13 novembre 2006

Noi cristiani all'acqua di rose

L’APPELLO DI BENEDETTO XVI A RISCOPRIRE LE COMUNI RADICI E L’IDENTITÀ CRISTIANA

NOI CRISTIANI ALL’ACQUA DI ROSE

Farsi buddhisti o convertirsi all'Islam oggi è di moda. Se però un cristiano vive con coerenza il proprio credo viene etichettato come bigotto. Che ne abbiamo fatto della nostra fede?


Non ho nulla, come cristiana, contro chi professa la fede musulmana, buddhista o quant’altro. Il problema si pone quando, in nome di Dio, inneggiano alla violenza. Il Santo Padre ci ha fatto capire che l’Islam teme un Occidente scristianizzato e senza valori. È tempo, per noi cristiani, di aprire gli occhi. In effetti, quando esponiamo un crocifisso o un’immagine sacra, c’è sempre "il sapiente" di turno pronto a prenderci per i fondelli, magari con "l’arguta" affermazione: «Qui non siamo in chiesa!». Salvo poi frequentare, per esempio, ristoranti cinesi e non avere nulla da ridire contro i vari Buddha posti in bellavista dappertutto.

Papa Benedetto XVI ci invita a riscoprire le radici cristiane e la nostra identità, ma noi andiamo nella direzione opposta. Frequentiamo la Messa domenicale più per abitudine e senso del dovere che per vera convinzione. Non dimentichiamoci che abbiamo votato per l’aborto, il divorzio e tante altre leggi che stanno disgregando la famiglia.

Siamo generosi con i musulmani e offriamo loro luoghi di culto, ma non siamo altrettanto capaci di difendere la nostra fede. In nome della libertà di culto non esitiamo un istante a togliere i crocifissi dalle scuole e dai luoghi pubblici. Del nostro Dio non sappiamo più che farcene, è il capro espiatorio di tutti i mali e le catastrofi che ci affliggono. Ce ne ricordiamo solo per incolparlo dello tsunami, delle guerre e di tutti gli orrori del mondo. Ma abbiamo provato a chiederci quale considerazione abbiamo di Dio? Com’è possibile che prima lo teniamo fuori dalla porta e poi lo incolpiamo di ciò che succede in casa?

Diventare buddhista oggi è di moda, tutti ti ammirano. Lo stesso se ti converti all’Islam. Ma se, come cristiano, vivi con coerenza la tua fede e vai contro corrente, gli amici ti isolano e si allontanano da te, ti dicono che sei un prete o una suora, o peggio ancora un bigotto. Io stimo e rispetto i musulmani che professano con orgoglio la loro fede, ma noi che ne abbiamo fatto della nostra?

Alessandra V.

Le minacce al Papa da parte degli estremisti musulmani

Chissà come ha sofferto il Santo Padre, e solo per aver detto cose giuste. Ora è anche minacciato dagli estremisti musulmani, e noi con lui. Tocca svegliarci, non è più il tempo di dormire, se siamo cristiani. Possiamo continuare a subire così, passivamente? Possibile che siamo diventati tanto indifferenti? E che non sentiamo il bisogno di reagire? È una vergogna: gli altri ci insultano, e noi tacciamo; ci bruciano le chiese, ci tolgono il crocifisso, e noi zitti. E a Natale non facciamo più neanche il presepe per rispetto ai musulmani...

Ma Cristo non fa più parte della nostra vita? Abbiamo bisogno di convertirci e pregare molto di più. Teniamo aperte tutto il giorno le nostre belle chiese; ritorniamo a indossare sopra i vestiti le catenine con il crocifisso o la medaglia della Madonna. Quando vediamo una donna col velo, noi diciamo: «ecco una musulmana»; anche loro, quando vedono uno di noi con al collo la catenina col crocifisso, dovrebbero dire: «ecco un cristiano».

