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17 settembre 2009

Paolo Maria Floris

Prima parte:
Seconda parte:

23 settembre 2008

Silenzio sull'India e altro...

E' incredibile, ma questo continuo massacro di cristiani non interessa a nessuno. Sembra che non faccia scalpore, probabilmente non attira audience, fatto sta che i media italiani non ne parlano, se non fosse per i media cattolici qui non se ne saprebbe nulla.
Ma all'estero non va meglio, dando un'occhiata ai maggiori quotidiani stranieri. Non dice nulla neanche la Croix, il più importante quotidiano cattolico francese.

Gli estremisti indù non tollerano che i poveri, i paria, gli ultimi, prendano coscienza della dignità della propria vita, grazie all'annuncio del Vangelo. Sono un pericolo se iniziano a sentirsi uomini al pari di tutti gli altri.

Intanto in Gran Bretagna sono stati istituiti tribunali islamici, che risolvono cause civili con le norme della sharia, come si racconta in questo articolo.

Altri cristiani uccisi in India

India: assassinati tre cristiani, tra cui un sacerdote

MUMBAI, martedì, 23 settembre 2008 (ZENIT.org).- Un sacerdote e due laici sono stati assassinati nelle ultime ore in India, secondo quanto ha reso noto ieri l'agenzia cattolica “AsiaNews”. Nel frattempo, continuano gli attacchi a chiese e centri cristiani negli Stati di Chhattisghar, Orissa, Madhya Pradesh, Karnataka e Kerala.

Il sacerdote cattolico assassinato si chiamava Samuel Francis e apparteneva alla Diocesi di Meerut (Agra, a 400 km da Nuova Delhi). Era conosciuto per la sua vita ascetica secondo la tradizione indiana e perché era un promotore carismatico del dialogo interreligioso, sia con gli indù che con i musulmani. Il suo corpo è stato trovato con le mani legate e con ferite alla testa nell'ashram (monastero) in cui viveva.

I corpi di altri due cristiani sono stati ritrovati fatti a pezzi e gettati in una cisterna nello Stato dell'Orissa. Uno di loro era stato catturato dagli estremisti mentre cercava di fuggire con la sua famiglia in un campo di rifugiati.

Secondo quanto ha denunciato il Consiglio delle Chiese dell'India (All India Christian Council), solo nell'Orissa sono già stati uccisi 37 cristiani, tra cui due pastori protestanti; più di 4.000 case sono state date alle fiamme e circa 50.000 fedeli sono fuggiti nei campi di rifugiati o nella foresta.

Gli obiettivi principali dei radicali, denuncia il Consiglio, sono i sacerdoti, le monache e le loro famiglie, che devono anche nascondere la propria identità nei campi di rifugiati per non essere intercettati dalla polizia o dagli estremisti.

Sono stati registrati anche nuovi attacchi contro alcune chiese a Bangalore, dove sono state profanate le specie eucaristiche, e due chiese di rito siro-malabar nel Kerala, considerate patrimonio storico e risalenti al Medioevo (una di queste, la cattedrale dei Giacobiti, fu costruita nell'825).

16 maggio 2008

65 anni di matrimonio

Sposati 65 anni fa: c’era ancora Mussolini

Caro direttore, dopo aver letto su Avvenire la lettera gioiosa dei coniugi di Vigevano che hanno celebrato la ricorrenza del loro 50° anniversario di matrimonio, non possiamo resistere al desiderio di comunicarle che celebreremo il 15 luglio prossimo, a Dio piacendo, il nostro 65° anniversario di matrimonio, che abbiamo già festeggiato in anticipo in parrocchia (S. Famiglia). Noi abbiamo avuto quattro figli (tre femmine e un maschio) che hanno seguito due cammini diversi. Le prime due si sono sposate e hanno avuto l’una tre e l’altra sei figli, mentre gli ultimi due, già adulti, sono stati chiamati da Dio: il maschio, dopo essersi laureato ingegnere elettronico, è diventato sacerdote e la femmina si è consacrata al Signore, dopo essersi laureata in Scienze agrarie, come suora laica. Entrambi hanno ricevuto la chiamata dopo aver frequentato un corso de 'I Ricostruttori' tenuto a Torino da un padre gesuita. Essi avevano già una base, avendo studiato in collegi dei gesuiti, prima a Roma e poi a Torino, e avendo contemporaneamente frequentato, come le altre due sorelle, gli scout.
Come non ringraziare Dio per averci donato ben nove nipoti, di cui una è un angioletto, e quattro bisnipoti, e di aver chiamato al suo servizio i loro zii che li assistono spiritualmente nell’amministrazione dei sacramenti e con l’affetto particolare della zia Cocò, che sarebbe Chiara.
Scusi se mi sono dilungata troppo, ma l’ho fatto con grande piacere, perché è stato un modo per ringraziare Dio dei suoi doni e per dirgli che noi, vecchi nonni e bisnonni (92 e 85 anni) siamo sempre a sua disposizione.

Marisa ed Ernesto Pozzi, Saronno ( Va)

Il vostro traguardo e il modo in cui lo avete raggiunto meritano ampiamente la massima evidenza consentita in questa pagina. La vostra storia è la più bella e incontrovertibile smentita a quanti vogliono relegare la famiglia a triste e buia propaggine del passato. A non riconoscerle alcun valore, ma ridurre tutto a tribolazione aggravata dalla soggezione alla 'superstizione' religiosa. Così non è.
E non credo che nessuno possa nutrire dubbi sul fatto che la vostra sia stata una vita bella.
Basta ciò che
raccontate di figli e nipoti per rendere invidiabili i 65 anni da voi trascorsi insieme.
Voi ringraziate Dio, scorgendo lungo l’intera vostra vicenda la guida della sua mano, premurosa e sollecita. Non c’è neppure una parola sulle difficoltà e le tribolazioni che avete affrontato. Non sono certo mancate: basta rilevare che vi siete sposati 10 giorni esatti prima di quel famoso 25 luglio 1943 che vide la caduta del fascismo e l’inizio della guerra di liberazione. Quanta trepidazione, incertezza, timore in quei primissimi giorni di matrimonio! In ballo non c’era solo la 'certezza del posto di lavoro fisso' ma la vita stessa. Confrontando ciò che voi avete affrontato allora, come non trovare povere le motivazioni con le quali oggi tante coppie dilazionano la decisione di sposarsi? E gli anni a seguire, durante i quali sono venuti al mondo i vostri figli, erano forse meno difficili degli attuali? Non resta che prendere lezione da voi: dalla serenità, dalla fiducia e dall’amore reciproco coi quali avete affrontato anni turbolenti, nella certezza che il Signore non vi avrebbe lasciati soli. Pregando di riuscire a dirgli anche noi, in ogni giorno della nostra vita, che «siamo sempre a sua disposizione».

