita. È la fine non soltanto delle concezioni religiose e trascendenti, ma di quell'umanesimo che pure ha animato e sorretto tante cose buone della modernità. Sta qui, forse, il problema vero della nostra epoca. Nell'accettare la realtà materiale e i suoi sviluppi come padrona nostra e della nostra coscienza. E nell'ascoltare quasi indifferenti le voci che si richiamano ai valori più alti, come fossero voci tra le altre voci, senza che esista più un metro di giudizio, un criterio di valutazione, una vera possibilità di scelta. C'è, invece, un'alternativa capace di smuovere il clima d'inerzia nel quale siamo immersi e di suscitare l'impegno di uomini e donne. È quella, come altre volte nella storia, di tornare a mettere al centro delle scelte culturali, di quelle legislative, la persona nella sua unicità e irripetibilità e di sostenere l a vita in tutte le sue manifestazioni come qualcosa di prezioso e di insostituibile. Si tratta di una alternativa che supera la contingenza e la quotidianità ma chiama in causa la religione, la cultura, la politica, perché riguarda tutti e investe il futuro della modernità.

28 febbraio 2007

La battaglia della vita

Così il pastore filosofo Ratzinger resiste sulla trincea della difesa dell’umano
Benedetto XVIRoma. Incurante di sarcasmi e anatemi di chi lo vorrebbe, se non proprio silenzioso, quanto meno concentrato innocuamente su asettiche questioni dogmatiche, Papa Benedetto XVI continua a dimostrare che volgere gli occhi al cielo non significa rifiutarsi di vedere ciò che avviene sulla terra. E sulla terra – lo conferma la cronaca quotidiana, proprio in queste ore, tra lo sdoganamento inglese della vendita di ovociti e il “miglioramento” genetico di embrioni – è in atto un tentativo senza precedenti di ridisegnare il senso stesso del termine “umano”.
Se quel tentativo passa nell’indifferenza o nell’inconsapevolezza generale, rubricato sotto il confortante titolo di “progresso scientifico che si autogiustifica in nome della felicità e della salute per tutti”, questo Papa ritiene invece sia suo preciso compito smascherarlo per quello che è. Lo va facendo da tempo, in ogni possibile occasione pubblica. Dei suoi appelli c’è chi si lamenta, come se quel battere reiterato su certi tasti (famiglia, origine, fine e manipolazione della vita, eugenetica) significasse scarsità di altri argomenti. Ma i punti richiamati dal Papa appaiono, a chi ha occhi per vedere, decisivi per il presente e il futuro degli esseri umani. Anche sabato, rivolgendosi ai congressisti chiamati da ogni parte del mondo e dalla Pontificia Accademia Pro Vita a discutere di obiezione di coscienza, il Papa ha ricordato che il diritto alla vita, “fondamentale in ordine agli altri diritti umani”, va difeso contando “su motivazioni che hanno profonde radici nella legge naturale e che possono quindi essere condivise da ogni persona di retta coscienza”.
Non ha paura, il Pontefice, di chiamare a raccolta credenti e non credenti. I suoi argomenti volano alto e non lasciano spazio a piccine dietrologie politicanti. La trincea della difesa dell’umano, al centro della sua azione pastorale, non riguarda solo chi ha fede ma anche, come dice con espressione faticosa ma efficace il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tutti coloro che sanno cos’è l’“adeguata autocomprensione etica” del genere umano. Tutti coloro che, cioè, sanno riconoscere l’umano dove si manifesta. Operazione sempre più difficile, perché, dice Ratzinger, “nell’attuale fase della secolarizzazione chiamata post moderna e segnata da discutibili forme di tolleranza, non solo cresce il rifiuto della tradizione cristiana, ma si diffida anche della capacità della ragione di percepire la verità, ci si allontana dal gusto della riflessione. Addirittura, secondo alcuni, la coscienza individuale, per essere libera, dovrebbe disfarsi sia dei riferimenti alle tradizioni, sia di quelli basati sulla ragione”. Il Papa dice che “gli attacchi al diritto alla vita in tutto il mondo si sono estesi e moltiplicati, assumendo anche nuove forme”. Non ci sono solo l’aborto (anche nella variante del “ricorso alla liberalizzazione delle nuove forme di aborto chimico sotto il pretesto della salute riproduttiva”), le “politiche del controllo demografico”, la promozione di “leggi per legalizzare l’eutanasia” e le “spinte per la legalizzazione di convivenze alternative al matrimonio e chiuse alla procreazione naturale”. L’attacco all’umano oggi assume anche la forma della “ricerca biotecnologica più raffinata, per instaurare sottili ed estese metodiche di eugenismo fino alla ricerca ossessiva del ‘figlio perfetto’, con la diffusione della procreazione artificiale e di varie forme di diagnosi tendenti ad assicurarne la selezione. Una nuova ondata di eugenetica discriminatoria trova consensi in nome del presunto benessere degli individui”.


