16 dicembre 2006

La persona umana, cuore della pace

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2007

LA PERSONA UMANA, CUORE DELLA PACE

1. All'inizio del nuovo anno, vorrei far giungere ai Governanti e ai Responsabili delle Nazioni, come anche a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, il mio augurio di pace. Lo rivolgo, in particolare, a quanti sono nel dolore e nella sofferenza, a chi vive minacciato dalla violenza e dalla forza delle armi o, calpestato nella sua dignità, attende il proprio riscatto umano e sociale. Lo rivolgo ai bambini, che con la loro innocenza arricchiscono l'umanità di bontà e di speranza e, con il loro dolore, ci stimolano a farci tutti operatori di giustizia e di pace. Proprio pensando ai bambini, specialmente a quelli il cui futuro è compromesso dallo sfruttamento e dalla cattiveria di adulti senza scrupoli, ho voluto che in occasione della Giornata Mondiale della Pace la comune attenzione si concentrasse sul tema: Persona umana, cuore della pace. Sono infatti convinto che rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono le premesse per un autentico umanesimo integrale. È così che si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni.

La persona umana e la pace: dono e compito

2. Afferma la Sacra Scrittura: « Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò » (Gn 1,27). Perché creato ad immagine di Dio, l'individuo umano ha la dignità di persona; non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno, capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone. Al tempo stesso, egli è chiamato, per grazia, ad un'alleanza con il suo Creatore, a offrirgli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare al posto suo(1). In questa mirabile prospettiva, si comprende il compito affidato all'essere umano di maturare se stesso nella capacità d'amore e di far progredire il mondo, rinnovandolo nella giustizia e nella pace. Con un'efficace sintesi sant'Agostino insegna: « Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi »(2). È pertanto doveroso per tutti gli esseri umani coltivare la consapevolezza del duplice aspetto di dono e di compito.

3. Anche la pace è insieme un dono e un compito. Se è vero che la pace tra gli individui ed i popoli — la capacità di vivere gli uni accanto agli altri tessendo rapporti di giustizia e di solidarietà — rappresenta un impegno che non conosce sosta, è anche vero, lo è anzi di più, che la pace è dono di Dio. La pace è, infatti, una caratteristica dell'agire divino, che si manifesta sia nella creazione di un universo ordinato e armonioso come anche nella redenzione dell'umanità bisognosa di essere recuperata dal disordine del peccato. Creazione e redenzione offrono dunque la chiave di lettura che introduce alla comprensione del senso della nostra esistenza sulla terra. Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, rivolgendosi all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 5 ottobre 1995, ebbe a dire che noi « non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso [...] vi è una logica morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli »(3). La trascendente “grammatica”, vale a dire l'insieme di regole dell'agire individuale e del reciproco rapportarsi delle persone secondo giustizia e solidarietà, è iscritta nelle coscienze, nelle quali si rispecchia il progetto sapiente di Dio. Come recentemente ho voluto riaffermare, « noi crediamo che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità »(4). La pace è quindi anche un compito che impegna ciascuno ad una risposta personale coerente col piano divino. Il criterio cui deve ispirarsi tale risposta non può che essere il rispetto della “grammatica” scritta nel cuore dell'uomo dal divino suo Creatore.

In tale prospettiva, le norme del diritto naturale non vanno considerate come direttive che si impongono dall'esterno, quasi coartando la libertà dell'uomo. Al contrario, esse vanno accolte come una chiamata a realizzare fedelmente l'universale progetto divino iscritto nella natura dell'essere umano. Guidati da tali norme, i popoli — all'interno delle rispettive culture — possono così avvicinarsi al mistero più grande, che è il mistero di Dio. Il riconoscimento e il rispetto della legge naturale pertanto costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti. È questo un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un'autentica pace.

Il diritto alla vita e alla libertà religiosa

4. Il dovere del rispetto per la dignità di ogni essere umano, nella cui natura si rispecchia l'immagine del Creatore, comporta come conseguenza che della persona non si possa disporre a piacimento. Chi gode di maggiore potere politico, tecnologico, economico, non può avvalersene per violare i diritti degli altri meno fortunati. È infatti sul rispetto dei diritti di tutti che si fonda la pace. Consapevole di ciò, la Chiesa si fa paladina dei diritti fondamentali di ogni persona. In particolare, essa rivendica il rispetto della vita e della libertà religiosa di ciascuno. Il rispetto del diritto alla vita in ogni sua fase stabilisce un punto fermo di decisiva importanza: la vita è un dono di cui il soggetto non ha la completa disponibilità. Ugualmente, l'affermazione del diritto alla libertà religiosa pone l'essere umano in rapporto con un Principio trascendente che lo sottrae all'arbitrio dell'uomo. Il diritto alla vita e alla libera espressione della propria fede in Dio non è in potere dell'uomo. La pace ha bisogno che si stabilisca un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è: saranno così evitate intromissioni inaccettabili in quel patrimonio di valori che è proprio dell'uomo in quanto tale.

5. Per quanto concerne il diritto alla vita, è doveroso denunciare lo scempio che di essa si fa nella nostra società: accanto alle vittime dei conflitti armati, del terrorismo e di svariate forme di violenza, ci sono le morti silenziose provocate dalla fame, dall'aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall'eutanasia. Come non vedere in tutto questo un attentato alla pace?

L'aborto e la sperimentazione sugli embrioni costituiscono la diretta negazione dell'atteggiamento di accoglienza verso l'altro che è indispensabile per instaurare durevoli rapporti di pace. Per quanto riguarda poi la libera espressione della propria fede, un altro preoccupante sintomo di mancanza di pace nel mondo è rappresentato dalle difficoltà che tanto i cristiani quanto i seguaci di altre religioni incontrano spesso nel professare pubblicamente e liberamente le proprie convinzioni religiose. Parlando in particolare dei cristiani, debbo rilevare con dolore che essi non soltanto sono a volte impediti; in alcuni Stati vengono addirittura perseguitati, ed anche di recente si sono dovuti registrare tragici episodi di efferata violenza. Vi sono regimi che impongono a tutti un'unica religione, mentre regimi indifferenti alimentano non una persecuzione violenta, ma un sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose. In ogni caso, non viene rispettato un diritto umano fondamentale, con gravi ripercussioni sulla convivenza pacifica. Ciò non può che promuovere una mentalità e una cultura negative per la pace.

L'uguaglianza di natura di tutte le persone

6. All'origine di non poche tensioni che minacciano la pace sono sicuramente le tante ingiuste disuguaglianze ancora tragicamente presenti nel mondo. Tra esse particolarmente insidiose sono, da una parte, le disuguaglianze nell'accesso a beni essenziali, come il cibo, l'acqua, la casa, la salute; dall'altra, le persistenti disuguaglianze tra uomo e donna nell'esercizio dei diritti umani fondamentali.

Costituisce un elemento di primaria importanza per la costruzione della pace il riconoscimento dell'essenziale uguaglianza tra le persone umane, che scaturisce dalla loro comune trascendente dignità. L'uguaglianza a questo livello è quindi un bene di tutti inscritto in quella “grammatica” naturale, desumibile dal progetto divino della creazione; un bene che non può essere disatteso o vilipeso senza provocare pesanti ripercussioni da cui è messa a rischio la pace. Le gravissime carenze di cui soffrono molte popolazioni, specialmente del Continente africano, sono all'origine di violente rivendicazioni e costituiscono pertanto una tremenda ferita inferta alla pace.

7. Anche la non sufficiente considerazione per la condizione femminile introduce fattori di instabilità nell'assetto sociale. Penso allo sfruttamento di donne trattate come oggetti e alle tante forme di mancanza di rispetto per la loro dignità; penso anche — in contesto diverso — alle visioni antropologiche persistenti in alcune culture, che riservano alla donna una collocazione ancora fortemente sottomessa all'arbitrio dell'uomo, con conseguenze lesive per la sua dignità di persona e per l'esercizio delle stesse libertà fondamentali. Non ci si può illudere che la pace sia assicurata finché non siano superate anche queste forme di discriminazione, che ledono la dignità personale, inscritta dal Creatore in ogni essere umano(5).

L'« ecologia della pace »

8. Scrive Giovanni Paolo II nella Lettera enciclica Centesimus annus: « Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l'uomo è stato donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato »(6). È rispondendo a questa consegna, a lui affidata dal Creatore, che l'uomo, insieme ai suoi simili, può dar vita a un mondo di pace. Accanto all'ecologia della natura c'è dunque un'ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede un”‘ecologia sociale”. E ciò comporta che l'umanità, se ha a cuore la pace, debba tenere sempre più presenti le connessioni esistenti tra l'ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l'ecologia umana. L'esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l'ambiente reca danni alla convivenza umana, e viceversa. Sempre più chiaramente emerge un nesso inscindibile tra la pace con il creato e la pace tra gli uomini. L'una e l'altra presuppongono la pace con Dio. La poesia-preghiera di San Francesco, nota anche come « Cantico di Frate Sole », costituisce un mirabile esempio — sempre attuale — di questa multiforme ecologia della pace.