Avvenire - 16/5/2008

23 aprile 2008

I cristiani nel mondo

Dalla «Lettera a Diogneto»

I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.
Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.
Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.
Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.
In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.
Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste.
L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

17 aprile 2008

Pezzotta: la famiglia è la vera priorità

«Una politica organi­ca per la famiglia è la priorità delle priorità». Poi sono necessarie «politiche serie per il rilancio e­conomico e per il lavoro». Savi­no Pezzotta, leader della Rosa per l’Italia e presidente della Co­stituente di centro, guarda alla legislazione appena cominciata e ne indica le priorità per «usci­re dallo stallo in cui si trova il Pae­se ». Sottolinea che il ruolo del­l’Unione di centro sarà quello di «coscienza critica del Parlamen­to ». E mette in guardia i due maggiori schieramenti dal fare una riforma elettorale «col solo scopo di annullarci».
Con cinque partiti e tre soli schieramenti in Parlamento sembra difficile che si pensi di poter trarre giovamento da un’ulteriore riduzione.
La volontà di eliminarci è stata e­splicita in tutta la campagna e­lettorale. Se ci volevano mangia­re prima temo che lo vogliano fa­re ancora. Per noi, non è un mi­stero, serve una legge elettorale alla tedesca, per ridurre la fram­mentazione e al tempo stesso consolidare il pluralismo.
Pensa che non sia positiva l’as­senza della sinistra massimali­sta dal Parlamento?
Ritengo che sia sempre un dan­no quando ci sono forze reali nel Paese che non riescono ad ave­re una rappresentanza nelle Ca­mere: è una diminutio del mo­dello democratico.
Come interpreta il voto cattoli­co?
È complicato spiegare come ab­biano votato i cattolici. Il pro­blema, però, non è questo. Il pro­blema è chi e come riuscirà a rappresentare i valori che i cat­tolici perseguono. Il centrode­stra, che si è dichiarato anarchi­co sui valori, non so come li di­fenderà. Ancora peggio il cen­trosinistra. L’Unione di centro è stata invece estremamente chia­ra, poiché fa esplicito riferimen­to alla dottrina sociale della Chiesa.
In questo senso la vostra pre­senza in Parlamento che signi­ficato può assumere?
Vede, mi ha molto preoccupato che questa campagna elettorale sia stata seguita da una parte del­l’associazionismo e del mondo cattolico con un certo distacco, quasi ci fosse il timore di dover­si schierare da una parte o dal­l’altra. Ecco, a me pare che que­sto bipolarismo, così come si è venuto formando, incuta timo­re. Il fatto che col nostro risulta­to si sia impedita una totale af­fermazione bipolare può essere positivo per l’autonomia del­l’associazionismo che fa riferi­mento all’area cattolica.
Che posizione terrete nel gioco politico?
Per prima cosa non appoggere­mo alcun governo, per segnare la nostra terzietà. Secondo, saremo la coscienza critica del Parla­mento. Sarà un’opposizione ri­gorosa e indipendente dai due schieramenti principali. A loro chiederemo conto delle pro­messe fatte in campagna eletto­rale. La nostra posizione sulle questioni eticamente sensibili sarà inequivoca e intransigente. Qui però vorrei togliermi un sas­solino dalla scarpa.
A cosa o a chi si riferisce?
A chi su un quotidiano naziona­le ha scritto che Pezzotta spera­va di «mietere il grano» nel mo­vimento per il family day. È una falsità. Non ho mai pensato di u­sare il family day per fini politi­ci, poiché sono convinto che quella sia stata una manifesta­zione autonoma, che risponde­va alle forti esigenze delle fami­glie. Un tema a me particolar­mente caro, ma so ben distin­guere la differenza fra il sociale e il politico.
Il primo segnale politico lo si ve­drà dal modo in cui vi schiere­rete per i ballottaggi?
La nostra posizione è chiara: sce­glieranno i partiti locali sulla ba­se dei programmi. Per Roma, la Rosa per l’Italia ha già previsto una riunione dei quadri e degli iscritti locali per decidere. Una necessità e un’opportunità per la nostra base.
Gli obiettivi più urgenti per il Paese?
La priorità delle priorità è il varo di una politica organica per la famiglia: introduzione del quo­ziente familiare; assegni familia­ri adeguati; aiuti concreti per i non autosufficienti, anche con l’istituzione di un fondo nazio­nale per quando restano senza nessuno; sostegno per la scuola; sostegno per le famiglie nume­rose; politica per la casa. Poi ser­vono politiche per la crescita, in­vestendo su ricerca, formazione, innovazione e produttività.

(Avvenire - 17/4/2008)

16 aprile 2008

La Massoneria e la costruzione dell'Europa

(da kattolicamente.splinder.com - 14/4/2008

Il Presidente della UE a colloquio con le logge massoniche. Ecco perchè è stato espulso il Cristianesimo dalla Costituzione Europea. Attacco alla religione e alla libertà d'educazione.

Le mani della Massoneria sull'EuropaUn comunicato diffuso da un'organizzazione massonica, Fédération française du Droit Humain, ci fa sapere quanto possano decidere i destini di noi europei. In esso c'è scritto che l'8 aprile scorso Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea, ha ricevuto una delegazione composta dalla Grande Loggia Femminile di Francia, dal Grande Oriente del Portogallo e dal Grande Oriente di Francia.

Nel comunicato si legge: "Questo incontro costituisce un evento importante riguardo al posto della massoneria nella costruzione dell'Europa; questo posto è stato sottolineato, non soltanto per l'interesse e l'ascolto reale che il presidente Barroso ha mostrato alla delegazione ed al tempo che vi ha dedicato, ma anche con gli impegni assunti in termini di attenzione ai valori difesi dalla massoneria liberale e adogmatica, alle sue prese di posizione e alla espressione delle sue opinioni sui grandi argomenti che la riguardano. E' la prima volta che la Massoneria si è potuta esprimere con una qualità e ad un così alto livello delle istituzioni europee.

La delegazione ha ricevuto l'assicurazione dell'attaccamento del Presidente Barroso alla libertà di coscienza, allo spirito di laicità e al principio di separazione delle religioni dallo Stato. La delegazione ha rimarcato l'importanza dell'Illuminismo nella storia dell'Europa, dimensione da considerare almeno quanto le radici religiose e certamente più coerenti con le sue radici antiche.

Infine, è stato approvato il principio della comunicazione degli Ordini e Obbedienze Massoniche liberali e adogmatiche con gli uffici della Commissione qualora sia necessario".

Nel comunicato i massoni della Federazione francese dei Diritti Umani dichiarano che nel prossimo futuro presenteranno una proposta di raccomandazione che riguarderà tutti i sistemi educativi europei.

Ci chiediamo (ingenuamente) come mai altre minoranze, molto più numerose della Massoneria, non abbiano una rilevanza pari alla loro.

Ci chiediamo a quando arriverà la separazione dello Stato dalla Massoneria? A quando un elenco pubblico dei suoi iscritti? Come si può credere all'imparzialità dello Stato quando alti vertici delle sue strutture fanno parte di una società segreta, che spinge a favorire i suoi membri?

Con quali pretese decidono l'educazione della gioventù attraverso le strutture statali?