Londra supera ogni confine alla ricerca del “golden embryo”. “E’ la via degli abusi genetici”

Roma. “Riusciranno gli illuminati Bellerofonti a prevalere sulle loro chimere?”, chiedeva qualche anno fa il biologo americano Ward Kischer, guardando alle ultime conquiste della frontiera inglese. La Gran Bretagna è il primo paese europeo ad aver introdutto l’aborto legale, in cui è nata la prima bambina fecondata in vitro e dove la sperimentazione umana progredisce a ritmo faustiano. Patria del pragmatismo scientista che ha dato i natali a Bacone, Galton, Darwin, Malthus e alla dinastia Huxley, l’Inghilterra ha ospitato i primi casi di inseminazione artificiale addirittura negli anni Trenta, seppure clandestinamente. E dal 1973 il servizio di fecondazione artificiale è rimborsato dal governo.
Il governo Blair, assicurano per motivi opposti fautori e detrattori della manipolazione embrionale, accoglierà anche l’ultima iniziativa che giunge dai castelli della genetica anglosassone. Ieri il Daily Telegraph rivelava che sarà forse possibile intervenire su un figlio appena concepito, “migliorandone intelligenza e aspetto”. L’Inghilterra diverrebbe il primo paese al mondo a consentire il “perfezionamento” degli embrioni umani. Ricordiamo che non ha mai aderito al Protocollo del Consiglio d’Europa contro la clonazione e nel 2002 la Camera dei Lord diede via libera alla clonazione, altro primato. “Dicono che la manipolazione avverrà solo per ricerca”, spiega Josephine Quintavalle, direttrice del Comment on reproductive ethics, organo da sempre in lotta contro la ricerca sugli embrioni. “Ma qui tutto è iniziato con questa promessa, è il primo passo per usare la tecnica nella fecondazione. E’ molto probabile che il governo accetti anche questo passaggio, com’è successo con gli ibridi. Entro marzo avremo la nuova bozza di legge sulla riproduzione artificiale. Ci sono state 25 proposte di cambiamento di norme. Una di queste intende eliminare la considerazione che il bambino ha bisogno di un padre”. Non è sorpresa Helen Watt, direttrice del Linacre center for healthcare ethics. “Siamo avviati sulla strada degli abusi genetici contro l’embrione, materiale da laboratorio. Il governo Blair è da sempre a favore della ricerca che crea e distrugge l’embrione umano. Non si rende conto della posta in gioco”.
Scalzata dalle tigri asiatiche, l’Inghilterra nel 2006 è tornata a essere leader nell’avventurismo genetico. La Human fertilisation and embryology authority, massimo organo bioetico, ha dato il via libera alla prima banca dello sperma “specializzata” nell’inseminazione di coppie lesbiche, alla selezione embrionale per portatori del gene del cancro al colon e di quella degli embrioni femmina che un giorno potrebbero sviluppare un particolare tipo di cancro al seno. E’ stata poi la volta della diagnosi preimpianto, degli ibridi umano-animali, dell’embrione nato da materiale genetico da madri differenti, della selezione sessuale dei figli e del pagamento di 375 sterline per donazione di ovociti. “Giocano con la genetica umana, aspettiamoci un disastro dietro l’altro”, conclude Quintavalle. “Tutti i cowboy genetici ci citano come esempio di illuminismo”. “Padre” scientifico di Louise Brown, nel 1999 Bob Edwards annunciò che “presto sarà peccato per i genitori avere un figlio portatore dei tetri fardelli delle malattie genetiche”. Venticinque anni fa, forte della fama di benefattore delle coppie infertili, si era spinto anche a profetizzare che “dedicarsi alla fecondazione in vitro senza prevenire la nascita di bambini minorati è indifendibile”.