9. Ci aiuta a comprendere quanto sia stretto questo nesso tra l'una ecologia e l'altra il problema ogni giorno più grave dei rifornimenti energetici. In questi anni nuove Nazioni sono entrate con slancio nella produzione industriale, incrementando i bisogni energetici. Ciò sta provocando una corsa alle risorse disponibili che non ha confronti con situazioni precedenti. Nel frattempo, in alcune regioni del pianeta si vivono ancora condizioni di grande arretratezza, in cui lo sviluppo è praticamente inceppato anche a motivo del rialzo dei prezzi dell'energia. Che ne sarà di quelle popolazioni? Quale genere di sviluppo o di non-sviluppo sarà loro imposto dalla scarsità di rifornimenti energetici? Quali ingiustizie e antagonismi provocherà la corsa alle fonti di energia? E come reagiranno gli esclusi da questa corsa? Sono domande che pongono in evidenza come il rispetto della natura sia strettamente legato alla necessità di tessere tra gli uomini e tra le Nazioni rapporti attenti alla dignità della persona e capaci di soddisfare ai suoi autentici bisogni. La distruzione dell'ambiente, un suo uso improprio o egoistico e l'accaparramento violento delle risorse della terra generano lacerazioni, conflitti e guerre, proprio perché sono frutto di un concetto disumano di sviluppo. Uno sviluppo infatti che si limitasse all'aspetto tecnico-economico, trascurando la dimensione morale-religiosa, non sarebbe uno sviluppo umano integrale e finirebbe, in quanto unilaterale, per incentivare le capacità distruttive dell'uomo.

Visioni riduttive dell'uomo

10. Urge pertanto, pur nel quadro delle attuali difficoltà e tensioni internazionali, impegnarsi per dar vita ad un'ecologia umana che favorisca la crescita dell'« albero della pace ». Per tentare una simile impresa è necessario lasciarsi guidare da una visione della persona non viziata da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici ed economici, che incitino all'odio e alla violenza. È comprensibile che le visioni dell'uomo varino nelle diverse culture. Ciò che invece non si può ammettere è che vengano coltivate concezioni antropologiche che rechino in se stesse il germe della contrapposizione e della violenza. Ugualmente inaccettabili sono concezioni di Dio che stimolino all'insofferenza verso i propri simili e al ricorso alla violenza nei loro confronti. È questo un punto da ribadire con chiarezza: una guerra in nome di Dio non è mai accettabile! Quando una certa concezione di Dio è all'origine di fatti criminosi, è segno che tale concezione si è già trasformata in ideologia.

11. Oggi, però, la pace non è messa in questione solo dal conflitto tra le visioni riduttive dell'uomo, ossia tra le ideologie. Lo è anche dall'indifferenza per ciò che costituisce la vera natura dell'uomo. Molti contemporanei negano, infatti, l'esistenza di una specifica natura umana e rendono così possibili le più stravaganti interpretazioni dei costitutivi essenziali dell'essere umano. Anche qui è necessaria la chiarezza: una visione « debole » della persona, che lasci spazio ad ogni anche eccentrica concezione, solo apparentemente favorisce la pace. In realtà impedisce il dialogo autentico ed apre la strada all'intervento di imposizioni autoritarie, finendo così per lasciare la persona stessa indifesa e, conseguentemente, facile preda dell'oppressione e della violenza.

Diritti umani e Organizzazioni internazionali

12. Una pace vera e stabile presuppone il rispetto dei diritti dell'uomo. Se però questi diritti si fondano su una concezione debole della persona, come non ne risulteranno anch'essi indeboliti? Si rende qui evidente la profonda insufficienza di una concezione relativistica della persona, quando si tratta di giustificarne e difenderne i diritti. L'aporia in tal caso è palese: i diritti vengono proposti come assoluti, ma il fondamento che per essi si adduce è solo relativo. C'è da meravigliarsi se, di fronte alle esigenze “scomode” poste dall'uno o dall'altro diritto, possa insorgere qualcuno a contestarlo o a deciderne l'accantonamento? Solo se radicati in oggettive istanze della natura donata all'uomo dal Creatore, i diritti a lui attribuiti possono essere affermati senza timore di smentita. Va da sé, peraltro, che i diritti dell'uomo implicano a suo carico dei doveri. Bene sentenziava, al riguardo, il mahatma Gandhi: « Il Gange dei diritti discende dall'Himalaia dei doveri ». È solo facendo chiarezza su questi presupposti di fondo che i diritti umani, oggi sottoposti a continui attacchi, possono essere adeguatamente difesi. Senza tale chiarezza, si finisce per utilizzare la stessa espressione, ‘diritti umani’ appunto, sottintendendo soggetti assai diversi fra loro: per alcuni, la persona umana contraddistinta da dignità permanente e da diritti validi sempre, dovunque e per chiunque; per altri, una persona dalla dignità cangiante e dai diritti sempre negoziabili: nei contenuti, nel tempo e nello spazio.

13. Alla tutela dei diritti umani fanno costante riferimento gli Organismi internazionali e, in particolare, l'Organizzazione delle Nazioni Unite, che con la Dichiarazione Universale del 1948 si è prefissata, quale compito fondamentale, la promozione dei diritti dell'uomo. A tale Dichiarazione si guarda come ad una sorta di impegno morale assunto dall'umanità intera. Ciò ha una sua profonda verità soprattutto se i diritti descritti nella Dichiarazione sono considerati come aventi fondamento non semplicemente nella decisione dell'assemblea che li ha approvati, ma nella natura stessa dell'uomo e nella sua inalienabile dignità di persona creata da Dio. È importante, pertanto, che gli Organismi internazionali non perdano di vista il fondamento naturale dei diritti dell'uomo. Ciò li sottrarrà al rischio, purtroppo sempre latente, di scivolare verso una loro interpretazione solo positivistica. Se ciò accadesse, gli Organismi internazionali risulterebbero carenti dell'autorevolezza necessaria per svolgere il ruolo di difensori dei diritti fondamentali della persona e dei popoli, principale giustificazione del loro stesso esistere ed operare.

Diritto internazionale umanitario e diritto interno degli Stati

14. A partire dalla consapevolezza che esistono diritti umani inalienabili connessi con la comune natura degli uomini, è stato elaborato un diritto internazionale umanitario, alla cui osservanza gli Stati sono impegnati anche in caso di guerra. Ciò purtroppo non ha trovato coerente attuazione, a prescindere dal passato, in alcune situazioni di guerra verificatesi di recente. Così, ad esempio, è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha avuto per teatro il Libano del Sud, dove l'obbligo di proteggere e aiutare le vittime innocenti e di non coinvolgere la popolazione civile è stato in gran parte disatteso. La dolorosa vicenda del Libano e la nuova configurazione dei conflitti, soprattutto da quando la minaccia terroristica ha posto in atto inedite modalità di violenza, richiedono che la comunità internazionale ribadisca il diritto internazionale umanitario e lo applichi a tutte le odierne situazioni di conflitto armato, comprese quelle non previste dal diritto internazionale in vigore. Inoltre, la piaga del terrorismo postula un'approfondita riflessione sui limiti etici che sono inerenti all'utilizzo degli strumenti odierni di tutela della sicurezza nazionale. Sempre più spesso, in effetti, i conflitti non vengono dichiarati, soprattutto quando li scatenano gruppi terroristici decisi a raggiungere con qualunque mezzo i loro scopi. Dinanzi agli sconvolgenti scenari di questi ultimi anni, gli Stati non possono non avvertire la necessità di darsi delle regole più chiare, capaci di contrastare efficacemente la drammatica deriva a cui stiamo assistendo. La guerra rappresenta sempre un insuccesso per la comunità internazionale ed una grave perdita di umanità. Quando, nonostante tutto, ad essa si arriva, occorre almeno salvaguardare i principi essenziali di umanità e i valori fondanti di ogni civile convivenza, stabilendo norme di comportamento che ne limitino il più possibile i danni e tendano ad alleviare le sofferenze dei civili e di tutte le vittime dei conflitti(7).

15. Altro elemento che suscita grande inquietudine è la volontà, manifestata di recente da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari. Ne è risultato ulteriormente accentuato il diffuso clima di incertezza e di paura per una possibile catastrofe atomica. Ciò riporta gli animi indietro nel tempo, alle ansie logoranti del periodo della cosiddetta « guerra fredda ». Dopo di allora si sperava che il pericolo atomico fosse definitivamente scongiurato e che l'umanità potesse finalmente tirare un durevole sospiro di sollievo. Quanto appare attuale, a questo proposito, il monito del Concilio Ecumenico Vaticano II: « Ogni azione bellica che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni con i loro abitanti è un crimine contro Dio e contro l'uomo, che deve essere condannato con fermezza e senza esitazione »(8). Purtroppo ombre minacciose continuano ad addensarsi all'orizzonte dell'umanità. La via per assicurare un futuro di pace per tutti è rappresentata non solo da accordi internazionali per la non proliferazione delle armi nucleari, ma anche dall'impegno di perseguire con determinazione la loro diminuzione e il loro definitivo smantellamento. Niente si lasci di intentato per arrivare, con la trattativa, al conseguimento di tali obiettivi! È in gioco il destino dell'intera famiglia umana!