Ovviamente solo dei poveri ingueni superstiziosi cattolici possono farsi queste domande.

12 aprile 2008

Stato e laicità

Riporto un post del blog santaopposizione.ilcannocchiale.it che ho condiviso in pieno.
  • L’Italia è nata grazie ad un duplice esproprio, una duplice conquista arbitraria, una guerra senza preventiva dichiarazione di guerra: prima contro il Regno delle Due Sicilie, poi contro lo Stato della Chiesa, sorto per difendere il patrimonium Sancti Petri e che nei secoli aveva portato magnificenza e grandezza alla città di Roma. Le forze che hanno condotto queste guerre erano, esplicitamente, anticattoliche (garibaldini, protestanti, massoni, cavouriani o mazziniani). In Piemonte, in quegli anni, i cattolici venivano perseguitati, i monasteri confiscati, alcuni vescovi arrestati e preti arbitrariamente processati (cfr. Angela Pellicciari, Risorgimento anticattolico, Piemme), le encicliche e le allocuzioni di Pio IX non potevano circolare e lo stesso Vittorio Emanuele II fu tre volte scomunicato. Si può, in sintesi, affermare che l’Italia è nata illegittima e, modestamente, per me (non per la Chiesa Cattolica italiana, ahimè: quel grande Pontefice che fu Paolo VI, nel 1965, affermò che la Chiesa non aveva “nessun rimpianto per il potere temporale”) rimane tale. Dunque, come comportarsi? Non riconoscere questo magnum latrocinium di agostiniana memoria od obbedire anche ad uno Stato ingiusto? Ritenere il non expedit del mirabile Pontefice Pio IX ancora valido o stimarlo superato? Kant, nella sua Dottrina del diritto, scrive: “quando una rivoluzione sia riuscita e siasi fondata una nuova costituzione, l’illegalità della sua origine e il suo modo di stabilirsi non possono sciogliere i sudditi dall’obbligo di adattarsi al nuovo ordine di cose”. Chi può capire, capisca…
  • I comunisti furono e restano ipso facto scomunicati. Il 28 giugno 1949 il Sant’Uffizio decretò che “fa peccato mortale e non può essere assolto: 1) chi è iscritto al partita comunista; 2) chi ne fa propaganda in qualsiasi modo; 3) chi vota per esso e per i suoi candidati; 4) chi scrive, legge e diffonde la stampa comunista; 5) chi rimane nelle organizzazioni comuniste” perché “il comunismo è materialista e anticristiano; i capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo”. Chi può capire, capisca…
  • Allo stesso modo, secondo quanto ha scritto il Prefetto della Congregazione per la Fede, card. Joseph Raztinger, il 26 novembre 1983, è “immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”. Chi può capire, capisca…
  • Chi vota partiti o uomini politici che sostengono de jure e de facto l’aborto, l’eutanasia o la liceità del matrimonio poligamo e/o omosessuale, commette peccato. Chi può capire, capisca…
  • Molti, di questi tempi in cui è assai in voga il tiro al bersaglio contro il Sommo Pontefice e la Santa Chiesa, affermano la laicità dello Stato, innalzano la laicità dello Stato fino ad elevarla a “verità”, adorano la laicità dello Stato. Purtroppo dimenticano che le loro amate istituzioni laiche non hanno il dono della profezia, il quale ha invece la Chiesa che infatti ha duemila anni di vita ed è passata, vincendole, attraverso le invasioni dei barbari, persecuzioni massoniche, protestanti e islamiche, totalitarismi rossi e neri, sapendo financo trovare nuova linfa vitale in qualsivoglia contesto storico. Secondo il nostro modesto quanto inutile parere, andrebbe ripresa in seria considerazione la dottrina della gerarchia dei fini del Doctor Angelicus San Tommaso l’aquinate (1225 – 1274). Tale dottrina riconosce l’autonomia dei fini in ogni grado del reale, e nello stesso coordina il fine del grado inferiore a quello superiore, che lo comprende in sé e lo eleva a più alto e spirituale significato. Il potere civile non ha altra funzione che quella di instituere bonam vitam in subiecta moltitudine, mentre il potere spirituale deve guidare gli uomini sulla via della eterna beatitudine e lo stesso potere civile deve creare e garantire le condizioni perché la Chiesa compia la sua missione. Tutto, insomma, è subordinato alla salvezza dell’anima: salus animarum prima lex. Lo Stato non ha dignità di fine ultimo, il quale si attua solo fuori e sopra la società civile, in una vita soprannaturale sotto la direzione della Chiesa. Tuttavia è salva l’autonomia del potere civile che, nella sua sfera, può realizzare il bene comune secondo i mezzi che ritiene migliori. San Tommaso esige che il potere sia cristiano come conditio sine qua non della sua esistenza, ma non che lo Stato sia governato dalla Chiesa. Il potere spirituale deve essere separato da quello civile ut a terrenis essent spiritualia distincta e la supremazia morale e spirituale della Chiesa non implica ingerenza diretta nel dominio temporale. Sicut corpus habet esse ab anima, sic etiam temporalis iurisdictio principum habet esse per spiritualem Petri et successorum eius. Chi può capire, capisca…

27 marzo 2008

L'identità della Chiesa

di Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera - 27/3/2008)


Sono due le questioni al centro della discussione nata dalla conversione al Cattolicesimo di Magdi Allam, nonché dal battesimo in San Pietro impartitogli da Benedetto XVI, che quella conversione ha per così dire ratificato e reso pubblica nel più solenne dei modi. La prima questione riguarda per l’appunto il fortissimo segno pubblico impresso dalla solennità della circostanza. Molti vi hanno visto quasi l’immagine di una «Ecclesia triumphans», di una nuova Chiesa trionfante pronta a lanciarsi in una crociata anti-islamica. Vi hanno visto cioè un più o meno esplicito contenuto politico. Prima però di rispondere se il gesto in questione possa davvero essere interpretato così, sarebbe bene riflettere sul fatto che, come in tutte le istituzioni che hanno alle spalle una tradizione secolare (penso alla monarchia britannica ad esempio), anche nella Chiesa cattolica «pubblico » e «politico» non sono necessariamente due dimensioni sovrapposte e/o sovrapponibili.

Spesso la dimensione pubblica, i riti, le celebrazioni, corrispondono a esigenze che piuttosto che con la politica hanno a che fare con una vicenda storico- identitaria; sono cioè la manifestazione e insieme la rivendicazione della propria natura e della propria storia. Si potrà naturalmente obiettare che tra i due ambiti vi è un certo rapporto, ed è senz’altro vero. Ma è ancor più vero che si tratta di cose assai diverse, le quali implicano intenzioni e prospettive ideali anch’esse assai diverse. Riaffermare pubblicamente chi si è, da quale storia si viene, non vuol dire affatto enunciare per ciò stesso un programma di azione, indicare obiettivi, insomma fare politica nel senso che comunemente si dà a questa parola. È molto probabile insomma che con il battesimo in San Pietro la Chiesa di Benedetto XVI — il cui pontificato sembra particolarmente sensibile proprio a questo tema — abbia voluto soprattutto riaffermare la propria identità, al cui centro sta, precisamente, la conversione. E cioè il battesimo.