(Il Foglio - 27/02/2007)

06 febbraio 2007

Onu: proteggiamo i disabili, ma è meglio se non nascono

Dietro il rifiuto della Santa Sede di aderire alla Convenzione per la protezione dei diritti dei disabili approvata dall'Onu si intravvede una preoccupazione forte per ciò che si scorge fra le righe di un documento in cui pure, a giudizio della stessa Santa Sede, si affermano molti ottimi intenti. Il nodo sta anzitutto in un passaggio dell'articolo 25, in cui si parla di garantire programmi di "salute riproduttiva": un'espressione che, nell'accezione utilizzata da molti Stati membri dell'Onu, comprende anche l'aborto, e dunque non può essere accettata dalla Chiesa. Ma ancora più critico sembra il secondo punto dello stesso articolo, dove i firmatari si impegnano ad assicurare ai disabili le cure di cui hanno bisogno a causa del loro handicap: includendo in questi servizi "la precoce identificazione e gli appropriati interventi e servizi destinati a minimizzare e prevenire future disabilità".
Ora, la "precoce identificazione" e gli "appropriati interventi" per prevenire future disabilità si concretizzano, ad oggi, principalmente in un intervento solo, e cioè nell'aborto dei nascituri al più presto individuati "imperfetti" con le tecniche diagnostiche prenatali. È tragico, commenta l'Osservatore permanente della Santa Sede all'Onu, monsignor Celestino Migliore, che la stessa convenzione creata per difendere i disabili possa essere usata per negare a queste persone il diritto di venire al mondo. Di più: la ratifica del documento da parte di quegli Stati che ancora non ammettono l'aborto potrebbe introdurre nelle loro legislazioni le premesse perché la facoltà di abortire sia concessa a disabili e portatori di malattie ereditarie, in una opzione preferenziale che odora pesantemente di eugenetica.
La Convenzione, che pure all'articolo 10 proclama il diritto alla vita di "ogni essere umano", contiene dunque fra i suoi commi, quasi sottovoce, la premurosa assicurazione che debbano essere garantiti quella precoce individuazione dell'handicap e quegli appropriati interventi, che nella grande maggioranza dei casi sopprimono, oltre ai problemi del futuro malato, il malato stesso.
Oltre ai molti lodevoli princìpi circa l'educazione e l'aiuto alle famiglie - che pure il Vaticano condivide - emerge dunque al fondo questa solidarietà ambigua, e il pensiero, non esplicitamente affermato ma sotteso, che certi uomini è meglio non farli nascere per niente. Raggelante messaggio sotto la prosa molto corretta e molto solidale delle Nazioni Unite: aiutiamoli, proteggiamoli, educhiamoli, ma - finché si è in tempo - cerchiamo di eliminarli.
E sarà anche, come dice l'ex Segretario generale dell'Onu Kofi Annan, questa Convenzione "l'alba di una nuova era per i disabili". Tutto sta a vedere quale era, e per quanti. È molto probabile che la maggioranza degli Stati membri adotti entusiasticamente un testo pieno di buone intenzioni, senza far caso a quei piccoli commi secondari. La Chiesa no, non firma, messa in allerta da quell'opportunità apparentemente generosa di "interventi adeguati", di "individuazione precoce" che con garbo suggeriscono di risolvere alla radice il problema delle vite "diverse". Cosa che, a chiamarla col suo nome, è eugenetica. Se per la Convenzione che segna una "nuova era" il primo diritto degli uomini intaccati nel grembo materno da un "difetto" è il non venire al mondo, forse molti di loro penseranno che devono la loro vita, dolorosa ma cui non rinuncerebbero, al fatto di essere nati prima di questa nuova luminosa alba di progresso.
(L'Avvenire - 2/2/07)