La Chiesa a tutela della trascendenza della persona umana

16. Desidero, infine, rivolgere un pressante appello al Popolo di Dio, perché ogni cristiano si senta impegnato ad essere infaticabile operatore di pace e strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti. Grato al Signore per averlo chiamato ad appartenere alla sua Chiesa che, nel mondo, è « segno e tutela della trascendenza della persona umana »(9), il cristiano non si stancherà di implorare da Lui il fondamentale bene della pace che tanta rilevanza ha nella vita di ciascuno. Egli inoltre sentirà la fierezza di servire con generosa dedizione la causa della pace, andando incontro ai fratelli, specialmente a coloro che, oltre a patire povertà e privazioni, sono anche privi di tale prezioso bene. Gesù ci ha rivelato che « Dio è amore » (1 Gv 4,8) e che la vocazione più grande di ogni persona è l'amore. In Cristo noi possiamo trovare le ragioni supreme per farci fermi paladini della dignità umana e coraggiosi costruttori di pace.

17. Non venga quindi mai meno il contributo di ogni credente alla promozione di un vero umanesimo integrale, secondo gli insegnamenti delle Lettere encicliche Populorum progressio e Sollicitudo rei socialis, delle quali ci apprestiamo a celebrare proprio quest'anno il 40o e il 20o anniversario. Alla Regina della Pace, Madre di Gesù Cristo « nostra pace » (Ef 2,14), affido la mia insistente preghiera per l'intera umanità all'inizio dell'anno 2007, a cui guardiamo — pur tra pericoli e problemi — con cuore colmo di speranza. Sia Maria a mostrarci nel Figlio suo la Via della pace, ed illumini i nostri occhi, perché sappiano riconoscere il suo Volto nel volto di ogni persona umana, cuore della pace!

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2006.

BENEDICTUS PP. XVI


(1) Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 357.

(2) Sermo 169, 11, 13: PL 38, 923.

(3) N. 3.

(4) Omelia all'Islinger Feld di Regensburg (12 settembre 2006).

(5) Cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo (31 maggio 2004), nn. 15-16.

(6) N. 38.

(7) A tale riguardo, il Catechismo della Chiesa Cattolica ha dettato criteri molto severi e precisi: cfr nn. 2307-2317.

(8) Cost. past. Gaudium et spes, 80.

(9) Conc. Ecum. Vat. II, ibid. n. 76.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

Discernimento culturale

ESPLORATORI DELLA GRAMMATICA NATURALE

Con il suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace, papa Benedetto ci offre un prezioso contributo di discernimento culturale, che esplicita ulteriormente il disegno coerente del suo magistero. Il testo inserisce la tradizionale riflessione sulla pace all’interno di una questione più ampia: perché oggi si stenta ad armonizzare i due valori della pace e della vita, fino al punto da ricavarne diritti e doveri, orizzonti di senso, progetti sociali del tutto eterogenei, se non addirittura alternativi? Perché chi invoca etiche severamente normative nella tutela della giustizia sociale e della pacifica convivenza tra i popoli è poi disposto a declassare nell’ambito di un insindacabile soggettivismo etico tutte le scelte che incidono sul valore della vita? E perché, all’opposto, chi denuncia inflessibilmente gli attentati alla vita non mette la stessa determinazione nel denunciare gli attentati alla pace?
Il messaggio del Papa va al cuore di questo dilemma. E lo fa articolando un percorso molto interessante, attestato dalla duplice destinazione del Messaggio, che si apre con un augurio di pace, rivolto ai governanti, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a chi è minacciato dalla violenza e in particolare ai bambini, e si chiude con un "pressante appello al Popolo di Dio", chiamando ogni credente "alla promozione di un vero umanesimo integrale". Un presupposto di fondo rende possibile questa doppia articolazione dell’alfabeto della pace, già enunciato con forza a Colonia: "Creazione e redenzione vanno insieme". Alla luce di questa chiave di lettura è possibile ricondurre la pace e la vita alla loro radice originaria: la dignità di persona, propria di ogni creatura umana, immagine di Dio. Siamo al cuore della "questione antropologica".
Nello strato originario della nostra comune umanità è come custodita una irriducibile cifra trascendente, che parla nello stesso tempo il linguaggio gratuito del dono e quello responsabile del compito. C’è come una "grammat ica naturale" in cui viene razionalmente codificato il dono trascendente della vita, che implica il rispetto della vita stessa e della libertà religiosa, così come l’uguaglianza di natura di tutte le persone, sorgente invisibile di quei diritti umani inalienabili, che la legislazione internazionale e nazionale è chiamata pazientemente ad onorare e trascrivere. Ogni concezione antropologica contaminata dal germe della violenza, dell’indifferenza o del cedimento relativistico non potrà mai offrire un argine credibile alle minacce contro la vita e la pace.
Non a caso, secondo il Papa, "anche la pace è insieme dono e compito", grande base per il dialogo tra credenti e non credenti, e insieme via per avvicinarsi al mistero più grande, che è il mistero di Dio. In questa prospettiva l’"ecologia della pace", che deve misurarsi con i gravi problemi dei rifornimenti energetici, delle nuove forme di violenza e dello smantellamento delle armi nucleari, chiama in causa una corrispondente "ecologia umana" e persino "sociale", attestando la necessità di stabilire "un chiaro confine tra ciò che è disponibile e ciò che non lo è". Un confine in cui possono e debbono incontrarsi l’esercizio critico della ragione umana e la coerenza esemplare della testimonianza cristiana.
(Luigi Alici - L'Avvenire 13/12/2006)

La pace, il Logos e la persona

Se il fondamento della dignità dell’uomo è fragile, affidato alle cangianti opinioni del relativismo, anche i suoi diritti, pur solennemente proclamati dalle istituzioni internazionali, finiscono col diventare più deboli e variamente interpretabili. E’ questo il centro della riflessione fatta ieri da Benedetto XVI sulla pace, che considera il riconoscimento del valore universale della persona il fondamento più sicuro, l’unico sicuro, della pace. Difesa della vita e delle libertà, a cominciare da quella religiosa, assumono così il carattere di condizioni per il raggiungimento di una convivenza armoniosa tra le persone e tra i popoli. Lesioni della dignità della persona e dei principi di eguaglianza, come la sottomissione della donna, l’imposizione di un’unica religione, oltre all’oppressione del bisogno e l’accaparramento delle risorse idriche ed energetiche, sono indicate come origini di conflitti insanabili, destinati a sfociare nella guerra. Come la persona umana, anche la pace è un dono e un compito. Come Dio ha affidato, oltre che alla sua grazia, al libero arbitrio dell’uomo la salvezza, così ha donato la pace a condizione che gli uomini sappiano costruirla. Per raggiungerla bisogna rispettare la “grammatica”che è scritta nella coscienza di ciascuno, e che corrisponde al Logos, alla ragione, e quindi interroga tutti, credenti e non credenti. E’ in base a questa concezione che il Papa ripete che “inaccettabili sono concezioni di Dio che stimolino all’insofferenza verso i propri simili e al ricorso alla violenza nei loro confronti. E’ questo un punto da ribadire con chiarezza: una guerra in nome di Dio non è mai accettabile! Quando una certa concezione di Dio è all’origine di fatti criminosi, è segno che tale concezione si è già trasformata in ideologia”. Riferendosi all’attualità il Pontefice indica due pericoli fondamentali per la pace: “La volontà manifestata da alcuni stati di dotarsi di armi nucleari” e il fatto che “la minaccia terroristica ha posto in atto inedite modalità di violenza”. La comunità internazionale è chiamata a reagire ai pericoli di disseminazione nucleare e a elaborare nuove regole di diritto umanitario, che si applichino anche alle forme di conflitto particolari che nascono dalle azioni terroristiche. Le istituzioni internazionali, chiamate a questi difficili compiti, possono esercitarli con efficacia solo se sapranno superare l’attuale confusione e genericità nella concezione stessa dei diritti umani che sono chiamate a difendere. In questo richiamo costante alla ragione come base comune della persona e della pace sta il segno inconfondibile del messaggio di Papa Ratzinger.
(Il Foglio 13/12/2006)

15 dicembre 2006

Sulla censura del Natale

Nelle scuole e altrove. Quanta ignoranza
La presenza dei musulmani sta diventando la grande scusa