Il Cristianesimo, infatti, lungi dal nascere come una religione etnica, cioè legata vocazionalmente a una determinata popolazione, è nato anzi in polemica con una religione siffatta, nel suo caso rappresentata per l’appunto dall’ebraismo. Proprio perciò esso dovette inizialmente affidare le sue sole speranze di successo alla spontanea adesione di migliaia e migliaia di uomini e donne, dovendo a null’altro che a tale adesione la sua prima, decisiva diffusione nel mondo. C’è stato e c’è un evidente, intimo nesso tra tutto questo e alcuni tratti cruciali dell’identità culturale cristiana nel suo complesso, a cominciare da quei tratti fondamentali costituiti dalla centralità della persona e dal primato della coscienza. Il motore storico del Cristianesimo, insomma, così come una delle sue massime dimensioni fondative, è stata la conversione. Ed è plausibile, direi ovvio, che per la Chiesa, la quale della storia cristiana si considera la vera erede, continui a esserlo; e che con il rito in San Pietro essa abbia voluto semplicemente ribadire questo elemento centralissimo della sua identità: a dispetto di ogni opportunismo (questo sì politico!) e di ogni conformismo dei tempi.

Ha senso fargliene una colpa? Tuttavia, si aggiunge —ed è la seconda questione di cui si dibatte—le «bellicose dichiarazioni» rese da Magdi Allam stesso all’indomani del battesimo hanno piegato ad un significato politico la sua conversione, e dunque anche il rito e la partecipazione ad esso del Papa. Certo: bellicose quelle dichiarazioni lo sono state senz’altro. Ma chi punta il dito contro di esse, vedendovi soltanto un clamoroso fraintendimento della natura complessa dell’Islam, e, ancor peggio, una mancanza di carità cristiana, chi fa ciò, non solo, forse, dovrebbe spendere almeno qualche parola sulla terribile condizione personale del dichiarante. Sul fatto, per esempio, che Allam, sua moglie e i suoi figli vivono ormai da anni una vita non vita, una vita priva di un solo momento di vera intimità e tranquillità, dovendo tutto prevedere e programmare, circondati, 24 ore su 24, da uomini con le armi spianate che stanno lì a ricordargli continuamente il pericolo mortale sospeso sulle loro teste.

Non solo; forse dovrebbe anche chiedersi come mai, di fronte alla violenza delle ripetute condanne a morte giunte dall’islamismo «estremista» ad Allam come a Salman Rusdie, come a Robert Redeker e a tanti altri, come mai di fronte alle «aberranti derive fondamentaliste e terroriste» dell’Islam, in nessuna occasione sia arrivata alle nostre orecchie dallo stesso Islam una voce significativa, alta e forte, di condanna; come mai nessun imam di fama, nessun celebre intellettuale, nessuna importante istituzione o assemblea islamica abbia mai pensato di pronunciarsi in maniera irrevocabile contro tale uso barbarico della fede. Dovrebbe chiederselo e, se possibile, anche darsi, e darci, una risposta.

25 marzo 2008

La nuova fede di Magdi Cristiano Allam

«Approdo di un lungo cammino
Decisivo l’incontro con il Papa»

Caro Direttore, ciò che ti sto per riferire concerne una mia scelta di fede religiosa e di vita personale che non vuole in alcun modo coinvolgere il Corriere della Sera di cui mi onoro di far parte dal 2003 con la qualifica di vice-direttore ad personam. Ti scrivo pertanto da protagonista della vicenda come privato cittadino. Ieri sera mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima ed Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: «Cristiano».

Da ieri dunque mi chiamo «Magdi Cristiano Allam». Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del «diverso», condannato acriticamente quale «nemico», primeggiano sull’amore e il rispetto del «prossimo » che è sempre e comunque «persona»; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione.

Il punto d’approdo
La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero. Ho dovuto interrogarmi sull’atteggiamento di coloro che hanno pubblicamente emesso delle fatwe, dei responsi giuridici islamici, denunciandomi, io che ero musulmano, come «nemico dell’islam», «ipocrita perché è un cristiano copto che finge di essere musulmano per danneggiare l’islam», «bugiardo e diffamatore dell’islam », legittimando in tal modo la mia condanna a morte. Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un «islam moderato », assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori. A cominciare da tanti amici di Comunione e Liberazione con in testa don Juliàn Carròn; a religiosi semplici quali don Gabriele Mangiarotti, suor Maria Gloria Riva, don Carlo Maurizi e padre Yohannis Lahzi Gaid; alla riscoperta dei salesiani grazie a don Angelo Tengattini e don Maurizio Verlezza culminata in una rinnovata amicizia con il Rettore maggiore Don Pascual Chavez Villanueva; fino all’abbraccio di alti prelati di grande umanità quali il cardinale Tarcisio Bertone, monsignor Luigi Negri, Giancarlo Vecerrica, Gino Romanazzi e, soprattutto, monsignor Rino Fisichella che mi ha personalmente seguito nel percorso spirituale di accettazione della fede cristiana. Ma indubbiamente l’incontro più straordinario e significativo nella decisione di convertirmi è stato quello con il Papa Benedetto XVI, che ho ammirato e difeso da musulmano per la sua maestria nel porre il legame indissolubile tra fede e ragione come fondamento dell’autentica religione e della civiltà umana, e a cui aderisco pienamente da cristiano per ispirarmi di nuova luce nel compimento della missione che Dio mi ha riservato.

La scelta e le minacce
Caro Direttore, mi hai chiesto se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. Hai perfettamente ragione. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo. Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei Paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei Paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei Paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Basta con la violenza
Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei «casi» che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava «Le nuove catacombe degli islamici convertiti». Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani che in Italia denunciavano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, nella culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura.

Magdi Allam
23 marzo 2008

20 marzo 2008

Popoff nell'Udc

Cattolico, sposato con una catechista, oggi si occupa di sistemi informatici

Dallo Zecchino d'oro alla lista dell’Udc: corre con Casini il «bambino» di Popoff

Valter Brugiolo aveva conquistato l'Italia nel 1967 cantando le disavventure del cosacco cicciottello

Valter Brugiolo ai giorni nostri
MILANO — «Nella steppa sconfinata / a 40 sotto zero / se ne infischiano del gelo / i cosacchi dello Zar!». E adesso in fondo se ne infischia pure lui, ValterBrugiolo, che nel 1967 aveva cinque anni e conquistò lo Zecchino d’oro e l’Italia cantando le imprese del cosacco cicciottello che rimaneva indietro rispetto ai compagni diretti al fiume Don, «Ma Popoff / sbuffa, sbuffa e dopo un po’ / gli si affonda lo stivale nella neve e resta lì». Anche Brugiolo resta lì, e poco importa se nelle varie liste ai quattro angoli del Paese viaggiano in prima linea segretarie e pregiudicati, fisioterapiste di fiducia e gggiovani di bella presenza. Lui, candidato numero 19 dell’Udc alla Camera in Emilia-Romagna, l’altro giorno stava a fianco di Casini in un comizio all’Antoniano di Bologna ed è contento così, «io credo nella dottrina della Chiesa, nel valore della testimonianza, è importante cercare di portare un po’ di credibilità anche in politica, parlare di famiglia e principi non negoziabili, se pensassi a correre solo per vincere avrei preso da tempo strade diverse...».