Rimettiamo un segno religioso sulle porte delle case: è necessario mostrare la nostra fede. Cari parroci, non usate più parole dolci con noi, piuttosto diteci in faccia che siamo poco cristiani, che abbiamo una fede ammuffita! Stiamo vicino a Benedetto XVI, organizziamo pellegrinaggi a Roma, riempiamo numerosi la domenica piazza San Pietro: è un modo per far sentire che amiamo il nostro Papa: perché anche questo è un modo per manifestare la nostra fede.

Graziella

Papa Benedetto XVI nell'incontro in Vaticano con i rappresentanti dei Paesi arabi dopo Ratisbona.
Papa Benedetto XVI nell’incontro in Vaticano con i rappresentanti
dei Paesi arabi dopo Ratisbona (foto Catholic Press).

Perché l’Italia non ha reagito alle minacce e alle aggressioni?

Ho seguito, non senza preoccupazione, l’incomprensione sorta tra il Vaticano e il mondo musulmano. La cosa che mi meraviglia, e mi fa rabbia, è che l’Italia, pur avendo un Parlamento nel quale almeno l’80 per cento si professa cattolico (o, per lo meno, cristiano), sia stata insensibile alle prepotenze e aggressioni, anche se solo verbali, da parte di quelli che pure ospitiamo "a casa nostra". E che, per la nostra inerzia, stanno dimostrando di essere i padroni... Per le vignette su Maometto loro hanno scatenato l’ira di Dio; noi invece non muoviamo un dito davanti ai fantocci del Papa bruciati nelle piazze o alla Croce spezzata da una spada islamica!

Non sarebbe ora di risvegliare le coscienze intorpidite dei nostri governanti? Facciano in modo, per esempio, che vengano salvaguardate le nostre millenarie tradizioni: presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici, presepi nelle scuole a Natale... Si deve far capire, con determinazione, che noi accogliamo chi ci chiede ospitalità, ma se qualcosa a loro non piace o non gli va bene, nessuno li trattiene con la forza sul nostro territorio!

Un cattolico preoccupato

La religione non si impone con la violenza e con la forza

L’attacco a papa Benedetto XVI è stato la naturale conseguenza del mancato riferimento alle radici cristiane nella Costituzione dell’Europa, come avrebbe voluto Giovanni Paolo II. L’islamismo estremo punta alla conquista religiosa dell’Occidente, e trova terreno fertile in un continente in cui, per la miopia dei governanti all’atto della promulgazione della Carta costituente, tutte le religioni sono state messe sullo stesso piano. "Radici cristiane" non è un riferimento astratto o accademico, ma è concreto e totalmente calato nel modo di concepire tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana.

Quando, invece, si vuole imporre una religione con la violenza e quando, soprattutto, si nega la reciprocità negli Stati a maggioranza musulmana e si uccidono i cattolici dopo processi farsa, è allora che vengono meno i presupposti di una serena convivenza fra le religioni. E viene meno anche la possibilità di una pacifica convivenza sociale. L’aver lasciato solo il Papa è la conferma della miopia dei nostri governanti europei, cristiani o meno.

Enrico V.

Nessuna guerra è santa, le religioni sono per la pace

Ho bisogno che qualcuno mi rassicuri su quanto sta accadendo. Che tristezza, che rabbia, che dolore aver visto il nostro papa Benedetto XVI quasi obbligato a umiliarsi per chiedere scusa a degli integralisti islamici che si sono sentiti offesi dalle sue parole. Ma offesi per che cosa? Il Papa ha detto la verità: non si costruisce un mondo di pace con le guerre sante (ma da quando una guerra è santa?); non si costruisce un mondo di pace obbligando con la violenza le persone ad avere lo stesso pensiero.

Se i musulmani vogliono essere rispettati, imparino anche loro a rispettare gli altri. Il nostro Dio è amore, è pace, è conforto, è solidarietà tra i popoli. A noi cattolici non sarebbe mai venuto in mente di chiedere alla loro massima autorità religiosa di umiliarsi così tanto. Fino a che punto è lecito subire questi attacchi senza far nulla?