Hanno iniziato i britannici: messa al bando la parola Christmas, Natale, colpevole di contenere la radice Christ, Cristo, ora si scambiano solo anonimi e ingiutificati auguri di stagione, "Season greetings". Proseguono gli italiani, anzi, le italiane, o per meglio dire un manipolo di maestre, che per fortuna sono poche ma fanno molto rumore. Le ultime in ordine di tempo (e speriamo anche ultime in senso stretto) sono quelle di una scuola materna bolzanina e di una elementare padovana: le prime hanno tentato di censurare la recita natalizia dei bambini perché «fa esplicito riferimento a Gesù», le seconde hanno vietato i canti tradizionali per lo stesso motivo, sostituendoli con generici brani che parlano - bontà loro - di pace, fratellanza, amore... Gli stessi temi incarnati dal Bambinello, verrebbe da dire, ma qualche maestra d'Italia lo ha espulso dalla scuola: troppo pericoloso.
E un'altra donna, una dirigente scolastica, spiegava ieri che è ora di «svecchiare» i canti: basta con "Tu scendi dalle stelle", finiamola con "Adeste fideles", «ormai sono datati» diceva. Chiamano vecchio l'antico, pensano che il passato vada gettato come un inutile residuato... e sono le insegnanti dei nostri figli. In questo delirio iconoclasta un po' isterico ci sarebbe da ridere (se non ci fosse da piangere) a pensare che nemmeno il già laicheggiante "White Christmas" si salverebbe dalla furia delle maestre, sempre a causa di quella radice colpevole di nominare lui, il festeggiato...
Ma noi, il resto delle donne d'Italia, noi figlie, mamme o nonne, noi giornaliste o casalinghe o insegnanti, noi che siamo la maggioranza che cosa vogliamo fare? Tutto meno che tacere. Spieghiamolo, a queste giovani e inesperte maestre, che integrare gli scolari islamici non significa discriminare quelli cristiani. Spieghiamolo - ché l'ignoranza è madre sempre prolifera - che la figura di Cristo è sacra anche per chi prega sul Corano e che nessun bambino musulmano ne rimarrebbe turbato (ci ha tentato persino l'imam di Bolzano a farglielo capire...). Diciamoglielo chiaro, alle nostre maestre, che multiculturalità vuol dire valorizzare il meglio di ogni tradizione, non cancellarle tutte in un omogeneo e impersonale vuoto di identità.
Non credano, infine, di suscitare con le loro assurde censure l'ammirazione o la gratitudine delle famiglie islamiche trapiantate nel nostro Paese: chi prega Dio cinque volte al giorno non può che disprezzare chi lo rinnega. Il sospetto, sempre più concreto, è che il cosiddetto rispetto delle religioni sia solo un pretesto per mascherare fini bassamente ideologici: Gesù rappresenta la forza travolgente del pensiero cristiano e ancora oggi, ogni volta che nasce, scompagina, dà scandalo, sovverte. È scomodo questo Bambino, lo è sempre stato, e accogliere la sua sfida rivoluzionaria è un impegno notevole: più facile far finta che non sia mai venuto al mondo. Liberi di crederlo, per carità, ma almeno si abbia la coerenza di non festeggiare: niente regali, care maestre, niente vacanze, un giorno come gli altri, per voi. E non vi illudete che Babbo Natale (Natale, capite? Stessa colpa etimologica del Christmas!) sia laicista e vi venga incontro: al buon vecchio barbuto dispensatore di doni fa sempre da sfondo il piccolo Messia, esattamente come le lucette dell'albero rifrangono miliardi di volte la Luce per la quale le accendiamo. Nessuna guerra tra albero e presepe, la sola guerra è contro l'ignoranza.
Combattiamola - per favore - da donne, senza integralismi.
(Avvenire 15/12/2006)

14 dicembre 2006

Idea contro l'aids

Il Papa: contro l'Aids fedeltà e astinenza

«La fedeltà nel matrimonio e l'astinenza al di fuori di esso sono la via migliore per evitare l'infezione e per fermare la diffusione del virus dell'Aids, che affligge milioni di persone nel continente africano». È l'indicazione di Benedetto XVI fornita nell'incontro in Vaticano con il nuovo ambasciatore del Lesotho, Makase Nyaphisi, diplomatico di uno dei Paesi più colpiti dal virus Hiv. «Voglio assicurare l`impegno della Chiesa cattolica per fare quanto possibile nel portare aiuto a coloro che sono afflitti da questa crudele malattia», ha detto il Papa. «I valori che promanano da un'autentica comprensione del matrimonio e della vita familiare costituiscono il solo sicuro fondamento per una società stabile».

(dal Corriere della Sera - 14/12/2006)

Inghilterra e famiglia

Il collasso dell'Inghilterra parte dal disfacimento delle famiglie

Eugenia Roccella (L'Avvenire 14/12/2006)

Ogni tanto qualche spirito critico si esercita a mettere in evidenza gli inevitabili stereotipi giornalistici in uso nelle redazioni. Nei titoli, si sa, la scoperta è sempre macabra, il problema scottante, l'incidente tragico. Quante volte abbiamo letto che gli inquirenti brancolano nel buio o che la bufera è scoppiata sulla Rai? Ma anche i politici non sono da meno, nell'adoperare frasi fatte. Per esempio, sui temi eticamente sensibili, come eutanasia, unioni di fatto, ricerca scientifica sugli embrioni, la definizione che ricorre è sempre la stessa: si tratta di "conquiste di civiltà". Una società come la nostra sarebbe dunque arretrata e gravemente incivile, mentre il beato paese dove sia ammesso il suicidio assistito o il matrimonio omosessuale dovrebbe scoppiare di felicità e benessere sociale. La verità, però, non va di pari passo con i comodi luoghi comuni di chi associa il livello di civiltà all'allargamento dei diritti individuali. Anche rimanendo sul semplice terreno del pragmatismo, e verificando gli effetti di certe leggi sul tessuto sociale, si avrebbero amare sorprese. I paesi europei considerati più avanzati e più civili dell'Italia, soffrono di gravissimi problemi, da cui il nostro governo potrebbe imparare qualcosa. Vediamo, per esempio, cosa accade in Inghilterra, antica patria della democrazia liberale, e modello per tutti coloro che auspicano i matrimoni gay o anche soltanto un riconoscimento delle unioni di fatto, per incoraggiare la nascita di diverse tipologie di famiglia. Proprio in questi giorni il conservatore inglese Duncan Smith ha consegnato al suo leader, David Cameron, una relazione fitta di dati davvero allarmanti sulle cause e gli effetti della crescente disgregazione sociale nel paese. Nel rapporto, il cui apocalittico titolo «Breakdown Britain» potremmo tradurre con «Il collasso dell'Inghilterra», si tratteggia il quadro di un paese ai limiti dello sfacelo, in cui il welfare, l'assistenza, la scuola pubblica, e in genere le politiche sociali, non bastano a bloccare «la spirale viziosa che spinge verso il fondo milioni di persone vulnerabili». Il cuore del disastro è identificato nel disfacimento progressivo della famiglia, che sempre meno è in grado di svolgere le sue preziose funzioni, soprattutto educare i figli e proteggere i membri più deboli. Le unioni di fatto, stando ai numeri, si rompono con una frequenza spaventosa: una su due naufraga prima che il figlio compia cinque anni, mentre a chi si sposa regolarmente questo accade solo in un caso su 12. Da buon inglese, Smith fa anche i conti, sottolineando i pesantissimi costi che lo stato deve sopportare per ogni nucleo familiare che va in pezzi, provocando una serie di ricadute sui suoi membri più indifesi: i bambini, in primo luogo, ma anche le donne sole. Inoltre dimostra che il 70% della delinquenza giovanile proviene da famiglie monoparentali, e mette in luce i nessi tra disagio familiare e abuso di alcool e droghe, citando sempre le cifre. Il rapporto si conclude con un accorato apologo del matrimonio classico, che dovrebbe tornare ad essere il fulcro di ogni politica sociale. Niente altro può essere di vero aiuto: solo una urgente riflessione su come fornire sostegno alla famiglia può fermare il disastro. L'analisi di Smith è tanto più credibile, in quanto rischia di imbarazzare più che di aiutare David Cameron, giovane leader emergente, che ha puntato tutto sul rinnovamento del vecchio conservatorismo inglese, e ha rassicurato gli ambienti gay sulla permanenza del matrimonio omosessuale qualora al governo tornassero i tory. Ma sui dati è difficile discutere, e quelli inglesi sono impressionanti. Lo stereotipo così pervasivo e rassicurante sulle unioni di fatto come semplice e automatica "conquista di civiltà", andrebbe dunque ripensato, forse rovesciato. Se dobbiamo dare credito al rapporto Smith, e far tesoro dell'esperienza inglese, incoraggiare pacs e unioni di fatto sarebbe una scelta politica con effetti che a lungo termine appaiono devastanti, e che metterebbe a rischio i livelli di civiltà invece di alzarli.

Il genocidio censurato

Il genocidio censurato Autore: Antonio Socci
Aborto: un miliardo di vittime innocenti
Il genocidio censuratoI morti causati dai regimi totalitari e dagli innumerevoli conflitti armati che hanno insaguinato il Novecento sarebbero circa 200 milioni.
Eppure c'è una strage - tuttora in corso - che ha prodotto oltre un miliardo di vittime e di cui nessuno oggi vuole parlare: l'aborto. In maniera diretta, provocatoria e coinvolgente, Antonio Socci denuncia quello che è il peggior crimine commesso dall'umanità contro se stessa nel corso dell'ultimo secolo, raccontando tutta la verità sull'aborto: dalle origini del dibattito morale alle scelte politiche italiane, dalle politiche antinataliste cinesi all'attuale orientamento dell'Onu e delle istituzioni europee, dalle polemiche sulla Ru486 alle coraggiose iniziative del Moviemtno per la vita.
Con dati, documenti e testimonianze sconvolgenti che mostrano lo scellerato delirio di onnipotenza a cui si spinge l'uomo quando abbandona il rispetto della Legge di Dio e della Legge di natura.