Ascolta: «Popoff» allo Zecchino del 1967

Brugiolo nel '67 durante l'esibizione con il coro dell'Antoniano
Disarmante, Brugiolo. Dopo la vittoria allo Zecchino, quel bimbo dal caschetto biondo, che cantava serissimo il suo «Popoff» con le braccia dietro la schiena (su Youtube il video continua ad avere un suo pubblico: quasi settantamila spettatori) era diventato popolarissimo. Film musicali tipo Zum zum zum e spot per Carosello, a pensarci ancora ride, «c’erano due cose che non sopportavo da bambino: le banane e i formaggini. Crede mi abbiano proposto la Nutella? Macché, mi toccò la pubblicità dei formaggini...». E poi le serate in giro per l’Italia, «Cinecittà, Napoli, Capri», finché i genitori dissero: basta. «Hanno fatto una grande scelta, dicevano che quella vita non era adatta per un bimbo della mia età: e non è che fosse facile, la mia non era una famiglia agiata, avevano un mulino da portare avanti e sapevano bene cosa vuol dire la fatica, guadagnarsi la pagnotta. Se vorrai diventare cantante, dicevano, lo farai da grande...». Ora Valter ha 46 anni, si è laureato in Economia e commercio mentre aiutava suo padre al mulino e lavora come responsabile dei sistemi informatici in una coop di Bologna.. Vive ancora nel suo paese, a San Venanzio di Galliera.

E canta nella corale della parrocchia dove sua moglie Alessandra fa la catechista, «ho frequentato anche un corso di due anni in seminario per fare l’accolito, una figura che aiuta il parroco anche nella comunione, del resto facevo il chierichetto da quando avevo quattro anni...». Si sono sposati vent’anni fa, anche lei è una ragazza del paese, «abbiamo scoperto una foto dove io sto sulla giostra a quattro anni e lei è lì vicino, quasi in fasce!». Hanno quattro figli, «tre adottati e uno in affido». E basterebbe tutto questo a spiegare che cosa vorrebbe portare in politica. Se gli chiedi di Cuffaro sbuffa: «Non giudico chi non conosco. Ecco, magari in certi casi bisognerebbe farsi da parte in attesa che tutto si chiarisca, e non parlo solo di lui. In politica bisognerebbe essere credibili». E pazienza se non potrà essere eletto. In fondo il suo cosacco, mentre gli altri cedevano sfiniti, alla fine ce l’ha fatta, «Ma Popoff così tondo che farà /rotolando nella neve / fino al fiume arriverà!».

Gian Guido Vecchi
(Corriere della sera - 20/3/2008)

16 dicembre 2007

Due leader cristiani in occidente

• Il repubblicano Huckabee lo dice chiaro: “La fede mi definisce”. E’ in ascesa, era un predicatore, è anche un fan dei Rolling Stones • Il liberal “San Barack” Obama spiega: “I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di mettere da parte la religione”

New York. Mike Huckabee è il candidato alla Casa Bianca più giovane tra quelli in corsa per il Partito repubblicano. Barack Obama lo è in assoluto. Entrambi sono in grande ascesa nei sondaggi e sono accreditati di una vittoria a sorpresa contro Rudy Giuliani, Mitt Romney e Hillary Clinton. Questa settimana il conservatore Huckabee è sulla copertina del liberal New York Times magazine. Il liberal Obama, disegnato e vestito da monaco francescano, è sulla copertina del neoconservatore Weekly Standard sotto il titolo “San Barack d’Iowa”. Entrambi stanno conducendo una campagna elettorale da leader cristiani. Huckabee esplicitamente, Obama evitando di dirlo.
In America Dio è sulla bocca di tutti, specie dei politici in corsa per la Casa Bianca. L’Economist ha scritto che “Hillary Clinton fa più riferimenti a Dio di quanti ne faccia un normale vescovo europeo”, Mitt Romney è riuscito finalmente a farsi accettare come leader nazionale nel momento esatto in cui ha affrontato il tema della “sinfonia delle fedi” che sta alla base della religiosità americana. Ogni fondamentale passaggio politico della storia americana, dall’abolizione della schiavitù al diritto di voto per le donne, dal proibizionismo alla lotta contro la segregazione razziale, è stato plasmato da una speciale miscela di idee liberali e sentimenti religiosi. La moralità cristiana e l’influenza della fede nella vita pubblica americana è stata colta perfettamente da Alexis de Tocqueville nel suo ancora oggi insuperabile “Viaggio in America” della prima metà dell’Ottocento: “Appena sono arrivato negli Stati Uniti la prima cosa che ha colpito la mia attenzione è stata l’aspetto religioso del paese e più ci sono rimasto più ho percepito le grandi conseguenze politiche derivanti da questo stato delle cose. In Francia avevo quasi sempre visto lo spirito della religione e lo spirito della libertà marciare nella direzione opposta. In America li ho trovati intimamente uniti e alla guida, insieme, dello stesso paese”.
Su questa scia sono stati moltissimi i politici americani di primo piano, in particolare del Partito democratico, che hanno puntato sulla carta religiosa. William Jennings Bryan, sconfitto tre volte alle elezioni presidenziali a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, è stato uno dei grandi sostenitori, con motivazioni religiose, del proibizionismo e della lotta all’evoluzionismo darwinista. L’insegnante di catechismo Jimmy Carter è stato il primo presidente cristiano rinato ed evangelico. Così via, fino a George W. Bush, il quale nel 1999 disse che “Gesù” era il suo filosofo politico preferito.
In questo ciclo elettorale, però, si nota qualcosa di nuovo. Due giovani candidati con buone chance di vincere le primarie dei rispettivi partiti, Huckabee e Obama, si candidano appellandosi direttamente ai valori, alle battaglie e alle parole cristiane. “C’è un’overdose di pietà pubblica”, ha notato il neoconservatore laico Charles Krauthammer ieri sul Washington Post.
“La fede non si limita a influenzarmi – recita uno spot televisivo del predicatore Huckabee, oggi in testa nei sondaggi in Iowa – piuttosto mi definisce. Non mi devo alzare tutte le mattine e chiedermi in che cosa ho bisogno di credere. Noi crediamo in alcune cose, sosteniamo alcune cose e viviamo o moriamo per queste cose”. Lo spot si conclude con una scritta in maiuscolo che dice: “Un leader cristiano”.
Barack Obama ha aperto la sua recente manifestazione con la star televisiva Oprah Winfrey con queste parole: “Rendiamo grazie e onoriamo Dio. Guardate che bel giorno che ha creato il nostro Signore”.
Huckabee e Obama conducono una campagna elettorale molto simile, ciascuna delle quali è influenzata dalle rispettive esperienze religiose, cristiano-conservatrice per il repubblicano, vicina alla teologia della liberazione per il democratico. Huckabee è egli stesso un predicatore e, prima di diventare governatore dell’Arkansas, ha guidato una grande congregazione battista del sud. Obama, invece, è un seguace di Jeremiah Wright, l’incendiario predicatore nero della Trinity United Church of Christ di Chicago. E ama ricordare che “Abramo Lincoln, Martin Luther King e la maggioranza dei grandi riformatori americani non erano soltanto motivati dalla loro fede, ma hanno anche usato il linguaggio religioso per sostenere le loro cause”.
La cosa interessante è che la loro pronunciata religiosità non li ha relegati agli estremi dei rispettivi schieramenti. Huckabee è il volto simpatico e rassicurante della destra religiosa, non usa i toni arrabbiati e apocalittici degli ormai anziani leader del movimento, non spaventa, non fa battute e gli piace il rock, soprattutto quello considerato satanico dei Rolling Stones (“Sono favorevole alla divisione tra church and stage, tra chiesa e palco”). Obama dice con naturalezza ed eleganza cose che pronunciate da qualcun altro farebbero saltare parecchi progressisti dalla sedia: “I laici sbagliano a chiedere ai credenti di mettere da parte la religione se entrano in politica. E’ un’assurdità, la nostra legge è per definizione la codificazione della morale, gran parte della quale è radicata nella tradizione giudaico-cristiana”. Entrambi conducono battaglie contro gli anni Sessanta. Huckabee li considera il male assoluto per la celebrazione della cultura della pillola anticoncezionale, del sesso gay, dell’amore libero e delle droghe. Obama li giudica come la fonte primaria dell’attuale scontro ideologico e della guerra culturale che vorrebbe superare.
Magari nessuno dei due vincerà le primarie, ma la loro discesa in campo da leader cristiani sta già cambiando la natura delle due coalizioni politiche. Il solidarismo cristiano di Huckabee, così come quello di Bush, comincia a convincere i conservatori che l’intervento dello stato a favore delle classi più deboli non è un’eresia dei principi conservatori. La compassione religiosa di Obama, invece, indica ai liberal una piattaforma programmatica e ideale per riconquistare l’elettorato evangelico.
(Il Foglio 15/12/2007)