Elisabetta

Non mostrarsi contrari alla professione di fede degli altri è necessario, ma non basta. Occorre andare oltre la tolleranza e arrivare a una conoscenza reciproca, rendersi consapevoli della propria identità e rispettare quella dell’altro. Di ogni altro. Le tensioni e le difficoltà vanno identificate nel dialogo, nel confronto ragionevole e rispettoso da una parte come dall’altra, e soprattutto nell’impegno comune per la costruzione di una società più giusta e fraterna.

Per i cattolici, le linee maestre del giusto comportamento verso le persone e i gruppi di altre religioni, e con i musulmani in particolare, sono autorevolmente indicate dal Concilio Vaticano II che, a distanza di oltre quarant’anni, mostrano una sorprendente attualità. «La Chiesa cattolica», si legge nella Dichiarazione sul rapporto con le religioni non cristiane, «guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e misericordioso, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini».

E, guardando al passato, aggiunge: «Sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie siano sorti tra cristiani e musulmani, esorta tutti a esercitare sinceramente la mutua comprensione, a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».

In questa direzione si è mosso, con le parole e importanti iniziative, Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato. La strada del dialogo e del confronto continua senza esitazione con Benedetto XVI, che recentemente si è pronunciato in due interventi di grande rilievo.

Il primo si riferisce all’inconciliabilità tra fede e violenza: la religione non si trasmette mediante la violenza. Chi in passato, anche nella Chiesa cattolica, ha seguito questa strada, ha peccato ed è bisognoso del perdono di Dio. È assurdo (contrario alla ragione) legittimare la violenza in nome di Dio, che è amore.

Questo è il senso del discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona, così l’ha chiarito a quanti l’avevano frainteso, senza ritrattare nulla o chiedere scusa, perché non c’era nulla da ritrattare o cosa di cui scusarsi. Per le reazioni in cattiva fede non c’è spiegazione che tenga e l’estremismo islamico si condanna da sé.

Il secondo riguarda il contrasto tra le culture profondamente religiose e la cultura occidentale, che rimuove se non anche nega il religioso, relegandolo a fenomeno sottoculturale, quasi irrazionale. E, in ogni caso, come fatto privato. L’Occidente, con la rimozione del religioso, pensa di aver raggiunto la maggiore età della ragione. In realtà, si tratta di una ragione handicappata, che afferma solo quanto riesce a dimostrare positivamente e rifiuta quanto non rientra nel suo campo di indagine scientifica. «Una ragione che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture».

La visibilità della fede cristiana passa attraverso la preghiera, la festa cristiana, la testimonianza dei valori cristiani non solo nel privato, ma anche nel pubblico: nell’economia, nella politica, nella cultura. Cristiani all’acqua di rose non sono quelli che s’impegnano per la giustizia, la pace e la liberazione dei poveri (persone e gruppi sociali); sono invece quelli che, fuori dal tempio, mettono tra parentesi la loro fede, e i valori a essa collegati, o, peggio ancora, si servono dei valori cristiani per legittimare e perseguire interessi di parte, dimentichi del bene comune dell’intera famiglia umana.

D.A.

(Famiglia Cristiana 12/11/2006)

Secoli di sangue

“Voi potete ucciderci, torturarci, condannarci…
La vostra ingiustizia è la dimostrazione
della nostra innocenza… A nulla serve
la vostra crudeltà… Più noi siamo da voi falciati,
più il nostro numero aumenta: il sangue
dei martiri è semente di nuovi cristiani”
Tertulliano, Apologia