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13 dicembre 2006

Sacra famiglia di Nazaret

Qualche risata...

Da Wittgenstein (Luca Sofri)

Ho in animo di scrivere una cosa da molto, ed è una cosa che avrebbe bisogno di tempo e spazio per non sembrare troppo banale, brusca e demagogica. Ma ogni giorno non trovo il tempo per occupare lo spazio, e così, spazientito come ogni giorno dopo la lettura dei giornali, la metto giù banale, brusca e demagogica. Poi vediamo.
Se ne devono andare. Quando Fassino dice "bisogna cambiare rotta", quando Bersani dice "più coraggio sulle riforme", quando D'Alema dice che ci vuole il Partito Democratico, quando Prodi dice qualsiasi cosa, they-miss-the-point. Entirely. Il punto è che la rotta, le riforme, il partito democratico, non li possono fare loro. Il problema sono loro: il problema è la definitiva distanza delle élites politiche italiane non solo dal paese, ma dal mondo. E dalla dignità del loro ruolo. E non lo dico nel senso comune, per cui si dice "sono lontani dal paese" e si intende che il paese non li ama e loro se ne fregano. Sono proprio altro: sono un'altra cosa. Sono il piede italiano nella fossa del passato e della catastrofe sociale e culturale in cui ci siamo infilati. Vogliono fare qualcosa per il paese, seriamente? Se ne andassero: non lo dico da indignato rancoroso, lo dico da lungimirante e pianificatore affezionato a che le cose migliorino. Se ne andassero ragionatamente, chiamando rapidamente qualcuno a occuparsi delle cose che lasciano, spiegandogli dove sono le chiavi di casa, e appena concluse le operazioni di trasferimento delle responsabilità a qualcuno che viva nel mondo, vadano al cinema e quando tornano chiedano se c'è qualcosa che possono fare per aiutare. Basta.
Fassino è preoccupato davvero? Chiami cinquanta persone in gamba sotto i cinquanta e soprattutto sotto i quaranta e dica loro "volete occuparvi dei DS? è un buon partito, importante, ma ha bisogno di qualcuno che abbia una relazione con l'espressione tempi moderni. Una volta cercavamo di capirli, i tempi, adesso sono loro che cercando di capire noi". Si legga un giornale italiano, Fassino, e si dica se tra ciò che la politica italiana mostra di sé e il lavoro della classe politica si possa escludere una relazione. Non sarà diretta, la questione sarà complessa, ognuno avrà diverse colpe (compresi noi elettori): ma se il malato non guarisce, si cambia il medico. E se il medico si affanna a dire "no, scusate, ora ho capito, so come devo fare, è stata solo una distrazione", gli si mette una mano sulla spalla, lo si ringrazia per il lavoro fatto, gli si offre un cicchetto. E si cambia il medico. Vi abbiamo pure votati, ci abbiamo provato: ma siete un caso disperato.
Ecco, l'ho detta: brusca, banale e demagogica.

12 dicembre 2006

Lo diceva Oriana...

Londra ammaina il presepe Per rispetto. E se fosse una scusa?

Marina Corradi

A Birmingham ora lo chiamano «Winterval». A Luton, vicino a Londra, «Luminous». All'aeroporto di Roissy, a Parigi, il vecchio «Joyeux Noel» è stato sostituito da un laico «Buone feste». La parola "Natale" in Europa comincia a diventare impronunciabile. E' una faccenda di lingua politicamente corretta. La nuova linea del bon ton pluralistico e multietnico è: non nominare il Natale, e nemmeno festeggiarlo. Per rispetto, dicono, dei cittadini di altre religioni - e in particolare, par di capire, dei musulmani. Conquistato da questo "rispetto" il 74% delle aziende inglesi, che hanno bandito ogni luminaria, o festa tra colleghi. Scoraggiati i biglietti di auguri, zittiti i cori di «Silent night» negli ospedali. 2006, il primo Natale "corretto" spegne le luci di Londra, zittisce le cornamuse. Dovrà sembrare un giorno come gli altri. La nuova tendenza si allarga nella Spagna di Zapatero in nome della "laicità dello Stato", e spunta anche da noi, nelle scuole dove direttori correttissimi sopprimono d'ufficio quella provocatoria capanna con l'asino, il bue. Per rispetto verso le altre religioni, ripetono gli attivisti della correttezza. Che la suscettibilità del mondo islamico - perché è di questo che fondamentalmente si parla - ai presepi sia così delicata, è tutto da dimostrare. In questi anni in Libano, o al Cairo, il Natale era tranquillamente festeggiato dai cristiani, senza alcun risentimento tra i musulmani. Lo stesso Muslim Council inglese fa sapere di non condividere l' autocensura che proibisce di dire Christmas, perché c'è dentro il nome «Christ». Eppure, tre aziende inglesi su quattro, e la percentuale impressiona, in Gran Bretagna cancellano scritte, insegne, auguri. Paura di attirare l'attenzione, in un Paese già colpito dal terrorismo islamico? Forse c'è anche questo, nelle vie di Londra - l'ansia di chi, minacciato, si mimetizza per non farsi notare. E però, che fretta nell'ammainare le insegne della più popolare tra le feste cristiane. Come se, dai maestri della correttezza giù fino al loro gregge di allievi, subito allineato in un conformismo di massa, l'ordine di eliminare ogni traccia del Natale riguardasse una memoria già scarsamente rilevante: luci, comete, segni vuoti di cui non si sa più il significato. Come se il pretesto di non infastidire gli islamici fosse l'occasione per liberare il 25 dicembre da ciò che questa data nell'Occidente cristiano rappresenta da duemila anni: l'irrompere nella storia del figlio di Dio, nella carne di un bambino. Svuotare il Natale del suo cuore di senso - dies natalis - per omogeneizzarlo in una "festa d'inverno" che non significhi niente, al di fuori dell'imperativo di comprare e consumare. Nella inconsistenza della memoria, fors'anche consapevolmente guidata dai cocchieri di un laicismo che vorrebbe in realtà annientare ogni fede, l'Europa comincia a deporre i segni della tradizione in cui affonda le radici. Come ignorando che, dietro a quei presepi smantellati, c'è la sua identità, e la sua storia. Forse, fra qualche anno, solo tra le mura di casa gli europei racconteranno ancora ai figli la storia della natività - ma come si narra una fiaba ai bambini. In pubblico, invece, dire «Natale» suonerà sconveniente. Winterval, Vacanze d'inverno, garbati neologismi a sostituire la impronunciabile parola. Il che ricorda il Mondo nuovo di Huxley, dove il termine «mamma» è osceno e proibito. Solo i bambini, a dire ancora «Natale». E i genitori a zittirli: si dice «Luminous», maleducato.

(L'Avvenire - 12/12/2006)

Che strano Paese...

Questo è uno strano Paese. L'aborto è gratis. Una ecografia di controllo all'embrione no . Si vota a 18 anni, si abortisce a 16 (il Norlevo non ha età). Se ci si separa, gli alimenti al coniuge sono detratti dalle tasse; se si trasferisce la stessa cifra all'interno della stessa famiglia non si hanno detrazioni. Se una Colf viene assunta aumenta il valore del Pil; se la Colf si sposa e continua a fare le stesse cose si abbassa il valore del Pil. Novanta metri cubi di acqua consumati da 6 persone con 6 contatori diversi non raggiungono in totale 40 mila lire di tariffe; gli stessi metri cubi di acqua consumati da 6 persone di una stessa famiglia arrivano a costare l37 mila lire. Se si tratta di rottamazioni, tasse di successione, ticket sanitari o ristrutturazioni edilizie, le agevolazioni sono senza limiti di reddito; se si tratta di sostegni alla maternità o detrazioni fiscali per figli a carico le agevolazioni sono sempre con limiti di reddito. Se si fa il sindacalista si hanno permessi e distacchi; se si deve andare a parlare con gli insegnanti dei propri figli si devono chiedere le ferie. Se si iscrivono i figli all'asilo, i separati hanno un punteggio superiore alle famiglie regolari. Lo Stato dà gli assegni familiari fino a 26 anni, ma impone di mantenere i figli sine die. Se si assume una baby sitter si hanno contributi; se una nonna fa la baby sitter no. L'integrazione al minimo nel trattamento previdenziale delle donne casalinghe tocca alle separate e alle divorziate; non spetta alle donne regolarmente sposate. Un professionista che assume la moglie non può scaricare dalle tasse il costo vivo delle retribuzioni e dei contributi; se assume l'amante si. Si detraggono i soldi per le spese veterinarie non si detraggono le spese di cura per gli anziani e i soggetti deboli.