13 dicembre 2007

Cultura dell'anticristo /2

A FIRENZE L’ULTIMO EPISODIO DI UNA FESTA « SVUOTATA »
Gesù non c’entra col Natale. Parola di maestra intelligente

di Marina Corradi (Avvenire - 13/12/2007)

U n padre fiorentino scrive sbigottito al Giornale:
la maestra di mio figlio, che fa la quarta elementare, ha detto ai bambini di fare un disegno sul Natale.
Mio figlio si è messo a a disegnare la Natività ma la maestra glielo ha impedito. A noi genitori la maestra ha poi detto che sarebbe «una scemenza» associare la nascita di Cristo al Natale, e che in questo modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso dei non cristiani. La storia raccontata da questo padre introduce una variante sul tema, non nuovo e ripetuto, dei presepi proibiti nelle scuole per «non offendere» i fedeli di altre confessioni. Infatti, la prima obiezione della maestra fiorentina sarebbe stata ancora più radicale: è «insensato» associare la nascita di Gesù al Natale. Natale dunque, pare di capire, come una festa che ormai prescinderebbe totalmente dalla memoria di ciò che viene in quel giorno ricordato. Ci sarebbe dunque un 25 dicembre che 'una volta' celebrava la nascita di Gesù Cristo in Palestina. Ma ormai così sbiadita sarebbe questa tradizione, che la festa è diventata semplicemente un’amabile convenzione condivisa: si fa l’albero, si mangia il panettone e ci si scambiano regali, perché così si usa, ma niente a che vedere con quell’antica assurda storia di un neonato in una mangiatoia. Presumiamo che questo volesse dire quella maestra, se davvero ha detto che associare il Natale a Gesù è «una scemenza». Una tesi surreale, certo, ma che contiene in sé, radicalizzato, un pensiero che si va diffondendo. Il Natale cristiano – e sul copyright originario della ricorrenza non ci sono dubbi – se ci guardiamo intorno, appare spesso come un guscio svuotato. C’è un parlare assordante del Natale in tv, nei negozi, e fra noi; ma discorriamo di strenne, di vacanze, di tacchini.
Dell’evento di quel giorno – istante che taglia e rivoluziona la storia – di quello taciamo, e spesso anche fra cristiani. È rimasto, e anzi s’è gonfiato in una massa ipertrofica, tutto il contorno della festa: ma è il nucleo, il centro di gravità che sembra mancare. La maestra di Firenze, con la sua affermazione apparentemente strabiliante, avrebbe estrinsecato ciò che galleggia sotto le parole in questi nostri giorni annegati nei pandori e nei babbi natale. Abbiamo sentito un sociologo alla radio teorizzare di un Natale trasformato in una «festa della bontà», che non darebbe fastidio agli islamici e agli altri. Il brillante studioso ha sintetizzato lo stesso spirito dei tempi espresso dalla maestra fiorentina: facciamo festa il 25 dicembre, ma Gesù Cristo, che c’entra? Ora, ciascuno a casa sua festeggia ciò che vuole, Allah, Hare Krishna, come meglio crede. Ma c’è un accento di violenza nella piccola storia del bambino fermato con la matita per aria mentre sta per disegnare la cometa. Disegna ciò che vuoi: alberi, Santa Claus, renne, ma Gesù Bambino, no. Quello non c’entra. Quello è una vecchia fiaba, di cui vogliamo dimenticarci – che fiaba assurda poi, un Dio che nasce da una donna, e vergine anche, e in una stalla. La Festa della Bontà è laica e illuminata, corretta e multietnica. Non vuol dire niente, quindi non dà fastidio a nessuno: ma incentiva positivamente i consumi.

Piccolo, togli quella sciocca stella e l’asino e il bue. Cancella. Il mix di politically cor­rect e di un acido neo-oscurantismo dei lumi si vanta di non tollerare censure, ma con un’eccezione. Quel Bambino in una culla di paglia non lo vuole vedere. Che resti pure il contorno della festa, le lumi­narie e le cornamuse e l’abbacchio. Ma, quel nucleo, quell’oscuro centro di gra­vità di duemila anni di storia, quello no.
Bambini, da bravi, disegnate le renne.
[commento di Padre Livio: "Bambini, disegnate le corna alla maestra!"]