12 novembre 2006

Questo è vecchio ma è bellissimo

Per quanti sforzi possiamo fare, non saremo mai abbastanza grati a Michele Serra per le osservazioni e le informazioni che ogni giorno ci regala. Esse rivelano un'attenzione per la complessità della vita e dei suoi riti che non viene mai meno, e che tanto risulta vigile e originale in lui, quanto assopita e sciatta in troppi altri. E' di ieri, per esempio, una sua personale scoperta sulla vita parlamentare, o per usare le parole autentiche, "un dato davvero impressionante, secondo cui gli avvocati sono il quattordici per cento dei deputati uscenti, una percentuale così smodata da farci capire quanto anomalo (follemente anomalo) sia stato questo quinquennio". Che in effetti è da restarci secchi. Perché, ne converrete, venire a scoprire che in un posto dove le leggi si fanno c'è il quattordici per cento che le studiava già da piccolo, è roba da restar svegli la notte. Ma se ha voglia di scavare e approfondire ancora, Serra senta questa: un nostro amico, entrato in un negozio per comprare del prosciutto, ci ha raccontato di aver saputo che nelle salumerie, nell'ultimo quinquennio, i salumai erano addirittura il cento per cento.
(Andrea's version - Il Foglio 03/02/2006)

11 novembre 2006

10 novembre 2006

Con i musulmani rispetto e benevolenza

Nuovo invito al dialogo da parte di Benedetto XVI che incontra i vescovi tedeschi "Portare ai seguaci dell'Islam un'umile testimonianza di Cristo"

Il Papa: "Nel rapporto con i musulmani servono rispetto e benevolenza"

CITTA' DEL VATICANO - I cristiani si pongano "con rispetto e benevolenza" nel rapporto con i musulmani "che con tanta serietà rimangono attaccati alle loro convinzioni ed ai loro riti". Ma i seguaci dell'Islam, proprio perché sanno essere fedeli alla loro tradizione religiosa, "hanno diritto alla nostra umile e determinata testimonianza di Gesù Cristo". Benedetto XVI è tornato ad affrontare il tema del dialogo fra Islam e cristianesimo con i vescovi tedeschi ricevuti in visita "ad limina apostolorum". [...]

In quanto al rapporto con l'Islam, Benedetto XVI ha riconosciuto la necessità di un "grande impegno", e a questo proposito ha auspicato che "in quei luoghi in cui esiste una numerosa popolazione musulmana, siano a disposizione interlocutori cattolici con le indispensabili conoscenze linguistiche e di storia religiosa, che li mettano in grado di affrontare un dialogo con i musulmani". "E' chiaro - ha concluso il Pontefice - che un tale dialogo presupponga, innanzitutto, una profonda conoscenza della propria fede cattolica".

Il confronto spirituale sia con una società sempre più dominata dalla secolarizzazione, sia con le comunità islamiche che, in Germania, rappresentano una consistente realtà numerica è "una sfida provvidenziale da affrontare coraggiosamente", osserva il Papa. E affinché la testimonianza resa sia credibile, ha ribadito, "è necessario un grande impegno". [...]

(La Repubblica - 10 novembre 2006)

Non temere, Maria!

08 novembre 2006

Il Papa a Ratisbona

«...Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. (...) egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da stupirci, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue - egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte". ...»

(Benedetto XVI a Ratisbona, 12/9/2006. In neretto la frase che ha causato le controversie con l'islam)


mah...