(dichiarazioni di qualche anno fa di Luisa Santolini,
presidente del Forum delle Associazioni Familiari
)

Contestazioni

Andrea's version - Il Foglio - 12/12/2006

Mettetevi nei suoi panni. Mettetevi nei panni di uno studente di Teheran che vuole sfuggire alla dittatura del turbante e decide di contestare pubblicamente, “in maniera organizzata”, come direbbe giustamente Prodi, il piccolo teppista che ossessiona il suo paese. Immaginatene il coraggio e la strizza, le piccole riunioni clandestine con un pugno di ragazzi come lui, la paura dei pasdaran, dei guardiani della rivoluzione che se li agguantano li fanno a pezzi, insomma, quel climino iraniano che non è poi così difficile da supporre. Immaginatene l’attesa, con tutti quei giorni e quelle settimane aspettando il momento in cui si terrà il convegno all’università dove il piccolo teppista prenderà la parola e lui coi suoi amici si alzeranno in piedi a gridargli: “Dittatore!”. E allora giù botte. E lui che se le piglierà, e magari lo faranno sparire, d’altra parte l’aveva messo nel conto. Ecco. Provate adesso a immaginare la sua faccia quando chiederà se qualcuno in Europa proverà a coprirlo e si sentirà rispondere: “Come no? Tranquillo, c’è D’Alema!”.

08 dicembre 2006

Ave Maria!



Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te»A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale salutoL'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.
In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore».
Allora Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono
.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri
del loro cuore;
ha rovesciato i potenti
dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia
,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla
sua discendenza,
per sempre».

03 dicembre 2006

L'Agnello vittorioso


«Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra. L'Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione. A Colui che siede sul trono e all'Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli. Amen!
(Ap 5,9-14)

01 dicembre 2006

Shemà Israel



Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

29 novembre 2006

Tu che sei fedele (Salmo 142)

1 Signore, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio alla mia supplica,
tu che sei fedele,
e per la tua giustizia rispondimi.
2 Non chiamare in giudizio il tuo servo:
nessun vivente davanti a te è giusto.
3 Il nemico mi perseguita,
calpesta a terra la mia vita,
mi ha relegato nelle tenebre
come i morti da gran tempo.
4 In me languisce il mio spirito,
si agghiaccia il mio cuore.
5 Ricordo i giorni antichi,
ripenso a tutte le tue opere,
medito sui tuoi prodigi.
6 A te protendo le mie mani,
sono davanti a te come terra riarsa.
7 Rispondimi presto, Signore,
viene meno il mio spirito.
Non nascondermi il tuo volto,
perché non sia come chi scende nella fossa.
8 Al mattino fammi sentire la tua grazia,
poiché in te confido.
Fammi conoscere la strada da percorrere,
perché a te si innalza l'anima mia.
9 Salvami dai miei nemici, Signore,
a te mi affido.
10 Insegnami a compiere il tuo volere,
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono
mi guidi in terra piana.
11 Per il tuo nome, Signore, fammi vivere,
liberami dall'angoscia, per la tua giustizia.
12 Per la tua fedeltà disperdi i miei nemici,
fa' perire chi mi opprime,
poiché io sono tuo servo.

28 novembre 2006

Profezia del 17°secolo

"…mancherà lo spirito Cristiano, il Sacramento dell’Estrema Unzione sarà poco considerato. Molte persone moriranno senza riceverlo – sia a causa della negligenza delle loro famiglie o per i loro falsi sentimenti che cercano di proteggere gli ammalati dal vedere la gravità della loro situazione, oppure perché si ribelleranno contro lo spirito della Chiesa Cattolica, spinti dalla malizia del diavolo. Così molte anime saranno private di innumerevoli grazie, consolazioni e della forza di cui hanno bisogno per fare il grande salto dal tempo all’eternità…
Come per il Sacramento del Matrimonio, che simboleggia l’unione di Cristo con la Sua Chiesa, esso verrà attaccato e profanato nel pieno senso della parola.
La massoneria, che in quel tempo sarà al potere, emanerà leggi inique con l’obbiettivo di abolire questo Sacramento, rendendo facile per tutti vivere nel peccato, incoraggiando la procreazione di figli illegittimi nati senza la benedizione della Chiesa. Lo spirito cristiano verrà meno rapidamente, spegnendo la preziosa luce della Fede finché non si arriverà al punto che ci sarà una quasi totale e generale degenerazione dei costumi...
Aumenteranno gli effetti dell’educazione secolare, che sarà una delle ragioni della mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose...
Il Sacro Sacramento dei Santi Ordini sarà deriso, oppresso e disprezzato… Il demonio cercherà di perseguitare i Ministri del Signore in ogni maniera possibile e agirà con crudele e sottile astuzia per sviarli dallo spirito delle loro vocazioni, corrompendo molti di loro. Questi sacerdoti corrotti, che saranno motivo di scandalo per i cristiani, faranno sì che l’odio dei cattivi cristiani e dei nemici della Chiesa Cattolica e Apostolica Romana ricada su tutti i sacerdoti…
Questo apparente trionfo di Satana porterà enormi sofferenze ai buoni Pastori della Chiesa… Non ci sarà quasi più innocenza nei bambini, né pudicizia nelle donne, e in questo momento di grande miseria della Chiesa quelli che dovrebbero parlare rimarranno in silenzio…
Il Clero secolare lascerà molto a desiderare perché i sacerdoti diventeranno negligenti nei loro sacri doveri. Non avendo la bussola divina essi si allontaneranno dalla strada tracciata da Dio per i ministero sacerdotale e saranno attaccati ai beni e alle ricchezze…Quanto soffrirà la Chiesa durante questa notte buia! Mancando un Prelato e Padre che li guidi con amore paterno, dolcezza, fortezza, saggezza e prudenza, molti sacerdoti perderanno il loro spirito, ponendo le proprie anime in grande pericolo. Questo segnerà l’arrivo della Mia ora"

26 novembre 2006

Medjugorje

Messaggio del 25 novembre 2006

"Cari figli, anche oggi vi invito: pregate, pregate, pregate. Figlioli, quando pregate siete vicini a Dio ed Egli vi dona il desiderio d’eternità. Questo è il tempo in cui potete parlare di più di Dio e fare di più per Dio. Per questo non opponete resistenza, ma lasciate, figlioli, che Egli vi guidi, vi cambi ed entri nella vostra vita. Non dimenticate che siete pellegrini sulla strada verso l’eternità. Perciò, figlioli, permettete che Dio vi guidi come un pastore guida il suo gregge. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

22 novembre 2006

Se Fidel Castro si converte...