Cultura dell'anticristo /1

È Natale, che "scemenza" parlare di Gesù

di Walter Vecchi (Il Giornale - 12/12/2007)

Caro Direttore,
sono un Vostro lettore «da sempre» ed invio la presente per segnalarvi quello che a mio avviso, è un fatto molto grave avvenuto in questi giorni nella scuola elementare Villani di Firenze, ove mio figlio Alessandro di anni 9 frequenta la classe IV C.
La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».
Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.
Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale (ma a cos'altro andrebbe associato il Natale? Al solstizio di inverno?), poiché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano.
In ogni caso, a detta della maestra di disegno medesima, le insegnanti sarebbero obbligate ad impedire qualsivoglia rappresentazione religiosa, anche nei disegni e addirittura gli insegnanti di «Religione» non potrebbero parlare di Gesù Cristo agli alunni. Richiesta di indicare quale mai fosse la norma cui faceva riferimento, la maestra medesima ha girato le spalle e se ne è andata senza neppure salutare.
Il giorno dopo, anche l'insegnante di Italiano è intervenuta in classe sull'argomento, dicendo agli alunni che «le maestre sono stufe delle “scemenze” delle loro mamme».
Non ho parole per commentare l'accaduto. Non condivido che nelle nostre scuole il Natale non sia più rappresentato come quando ero bambino io (quarant'anni fa) con recite e canti dedicati alla nascita di Gesù, ma ritengo che costituisca un vero atto di violenza morale impedire ad un bambino di 9 anni di rappresentare in un disegno la Natività, specie in un disegno che la maestra stessa ha detto doveva essere dedicato al Natale e portato a casa dalle rispettive famiglie.

04 dicembre 2007

Un formidabile weekend da Papa

Dopo la pubblicazione della “Spe Salvi”, Ratzinger detta la sua agenda Critica il relativismo dell’Onu prima di recarsi al Palazzo di Vetro, sfida il mito del progresso e chiede un’autocritica al cristianesimo moderno
Il nichilismo “corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte”. Così Benedetto XVI nell’omelia per i Primi vespri d’Avvento pronunciata sabato, terza formidabile tappa del weekend forse più intenso del suo pontificato, iniziato con la presentazione della “Spe Salvi”, proseguito con le bordate al “relativismo” delle Nazioni Unite contenute nel discorso di sabato alle ong cattoliche e concluso domenica con l’Angelus, in cui ha sintetizzato: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio”, perché la storia va “rievangelizzata e rinnovata dall’interno”. L’Avvento per la chiesa è l’inizio del nuovo anno, e sul filo della metafora temporale si potrebbe ben dire che Ratzinger non si fa dettare l’agenda da nessuno ma anzi, come un Papa rinascimentale, è lui a stabilire il calendario: ora ha deciso che è tempo di sfidare la modernità opponendo al suo nichilismo “il futuro luminoso dell’uomo e del mondo”. Frammenti di una battaglia culturale di lungo periodo, che si intrecciano con l’agenda diplomatica. Il prossimo 18 aprile Benedetto XVI varcherà la soglia del Palazzo di vetro, e il suo discorso alle ong non ha risparmiato critiche alle politiche di alcune organizzazioni dell’Onu: “Spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità”, ha detto. Criticando inoltre una “concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola e ultima fonte delle norme internazionali”. Temi del resto non nuovi: Ratzinger in un intervento del 2000 aveva attaccato con durezza le conferenze del Cairo e di Pechino, proprio in quanto lasciavano “trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo”. Lo stile del Pontefice è però noto: preferisce la proclamazione delle verità essenziali all’esercizio della mera diplomazia e del dialogo solo formale. Analogamente, a Ratisbona aveva scelto di affrontare il tema dell’islam e della violenza religiosa poco prima di recarsi in Turchia. Da allora, Benedetto XVI va impostando l’agenda del dialogo “senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani” – come ha risposto, per il tramite del segretario di stato Tarcisio Bertone, alla lettera delle 138 “guide islamiche” – e recuperando il cardinale Jean-Louis Tauran alla guida del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, pur senza rimettere completamente il Vaticano sul binario ecumenico del periodo wojtyliano. Anche sull’Onu, come per Ratisbona, l’impressione è che il Papa abbia approfittato per mandare un “promemoria” al segretario Ban Ki-moon.
Ci sono poi i tempi di una verifica interna alla chiesa. Non sono sfuggiti alcuni passaggi chiave della “Spe Salvi”, in cui si parla di necessità di autocritica anche per i cristiani: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno”. Un programma di revisione radicale, che ha fatto ipotizzare al vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, una sorta di “mea culpa di nuovo tipo”, destinato a fare i conti con il lungo periodo storico in cui i cristiani si sono mostrati troppo acquiescienti con la secolarizzazione, fino a rendere la fede marginale e quasi inutile. Una colpa – sostiene il Papa nell’enciclica – che ha avuto l’effetto nefasto di abbandonare il mondo a se stesso: con la fede “orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima”, mentre “la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero del progresso”.

(il Foglio - 04/12/2007)

11 novembre 2007

La Moschiesa

Perplessità per la decisione di fare di una parrocchia anche una moschea

Dalla terra veneta un nuovo dolore per i cattolici semplici: la Moschiesa di Paderno. Don Aldo Danieli, di concerto col Centro islamico di Treviso, ha trasformato la parrocchia in un ircocervo: per sei giorni chiesa, per un giorno moschea, a disposizione dei musulmani della zona. Quindi a Paderno il venerdì non sarà più il giorno della Passione di Cristo ma quello della preghiera in direzione della Mecca. Non conosciamo il teologo di riferimento di don Aldo ma siccome Paderno è frazione di Ponzano e Ponzano è il comune della Benetton avanziamo l’ipotesi che la prima ispirazione derivi da Oliviero Toscani, l’autore della indimenticata campagna pubblicitaria “United Colors”. Stavolta però l’indifferentismo non è applicato alle cromie cutanee bensì a qualcosa di più intimo e fondante: alle credenze religiose. “Preferisco i musulmani che pregano ai cristiani che bestemmiano” ha detto don Aldo ai parrocchiani esterrefatti. Passando in un balzo dalla linea Toscani alla linea Amato, il ministro secondo il quale è preferibile il velo alle veline. Purtroppo tutto questo non è cristiano, non è cattolico, non è evangelico. Gesù dopo la Resurrezione si presenta agli apostoli e usando il modo imperativo dice: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. In quell’estremo frangente, pochi istanti prima dell’Ascensione, il Figlio di Dio non spreca le sue ultime parole terrene per spingere sul tasto della morale (a prendersela coi bestemmiatori e con le ballerine basta qualunque fariseo) ma su quello della verità. Andate, predicate, battezzate. A questo sono tenuti gli apostoli e a questo sono tenuti ovviamente i preti. Pertanto don Aldo deve certamente aprire la chiesa di Paderno ai musulmani, ma non per lasciarli nell’oscurità bensì per illuminarli circa la divinità di Cristo. Senza questa persuasione non è possibile il battesimo, che prevede la formula trinitaria “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il prete che non fornisce gli strumenti della salvezza ai suoi fratelli è colpevole di mancanza di carità nei loro confronti. Può fallire, certo, e anche questo è previsto da Gesù nel Vangelo (Luca 10), quando esorta i discepoli ad allontanarsi dai refrattari con un gesto sublime, scuotendo la polvere dai propri calzari. Ma ci deve provare.
(Il Foglio 10/11/2007)