La chimera non è più una chimera

Scienziati inglesi vogliono produrre embrioni ibridi animali-uomo

La Hfea, autorità inglese per la fecondazione umana e l’embriologia, ha da ieri tre mesi di tempo per decidere se rilasciare, a due diverse équipe di ricerca (una guidata da Stephen Minger, del King’s College di Londra, e l’altra da Lyle Armstrong, del North East England Stem Cell Institute di Newcastle), una licenza che autorizzi la creazione di ibridi con ovociti di vacche, conigli e capre inseminati con sperma umano. Scopo dichiarato degli esperimenti è quello di trarre cellule staminali dagli embrioni “allo 0,1 per cento animali e al 99,9 per cento umani” che ne risulterebbero, in vista di ipotetici usi terapeutici in malattie incurabili, come distrofia muscolare, morbo di Parkinson e Alzheimer. La procedura d’urgenza scelta dai richiedenti farà sì che, se la Hfea non darà il proprio parere nei temini stabiliti, varrà il principio del silenzio-assenso.
Tutto questo significa che ciò che sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa, e cioè la contaminazione di umano e animale nella genesi della vita (la stessa Hfea aveva giudicato inammissibile, nel 1990, la mescolanza di gameti umani e animali) risulterà avallato da un atto poco più che amministrativo, in nome del superiore interesse della ricerca. Che ha sempre molta fretta e non può aspettare, nemmeno in un campo di così evidente delicatezza, le normali procedure di discussione e di approfondimento. La creazione di chimere uomo-animale è la strada scelta dai ricercatori inglesi per sopperire alla cronica carenza di ovociti necessari alle pratiche di clonazione (cosiddetta) terapeutica, dato che sono sempre troppo scarse le donne disposte a donare i propri gameti. Poco male se il risultato assomiglia all’incubo descritto dallo scrittore inglese H.G. Wells ne “L’isola del dottor Moreau”. Nella finzione letteraria, lo scienziato pazzo creava uomini-leone guerrieri, uomini-cane servitori e uomini-bue operai. Nella realtà dei laboratori britannici, diventerà pratica corrente fabbricare esseri con percentuali variabili di umanità, da usare come riserva di staminali. Sempre che non riesca a farsi sentire il fronte degli oppositori al progetto chimera. Ieri, l’attivista pro-life Josephine Quintavalle ha definito “aberrante” l’idea di mescolare umano e animale nell’identità genetica. “E’ un sentimento umano primario – ha dichiarato al Telegraph – l’idea che animali e creature umane non debbano essere mescolati”.

(Il Foglio 8/11/2006)

07 novembre 2006

Il Corano e la Jihad

Il Corano usa il termine "jihād" solo quattro volte, nessuna delle quali fa riferimento alla lotta armata. Come tale, l'uso della parola jihād in riferimento alla guerra canonica islamica, fu un'invenzione posteriore dei musulmani. Tuttavia, il concetto di guerra legale islamica non fu a sua volta una invenzione posteriore, e il Corano contiene passaggi che si riferiscono a specifici eventi storici e che possono chiarire la teoria e la pratica dalla lotta armata (qitāl) per i musulmani.

In questo senso è decisivo il passo 193 della Sura II, nel quale compare la parola "fitna", che in arabo ha un significato molto ampio, che include sia la ribellione che il vizio, nei confronti di Allah e delle sue creature.

Il termine viene solitamente tradotto con "persecuzione" poiché è preceduto da una chiara espressione "scacciateli da dove vi hanno scacciati".

Dal testo coranico, però, non emerge chiaramente se la "jihad" sia finalizzata alla conversione e sottomissione dei non-credenti oppure a garantire la libertà di culto per i musulmani. A sostegno di questa interpretazione, troviamo la legge del contrappasso, l'invito a rispettare le tregue durante i mesi sacri, a desistere senza rappresaglia in caso di resa, e al fatto che tutti gli imperativi sono preceduti o seguiti da un riferimento alla persecuzione. Ecco di seguito alcuni esempi:

"Combatti per la causa di Dio chi ti combatte, ma non superare i limiti; poiché Dio non ama coloro che eccedono". (2:190)
"Uccideteli dovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscrecenti". (2:191)
"Se però cessano, allora Allah è perdonatore, misericordioso". (2:192)
"Combatteteli finché non ci sia più persecuzione (Fitna, in arabo) e il culto sia [reso solo] ad Allah. Se desistono, non ci sia ostilità, a parte contro coloro che prevaricano". (2:193)
"Mese sacro per mese sacro e per ogni cosa proibita un contrappasso. Aggredite colori che vi aggrediscono. Temete Allah e sappiate che Allah è con coloro che Lo temono". (2:194)
"Perché non dovreste combattere per la causa di Dio e di coloro che, deboli, sono maltrattati e oppressi?- Uomini, donne e bambini che urlano "O Signore, salvaci da questa città il cui popolo ci opprime; e innalza da te per noi qualcuno che ci proteggerà. E innalza da te per noi qualcuno che ci aiuterà". (4:76)
"Getta terrore nei nemici di Allah e nei vostri nemici. Ma se il nemico inclina alla pace, anche tu inclina alla pace, e abbi fede in Allah. Egli è Uno che ascolta e sa tutto". (8:60-61)
"Cosa! Non vuoi combattere un popolo che ha rotto i patti e mirato all'espulsione del Messaggero, e ti ha attaccato per primo; li temi? Ma Allah ha ben più diritto di essere temuto, se siete credenti combatteteli, e Allah li tormenterà per mano vostra, li ricoprirà di infamia". (9:13-14)
"E quando il tuo Signore ispirò agli angeli: «Invero sono con voi: rafforzate coloro che credono. Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi! E ciò avvenne perché si erano separati da Allah e dal Suo Messaggero». Allah è severo nel castigo con chi si separa da Lui e dal Suo Messaggero...!". (8:12-13)
"Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso. E se qualche associatore ti chiede asilo, concediglielo affinché possa ascoltare la Parola di Allah, e poi rimandalo in sicurezza. Ciò in quanto è gente che non conosce!". (9:5-6)
"Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati...". (9:29)
"Non uccidete l’uomo che il Dio vi ha proibito di ammazzare, a meno che ci sia una ragione valida”. (17:33)
"Il permesso (di combattere) è dato a coloro ai quali la guerra è fatta perché sono oppressi ... coloro i quali sono stati cacciati dalle loro case senza un motivo diverso da quello di aver detto: il nostro Signore è Allah". (22:39-40)
"O Profeta, ti abbiamo reso lecite le spose alle quali hai versato il dono nuziale, le schiave che possiedi che Allah ti ha dato dal bottino. Le figlie del tuo zio paterno e le figlie delle tue zie paterne, le figlie del tuo zio materno e le figlie delle tue zie materne che sono emigrate con te e ogni donna credente che si offre al Profeta, a condizione che il Profeta voglia sposarla. Questo è un privilegio che ti è riservato, che non riguarda gli altri credenti. Ben sappiamo quello che abbiamo imposto loro a proposito delle loro spose e delle schiave che possiedono, così che non ci sia imbarazzo alcuno per te. Allah è perdonatore, misericordioso...". (33:50)
"Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli gratuitamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è [l'ordine di Allah]. Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah". (47:4)

Come i bambini di Sparta...

La proposta dei ginecologi inglesi

Mostruoso ma vero «Uccidiamo i bimbi disabili»