Fidel Castro in ospedale sente avvicinarsi la morte e ha paura. Del giudizio di Dio. Lo ha spiegato, in un’intervista al Corriere della sera uscita ieri [17 novembre], sua figlia Alina che nel 1993 è fuggita dall’isola dove suo padre ha schiavizzato un intero popolo. Due flash bastano a capire la sua storia: “papà non c’era mai. Lo vedevo parlare alla tv nove ore al giorno”, “ricordo che all’età di tre anni i cartoni animati di Topolino furono rimpiazzati in televisione dalle esecuzioni ordinate da mio padre. Fu per me un trauma”.
Il tiranno comunista, a 80 anni, in condizioni pessime ora è in crisi, divorato dai morsi della coscienza. Ripensa a tutti i suoi crimini, al fiume di poveracci che ha fatto straziare, al mare di lacrime che ha fatto piangere, alla voce delle sue vittime indifese. Per decenni è riuscito a impedire che quella voce fosse udita fuori, ma da bambino ebbe un’educazione cattolica e ora, vecchio e carico di crimini, si è ricordato che la voce piangente delle vittime, sebbene rinchiusa nel carcere più buio, perfino la voce più flebile, arriva sempre al trono dell’Onnipotente, giusto Giudice. Arriva sempre. E non resta mai inascoltata. E Dio, come dice Maria nel Magnificat, è colui che “disperde i superbi”, che “rovescia i potenti dai troni” e che “innalza gli umili”. E’ colui che – secondo le parole di Gesù – giudicherà per l’eternità i malvagi: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno…” (Mt 25, 41).
Devono essere di questo tipo i pensieri neri che si affollano nella mente del vecchio despota comunista. Dice infatti la figlia Alina: “Negli ultimi tempi Fidel Castro si è riavvicinato alla religione: ha riscoperto Gesù, alle soglie della morte. Ciò non mi sorprende perché papà è stato allevato dai gesuiti”.
Complessivamente più di 100 mila cubani , dal 1959 a oggi, sono passati per i campi di lavoro forzato e le prigioni e i fucilati vanno tra i 15 mila e i 17 mila (in un Paese di 10 milioni di abitanti).
Ora Castro è di fronte alla morte e la figlia dissidente rivela il suo riavvicinamento alla fede cristiana: “sono convinta che oggi lui sia più interessato alla sorte della propria anima che non al futuro di Cuba”. Non solo perché ognuno, quando è alla fine, capisce – come diceva Teresa d’Avila – che “tutto passa, solo Dio resta”. Anche Castro ha capito che potere, ricchezza e polizia vanno in fumo in un istante: resta in eterno solo Dio. E la sorte definitiva di sé. La consapevolezza dei crimini commessi deve atterrirlo. Lui che nell’arroganza del suo potere feroce ha deriso e umiliato le sue vittime indifese, straziandole, sente che adesso le troverà tutte attorno al trono dell’Altissimo. In giudizio, davanti a lui. Quale sarà la sua sorte eterna? Se lo starà chiedendo con angoscia. Per i nostri canoni di giustizia dovrebbe sprofondare all’inferno, non è giusto che la faccia franca con un pentimento in extremis. Giovanni Battista gridava ai farisei e ai sadducei che andavano a chiedere il suo battesimo: “razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?” (Mt 3, 7). Perché il profeta Isaia, che parlava a un popolo oppresso, aveva annunciato l’arrivo del Messia come “il giorno della vendetta per il nostro Dio”.
“Ma cos’è questa vendetta?” si è chiesto Benedetto XVI nel suo memorabile discorso di Monaco. “Noi possiamo facilmente intuire come la gente si immaginava tale vendetta. Ma il profeta stesso rivela poi in che cosa essa consiste: nella bontà risanatrice di Dio. La spiegazione definitiva della parola del profeta, la troviamo in Colui che è morto sulla Croce: in Gesù, il Figlio di Dio incarnato. La sua ‘vendetta’ è la Croce : il ‘No’ alla violenza, ‘l’amore fino alla fine’. È questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non veniamo meno al rispetto di altre religioni e culture se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini quel Dio che alla violenza oppone la sua sofferenza; che di fronte al male e al suo potere innalza, come limite e superamento, la sua misericordia”.
Dobbiamo riconoscerlo: una così grande misericordia ci scandalizza. Ci fa ribellare. E’ troppo grande, siamo quasi risentiti. Ma è Gesù che ha legato le mani della Giustizia di Dio. E dando se stesso in riscatto ha imposto questa scandalosa misura: misericordia fino all’ultimo istante anche per il più incallito criminale. Poi, dopo la morte, se si è rifiutata la sua misericordia, Dio giudicherà secondo la sua giustizia. Ma fino all’ultimo istante Cristo combatte per ognuno di noi, per difenderci e salvarci. A lui basta che gli diamo il più piccolo appiglio per afferrarci e salvarci. Gli basta – come dice nel Vangelo – che offriamo “un bicchiere d’acqua” e questo, che è il più infimo dei gesti di pietà, gli permette di guadagnarci la felicità eterna. Purché fatto col cuore, con amore, un semplice bicchier d’acqua ha un valore eterno, agli occhi di Dio. A Cristo basta perfino un solo istante di pentimento sincero, alla fine. Del resto il ladrone pentito, in punto di morte fece il più grande affare della sua vita: guadagnò un regno. Il tiranno cubano, che da piccolo frequentò la Chiesa, lo sa e sta cercando di fare come lui. Giudicherà Dio se è un pentimento sincero, se c’è il desiderio di riparare al male fatto, di chiedere perdono alle sue vittime. Solo lui potrà giudicare tutto, perché lui è la giustizia. Ma in fondo la vicenda del tiranno comunista ci ricorda il saggio avvertimento di Gesù: “che vale all’uomo conquistare il mondo intero, se poi perde se stesso, in eterno?”.
(Antonio Socci - 18/11/2006)

21 novembre 2006

Dialogo...

Andrea's version

In visita in Egitto, Romano Prodi è stato intervistato da al Ahram e Repubblica ce ne ha fornito sollecita traduzione. Come pensa di rilanciare il processo di pace in medio oriente? Occorre dialogare senza pregiudizi. Cioè? Ci vuole un dialogo senza precondizioni. In che senso? Dobbiamo riannodare le fila del dialogo. Dialogare con Hamas, dialogare con Israele, dialogare nell’Onu, dialogare nel Consiglio di sicurezza. Il mio governo vuole dialogare. E le tensioni che caratterizzano ultimamente i rapporti tra islam e occidente? Tensioni sono sempre esistite. Si tratta di gestirle nel rispetto dei rispettivi valori. Ma con quali strumenti? Occorre dialogare, ma farlo veramente. In che senso? Ho la netta sensazione che non si dialoghi a sufficienza. Davvero? Anzi, ho la netta sensazione che certe volte non si dialoghi affatto. E poi? Nei contatti con i leader della regione scopro che spesso non parlano tra loro. Non dialogano. Dovrebbero dialogare. Un Prodi puntuale e tempestivo. “Il difficile sta nel prendere la palla al balzo”, rispose d’altronde a sua volta lo stimato castratore di canguri.
(21/11/2006)

20 novembre 2006

Il fascino dell'amore per sempre

Sono i figli degli adolescenti degli anni Settanta. Sono quelli (tanti) che sono stati lasciati soli, perché il padre o la madre volevano rifarsi una vita. Sono i ragazzi cresciuti dentro famiglie instabili e come leggere, non strutturate a reggere gli urti forti. Quelli a cui è stato insegnato che "libertà" è facoltà di venire e di andarsene, è vivere in scioltezza legami di cui agevolmente liberarsi per tentarne altri, che a loro volta durino finché non se ne è stanchi.
Sono i figli di tutti, del nostro tempo e delle sue illusioni. Sono ciò che hanno visto, e respirato. Di questi ragazzi, di questa generazione ha detto il Papa ieri: «Hanno paura della definitività, che appare loro irrealizzabile e opposta alla libertà». Irrealizzabile, perché se si guardano attorno la vedono ormai raramente. Ma, soprattutto, opposta alla loro libertà. Libertà, hanno imparato, è seguire l'inclinazione e il desiderio, nell'imperativo morale a "realizzarsi". E dunque la definitività del matrimonio appare loro una irrazionale prigionia cui consegnare la propria vita. Un tagliarsi le ali, una promessa forse generosa, ma quanto credibile, se ciò che è vero è solo ciò che "si sente", e ciò che si sente scivola via in un attimo e non è mai garantito?
Nell'orbita della cultura dell'attimo fuggente si fatica a sposarsi, e difficilmente si ha il coraggio di avere figli. Si è come in bilico. Non si può appoggiarsi sul vuoto, fare un passo in quello che sembra il nulla. Ma il «sì» definitivo, dice il Papa a questi ragazzi, «non è in contrasto con la libertà, ma rappresenta la sua più grande opportunità».
Un'adesione totale, un impegno per sempre che coincida con la libertà, può apparire a questa generazione un controsenso. Non lo è, certamente, nella concezione cristiana della libertà, secondo la quale il più libero degli uomini è quello che aderisce totalmente al disegno di Dio (e quanto all'amore fra l'uomo e la donna, al disegno antico della Genesi : «I due saranno una cosa sola»). Ma - potrebbero obiettare i figli delle famiglie «allargate» o ristrette, quelli che non hanno avuto una famiglia cristiana e quelli che preferirebbero non averla avuta, e gli indottrinati del laicismo di massa - questa singolare libertà cristiana, questa libertà che coincide con l'adesione alla volontà di Dio, cui in molti non crediamo, che non ci convince, per quale motivo concreto, tangibile dovrebbe essere umanamente ragionevole? Perché quel «sì» per sempre dovrebbe essere addirittura conveniente per la nostra felicità?
Perché - dice il Papa - «nella pazienza dello stare insieme per tutta la vita l'amore raggiunge la sua vera maturità». Il riconoscersi, il cercarsi, il non poter fare a meno, e tutto ciò che passa sotto la voce «amore», l'amore romantico che colma gli attimi fuggenti: un niente, o solo l'inizio di qualcosa di molto più lento, di faticoso, di più grande. Dei figli che nascono, dell'ansia e della speranza condivise - della stanchezza ogni sera. E rabbia e liti e delusioni, e insofferenza. La tenerezza poi, la prima volta che l'altro malato ti sembra quasi un tuo figlio. Vecchi, tornare bambini in un nipote. E perdonare, alla fine, tutto. Amore, dice il Papa, è la pazienza di tutta una vita. Non è un attimo, e non fugge. Si riconosce alla fine, voltandosi indietro. La più grande delle scommesse in cui un uomo e una donna possano giocarsi - se non si accontentano di poco.
(Avvenire - 19/11/2006)

18 novembre 2006

Tutti in bici....

Andrea's version (Il Foglio)

Che cosa deve dire uno? Uno che è venuto al mondo nel mito dell’automobile, nel senso di una nuova libertà, la Fiat, l’impresa italiana, il progresso, le curve del Turchino, i rettilinei delle autostrade col nastro, la grandezza dell’avvocato Agnelli denigrato per un po’, questo sì, ma che alla fine portava sull’elicottero gli amici tuoi? Tipo, per dire, un Gad? Ed era come se ci portasse un po’ anche te? Che deve dire uno, quando dopo l’automobile è arrivato l’aereo, la libertà che è più libera ancora, l’Alitalia, il volare italiano, il logo tricolore sulla coda, Ciampino, Fiumicino, per non dire dell’orgoglio su Malpensa? Mentre le amate ferrovie, le Effe Effe Esse Esse, presidiavano il senso della libertà dei padri progettando nel contempo i Pendolini italiani per i figli e le modernità ulteriori, le concorrenze veloci e perfino la Tav? Che cosa deve dire uno così che si sente dire: scusi sa, ma con la Fiat avremmo mezzo chiuso, con l’Alitalia avremmo chiuso per tre quarti e quanto al trasporto su rotaia sappia che addio ciuff-ciuff? Che cosa deve dire, un poveretto imbottito di libertà che sta entrando nell’Europa del futuro: aridatece Girardengo?
(18/11/2006)

17 novembre 2006

Brunello the best in the world!