Le Crociate, crogiolo d'Europa?

di Franco Cardini

Le crociate non sono mai state "guerre di religione", non hanno mai mirato alla conversione forzata o alla soppressione degli infedeli. Eccessi e violenze compiuti nel corso delle spedizioni - che ci sono stati e non vanno dimenticati - debbono tuttavia esser valutati nel quadro della normale ancorché dolorosa fenomenologia degli eventi militari e sempre tenendo presente che alcuna ragione teologica li ha giustificati. La crociata corrisponde a un movimento di pellegrinaggio armato lentamente affermatosi e sviluppatosi nel tempo - fra XI e XVIII secolo - che dev'essere inteso inserendolo nel contesto del lungo incontro fra la Cristianità e Islam, che ha prodotto positivi risultati culturali ed economici (come si giustifica altrimenti la notizia di frequenti amicizie e addirittura alleanze militari tra cristiani e musulmani nella storia delle crociate?).

L'"ideologia" della crociata si è affermata e costruita lentamente, a partire dal diritto canonico del Duecento, per consolidarsi solo in età moderna alla luce delle lotte tra Europa cristiana e turchi ottomani. La polemica illuminista contro le crociate nel nome della tolleranza religiosa - ha fatto sì che le crociatesiano state considerate, a torto, antenate delle guerre di religione e delle guerre ideologiche.
Un contributo alla chiarificazione è giunto adesso dal libro di L'invenzione delle crociate (ed. Einaudi) di Cristopher Tyerman, medievista dello Hertford College di Oxford. Egli non dimostra certo che le crociate non sono ami esistite: si limita a far capire come, nel corso del primo secolo di quello che noi oggi usiamo definire "movimento crociato", esso non vi fu; né vi fu niente di quella che noi siamo soliti definire "idea di crociata". La spedizione - in parte pellegrinaggio, in parte campagna militare - conclusasi nel 1099 con la conquista di Gerusalemme da parte di alcune migliaia di cavalieri, di armati e di pellegrini provenienti dall'Europa occidentale, condusse certo alla formazione di una monarchia feudale nel territorio silopalestinese - il "regno franco di Gerusalemme" - e fu salutata fin dal suo nascere da un talora disorientato entusiasmo, ma non fondò alcuna consuetudine.
Non c'era la crociata. C'erano e cruce signati, coloro che avevano partecipato alla spedizione, si erano impegnati a farlo con una promessa solenne e per questo recavano ben in vista sulle loro vesti il simbolo dfella croce secondo una tradizione ch'era già tipica del pellegrinaggio. Ma la parola "crociata" non esisteva, e si sarebbe dovuto aspettare le fine del medioevo perché divenisse d'uso comune. La cosiddetta "seconda crociata" si mosse dall'Europa solo circa mezzo secolo dopo la prima: la distanza d'una vita umana media, all'epoca. Nessuna tradizione "crociata" si stabilì quindi, né allora, né più tardi. Solo nel corso del Duecento il papato assunse la gestione del movimento, che aveva ancora nomi incerti: iter, peregrinatio, expeditio, più tardi passagium,poi ancora negotium crucis e crux cismarina ("croce pellegrina" l'avrebbe chiamata un poeta italomeridionale del tempo di Federico II, Rinaldo d'Aquino).
Fu per successivi passaggi, per ulteriori "successive approssimazioni", che si arrivò a un diritto della crociata, a una sua dusciplina canonistica e fiscale, a un suo allargarsi anche degli obiettivi: dalla conquista (o riconquista)dei Luoghi Santi a spedizione militare contro i nemici musulmani, poi contro i "pagani" in genere, quindi contro i cristiani eretici, infine contro i nemici politici della Santa Sede. Per un paradosso abbastanza impressionante, la crociata assunse forma giuridica e "massmediale" definitiva solo quando ormai le speranze di riconquistare Gerusalemme erano ormai state abbandonate, e si espresse soprattutto - fra XV e XVIII secolo - contro i turchi ottomani. In tal modo si può dire che apologeti e propagandisti prima, storici poi, concorsero in un arco di tempo durato più di mezzo millennio alla costruzione di una "ideologia" che venne chiarita e articolata addirittura attraverso una nutrita trattatistica, ma che rispetto agli eventi del 1095-1099 che per noi stanno a fondamento della crociata ha tutti i caratteri della manipolazione e della "eterogenesi dei fini".
Il tyerman mostra come nell'Europa tardo medievale e protomoderna si costruisse una talora confusa, sempre comunque duttile e dinamica "cultura della crociata", che dal diritto passò alla letteratura, alla musica, alle arti, alla propaganda popolare, al sentire comune, alimentandosi di gesti, di riti, di tradizioni: sino alle polemiche illuministiche e al revival romantico che consacrò la crociata al mondo dei presupposti delle avventure colonialistiche, con tutto il loro bagaglio culturale che sarebbe andato a costruire l'esotismo; e a più recenti e più scopertamente strumentali revivals politici, come quelli durante le due guerre mondiali o la guerra civile di Spagna del 1936-39. Ma la parola "crociata", che avrebbe riempito di sé i secoli successivi, non venne poi neppure pronunziata in quel lungo periodo che da Goffredo di Buglione giunge fino a San Luigi, e che noi continuiamo a immaginare "l'età della crociata" per eccellenza.
Proprio questo è ciò che c'interessa di più in questa sede. Che rapporto c'è fra l'idea di crociata, il movimento crociato e la costruzione dell'identità europea? é stato scritto che le spedizioni crociate furono la prima guerra comune degli europei contro un nemico esterno. In un certo senso, è vero. Ed è anche vero che la crociata presiedette in qualche maniera anche al nascere e all'articolarsi del sentimento nazionale, primo vagito dell'Europa come "arcipelago di nazioni" consce delle loro reciproche distinzioni eppur ben consapevoli dell'unità culturale che le teneva insieme, la fede cristiana e l'eredità romana. Una fonte cronistica peraltro un po' dubbia sostiene che alla partenza per la cosiddetta "terza crociata", alla fine del XII secolo, i guerrieri-pellegrini si servirono come contrassegno di croci di differente colore: rossa i francesi, bianca gli inglesi, verde i fiamminghi. Più tardi, fra XV e XVI secolo, le "leghe sante" presiedute di solito dal papa unirono gli stati europei nel comune sforzo contro i turchi. Da questo punto di vista, il "congresso di mantova" del 1460, voluto da Pio II, fu uno degli atti di nascita dell'Europa moderna. Una realtà, questa da non intendersi in senso totalizzante: le crociate non "fecero l'Europa", che fra l'altro affonda le sue radici in due scismi, quello "d'Oriente" dell'XI secolo e la Riforma del XVI. Ma l'Europa, va caratterizzata da e per quel che unisce gli europei, o per quello che, se non proprio li divide, quanto meno li distingue?
Anche questo è argomento di riflessione necessaria.