Eugenia Roccella

Già il titolo dell'articolo è un colpo allo stomaco: «Lasciateci uccidere i bambini disabili». Lo chiedeva domenica, dalle colonne del Sunday Times, l'associazione dei ginecologi inglesi, il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology. La proposta si innesta su un ragionamento paradossale, che parte da una constatazione condivisibile: in Gran Bretagna si fanno troppi aborti tardivi, ed è urgente una strategia per limitarli. Cosa fare, allora? Chiedere più aiuti per le famiglie? Più strutture di assistenza per i piccoli con gravi problemi fisici o psichici? Una legge che vieti la barbara pratica dell'aborto a gravidanza avanzata? No, la soluzione individuata dai medici è la più radicale e sorprendente: l'eutanasia attiva. Se una donna fin dall'inizio sa che in caso di disabilità il neonato si può sopprimere, forse sarà incoraggiata a rischiare, e a portare avanti una gravidanza non del tutto sicura.
Non si tratta di una trovata giornalistica, di un dibattito che si esaurisce sulla carta stampata. Il Royal College ha fatto passi concreti perché il tema sia discusso ufficialmente, inserendolo in un'inchiesta sui problemi etici che riguardano gli interventi per la sopravvivenza dei neonati. Naturalmente Pieter Sauer, uno degli estensori del protocollo di Groningen - il testo con cui si sono stabilite le nuove linee guida per l'eutanasia neonatale in Olanda - offre il suo entusiastico sostegno alla proposta dei medici inglesi.
In questo panorama desolato è confortante che una delle voci che si sono levate contro la legalizzazione dell'eutanasia infantile per i disabili venga da qualcuno che è quotidianamente a contatto con i piccoli che lottano per sopravvivere, il neonatologo John Wyatt: «Introdurre la possibilità di uccidere intenzionalmente un malato snatura il senso della cura medica. Se un dottore stabilisce chi deve vivere, la medicina si trasforma in una forma di ingegneria sociale, il cui scopo è massimizzare i benefici per la società, e minimizzarli per coloro la cui vita è giudicata priva di valore». L'argomentazione più agghiacciante a sostegno del Royal College la adopera John Harris, docente di bioetica (ma possiamo ancora chiamarla così?) alla Manchester University. Poiché in Inghilterra l'eutanasia non è legale, ma l'aborto negli ultimi mesi di gravidanza sì, il professore si chiede cosa mai accada di straordinario nel momento del passaggio dall'interno all'esterno del grembo materno: il bimbo è sempre quello, perfettamente formato, dunque se lo si può uccidere prima, lo si può fare anche dopo. Su quanto tempo dopo, Harris non si pronuncia. Ma è evidente che con simili criteri la barriera potrebbe essere spostata in modo illimitato. All'interno di un quadro etico così concepito, la vita non è che un valore incerto, totalmente affidato alle opinioni, e basta estendere il parametro adottato per concludere che un essere umano, in particolare se disabile, possa essere eliminato in qualunque momento. Perché no? Come afferma il professor Harris, perché un momento prima si può e il momento successivo non più?
Coraggio: stiamo entrando nel terrorizzante universo descritto in un vecchio racconto fantascientifico di Philip Dick, Le pre-persone, in cui l'autore immaginava una società in cui i bambini erano considerati pienamente persone solo quando in grado di risolvere un'equazione algebrica. Solo allora entravano nel cerchio privilegiato di coloro la cui esistenza ha valore sociale.

(L'Avvenire 7/11/2006)

02 novembre 2006

Pietà di me, o Dio (Salmo 50)

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.
2 Quando venne da lui il profeta Natan dopo che aveva peccato con Betsabea.
3 Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
4 Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.
5 Riconosco la mia colpa,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
6 Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto;
perciò sei giusto quando parli,
retto nel tuo giudizio.
7 Ecco, nella colpa sono stato generato,
nel peccato mi ha concepito mia madre.
8 Ma tu vuoi la sincerità del cuore
e nell'intimo m'insegni la sapienza.
9 Purificami con issopo e sarò mondo;
lavami e sarò più bianco della neve.
10 Fammi sentire gioia e letizia,
esulteranno le ossa che hai spezzato.
11 Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe.
12 Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
13 Non respingermi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
14 Rendimi la gioia di essere salvato,
sostieni in me un animo generoso.
15 Insegnerò agli erranti le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno.
16 Liberami dal sangue, Dio, Dio mia salvezza,
la mia lingua esalterà la tua giustizia.
17 Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode;
18 poiché non gradisci il sacrificio
e, se offro olocausti, non li accetti.
19 Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,
un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.
20 Nel tuo amore fa grazia a Sion,
rialza le mura di Gerusalemme.
21 Allora gradirai i sacrifici prescritti,
l'olocausto e l'intera oblazione,
allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

28 agosto 2006

Un segno grandioso



Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

18 aprile 2006

Urbi et Orbi Pasqua 2006

Buona Pasqua a voi, uomini e donne di Roma e d’Italia!
La luce sfolgorante di Cristo risorto rechi gioia ai cuori degli abitanti e delle famiglie della città di Roma e dell’intera Nazione italiana, specialmente a quanti si trovano in situazioni di bisogno e di difficoltà. Nel particolare momento che sta vivendo l’Italia in questi mesi, il Signore risorto rechi serenità alla Comunità nazionale e rafforzi in quanti operano al suo servizio il vivo desiderio di perseguire obiettivi di concordia e di autentico sviluppo per il bene di tutti.
La pace del Signore risorto sia con tutti voi!