Top 100




Brunello di Montalcino

Tenuta Nuova 2001

97 / $70

Tuscany

4,830 cases made

Tasting Note

This family-run winery is one of the best examples of the recent winemaking renaissance in Tuscany. Casanova di Neri has excelled with Brunello di Montalcino, the region's famous Sangiovese-based red, since its debut vintage in 1993. The 2001 is its best Tenuta Nuova ever, delivering the depth, richness, freshness and unique character expected of such a great vintage—at a price in the mid-range for 2001 Brunello.

Photo Gallery

16 novembre 2006

Benedetto XVI e la globalizzazione

Cari fratelli e sorelle!

Oggi si celebra in Italia l'annuale Giornata del Ringraziamento, che ha per tema: "La terra: un dono per l'intera famiglia umana". Nelle nostre famiglie cristiane si insegna ai piccoli a ringraziare sempre il Signore, prima di prendere il cibo, con una breve preghiera e il segno della croce. Questa consuetudine va conservata o riscoperta, perché educa a non dare per scontato il "pane quotidiano", ma a riconoscere in esso un dono della Provvidenza. Dovremmo abituarci a benedire il Creatore per ogni cosa: per l'aria e per l'acqua, preziosi elementi che sono a fondamento della vita sul nostro pianeta; come pure per gli alimenti che attraverso la fecondità della terra Dio ci offre per il nostro sostentamento. Ai suoi discepoli Gesù ha insegnato a pregare chiedendo al Padre celeste non il "mio", ma il "nostro" pane quotidiano. Ha voluto così che ogni uomo si senta corresponsabile dei suoi fratelli, perché a nessuno manchi il necessario per vivere. I prodotti della terra sono un dono destinato da Dio "per l'intera famiglia umana".

E qui tocchiamo un punto molto dolente: il dramma della fame che, malgrado anche di recente sia stato affrontato nelle più alte sedi istituzionali, come le Nazioni Unite e in particolare la FAO, rimane sempre molto grave. L'ultimo Rapporto annuale della FAO ha confermato quanto la Chiesa sa molto bene dall'esperienza diretta delle comunità e dei missionari: che cioè oltre 800 milioni di persone vivono in stato di sottoalimentazione e troppe persone, specialmente bambini, muoiono di fame. Come far fronte a questa situazione che, pur denunciata ripetutamente, non accenna a risolversi, anzi, per certi versi si sta aggravando? Certamente occorre eliminare le cause strutturali legate al sistema di governo dell'economia mondiale, che destina la maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione. Tale ingiustizia è stata stigmatizzata in diverse occasioni dai venerati miei Predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per incidere su larga scala è necessario "convertire" il modello di sviluppo globale; lo richiedono ormai non solo lo scandalo della fame, ma anche le emergenze ambientali ed energetiche. Tuttavia, ogni persona e ogni famiglia può e deve fare qualcosa per alleviare la fame nel mondo adottando uno stile di vita e di consumo compatibile con la salvaguardia del creato e con criteri di giustizia verso chi coltiva la terra in ogni Paese.

Cari fratelli e sorelle, l'odierna Giornata del Ringraziamento ci invita, da una parte, a rendere grazie a Dio per i frutti del lavoro agricolo; dall'altra, ci incoraggia a impegnarci concretamente per sconfiggere il flagello della fame. Ci aiuti la Vergine Maria ad essere riconoscenti per i benefici della Provvidenza e a promuovere in ogni parte del globo la giustizia e la solidarietà.

(Angelus, Piazza San Pietro, Domenica 12 novembre 2006)

15 novembre 2006

La Verna


Quale Italia vogliamo?

SULLE DROGHE LEGGERE TROPPE BUGIE

Chino Pezzoli

Spinello libero del tutto? Il ministro Livia Turco dispone che da oggi in poi, nelle loro tasche, i ragazzi possono avere fino a quaranta spinelli circa. Per consumo personale? Non è pensabile. Per creare comunella coatta tra amici? O per spaccio? Occorre il coraggio di risposte oneste, se no la prossima tappa sarà un nuovo decreto per spinelli venduti ai supermercati, nelle discoteche, nei pub. Se la filosofia che sta dietro al provvedimento appena preso è quella di alzare la soglia di tolleranza per scongiurare il carcere a chi viene trovato con la "roba" in tasca, dobbiamo riconoscere che siamo già in una china pericolosa. Quali altri reati declasseremo per evitare le sbarre?
Intanto il ritornello si ripete: «Le droghe leggere non sono da confondere o equiparare con quelle pesanti»; «Ognuno ha il diritto di usare la droga o di rifiutarla». Grazie a queste pubbliche esternazioni, sappiamo ora che accanto agli spacciatori di sostanze illecite ci sono politici che preparano il terreno. La domanda pesa: forse che alla classe di governo piace il giovane sballato, euforico e disordinato? Ed è forse così che si predispone l'Italia di domani, meno "impazzita" di quanto a qualcuno appaia oggi? Quali no siamo disposti oggi a dire, per avere domani dei cittadini migliori?
C'è chi ha affermato, in interviste andate in onda al telegiornale, che l'uso di marijuana e hashish facilita un concetto positivo di sé. Ipotecare una simile idiozia, equivale a sostenere la tesi che tutte le persone per evolvere e prendere coscienza del proprio io, dovrebbero usare "canne" o altre sostanze stupefacenti, stimolanti, eccitanti. Ma così siamo realmente alla fiera del demenziale. Si vuole legittimare una sostanza stupefacente che, assunta magari per capriccio, nuoce gravemente alla salute. Si cerca, inoltre, di sostenere che gli "spinelli" abbiano assunto, nella cultura giovanile, lo stesso significato psico-sociali che veniva associato all'alcol e al tabacco nelle generazioni precedenti.
Di fronte a simili affermazioni, sarà bene precisare - come già faceva ieri don Mazzi dalle colonne di questo giornale - che i consumatori di marijuana e hashish corrono rischi concreti. Queste sostanze stupefacenti - falsamente definite leggere - producono nel tempo effetti pesanti. Si può clinicamente sostenere che un bombardamento di hashish e marijuana sulla struttura neurologica è psicotizzante. Sono ormai documentati, nelle cartelle cliniche dei diversi centri psichiatrici, centinaia di casi psicotici provocati dall'uso o abuso di cannabis.
Lavoro da più di 25 anni tra i tossicomani e non ho alcuna voglia di fare del terrorismo massmediale. Ma la verità che è portato di un'esperienza va pur detta. Talora, tra i più compromessi nella psiche ci sono proprio i consumatori della cosiddetta "droga leggere" o "erba". Molti psichiatri ormai parlano di disturbi vari di personalità causati proprio dal consumo di marijuana e hashish. Gli effetti tossici e gli scompensi non sono leggeri. L'esame dell'urina può rilevare la presenza di cannabinoidi anche dopo due mesi dall'uso. L'alta solubilità dei cannabinoidi nei grassi, nei lipidi, spiega la lunghissima permanenza nel corpo di tali sostanze.
Il criterio per definire "droghe leggere" i derivati della cannabis è quello obsoleto della crisi d'astinenza fisica come per l'eroina, la morfina e gli oppioidi in generale. La cannabis non provoca crisi dolorose d'astinenza, ma dà un'indubbia dipendenza psicologica, legata al ricordo dell'esperienza piacevole. Se è vero che una "canna" sopisce le fonti interne ed esterne d'ansia, disinibisce e rilassa, è altrettanto certo che produce impulsività, distorsione del tempo e dello spazio, pensieri deliranti, angoscia. Leggiamo su un pacchetto di sigarette: «Il fumo danneggia gravemente te e chi ti sta intorno». Forse varrebbe la pena dire la stessa cosa per le cannabis, altro che raddoppiare la disponibilità giornaliera.

(Avvenire 15/11/2006)

13 novembre 2006

In Africa danzando la vita



Un resoconto, un diario, un viaggio fotografico in parole di alcuni dei momenti più significativi vissuti durante molteplici esperienze di volontariato in terra africana (in Kenya, Angola e Mozambico). Tramite un’associazione di Roma, il VIDES, fondata da una Salesiana di Don Bosco, suor Maria Grazia Caputo, ho avuto modo dal 1996 ad oggi di "sperimentarmi" in attività di solidarietà concreta ed appassionata, in ambito internazionale ed in Italia. In ciascuna di queste occasioni ho provato emozioni che mi hanno fatto crescere e di cui conservo ricordi indimenticabili. In particolare, porto in me il meraviglioso continente africano, troppo spesso travisato e veicolato con visioni distorte ed incomplete. Non sarò certo io a riuscire a darne un quadro verosimile o esaustivo: sono solo un ragazzo che ha dalla sua la curiosità e la voglia di capire. Ma di certo il mio è un tributo sincero ed appassionato, un abbraccio ideale che tenta di ricambiare quello concreto che ho ricevuto lì.

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