27 marzo 2006

Mt 11,28-30

Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

16 marzo 2006

Jesus Christ, your my life!


Jesus Christ You are my life
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Jesus Christ you are my life, alleluia, alleluia.
Jesus Christ you are my life, you are my life, alleluia.

Tu sei via sei verità
tu sei la nostra vita,
camminando insieme a te
vivremo in te per sempre.

En el gozo caminaremos
trayendo tu evangelio;
testimonios de caridad,
hijos de Dios en el mundo.

Tu nous rassembles dans l'unité
réunis dans ton grand amour,
devan toi dans la joie
nous chanterons ta gloire.

12 marzo 2006

Ultimo del Paradiso

Paradiso, Canto XXXIII





«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura
5nobilitasti sì, che 'l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,

per lo cui caldo ne l'etterna pace

così è germinato questo fiore.
10 Qui se' a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra ' mortali,

se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre
15sua disianza vuol volar sanz'ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
20in te magnificenza, in te s'aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna

de l'universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,
25 supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
30ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co' prieghi tuoi,

sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
35ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
40 Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l'orator, ne dimostraro

quanto i devoti prieghi le son grati;

indi a l'etterno lume s'addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s'invii
45per creatura l'occhio tanto chiaro.

E io ch'al fine di tutt'i disii

appropinquava, sì com'io dovea,

l'ardor del desiderio in me finii.

Bernardo m'accennava, e sorridea,
50perch'io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

ché la mia vista, venendo sincera,

e più e più intrava per lo raggio

de l'alta luce che da sé è vera.
55 Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,

e cede la memoria a tanto oltraggio.

Qual è colui che sognando vede,

che dopo 'l sogno la passione impressa
60rimane, e l'altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visione, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

Così la neve al sol si disigilla;
65così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

O somma luce che tanto ti levi

da' concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,
70 e fa la lingua mia tanto possente,

ch'una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,
75più si conceperà di tua vittoria.

Io credo, per l'acume ch'io soffersi

del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi.

E' mi ricorda ch'io fui più ardito
80per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi

l'aspetto mio col valore infinito.

Oh abbondante grazia ond'io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

tanto che la veduta vi consunsi!
85 Nel suo profondo vidi che s'interna

legato con amore in un volume,

ciò che per l'universo si squaderna:

sustanze e accidenti e lor costume,

quasi conflati insieme, per tal modo
90che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

La forma universal di questo nodo

credo ch'i' vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

Un punto solo m'è maggior letargo
95che venticinque secoli a la 'mpresa,

che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.
100 A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta;

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,

tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
105è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

Non perché più ch'un semplice sembiante
110fosse nel vivo lume ch'io mirava,

che tal è sempre qual s'era davante;

ma per la vista che s'avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,


mutandom'io, a me si travagliava.
115 Ne la profonda e chiara sussistenza

de l'alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d'una contenenza;

e l'un da l'altro come iri da iri

parea reflesso, e 'l terzo parea foco
120che quinci e quindi igualmente si spiri.

Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,

è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

O luce etterna che sola in te sidi,
125sola t'intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,
130 dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,
135pensando, quel principio ond'elli indige,

tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

l'imago al cerchio e come vi s'indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
140se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

A l'alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e 'l velle,

sì come rota ch'igualmente è mossa,
145 l'amor che move il sole e l'altre stelle.

11 marzo 2006

Inferno, Canto V

I' cominciai: "Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri".

75




Ed elli a me: "Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno".

78



Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: "O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!".

81




Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;

84



cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.

87




"O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

90



se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c' hai pietà del nostro mal perverso.

93




Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

96



Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.

99




Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

102



Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

105




Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense".
Queste parole da lor ci fuor porte.

108



Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: "Che pense?".

111




Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!".

114



Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

117




Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?".

120



E quella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

123




Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

126



Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

129




Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

132



Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

135




la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".

138



Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.

141




E caddi come corpo morto cade.