10 marzo 2008

Il Papa sulla Vita eterna

dall'omelia di BENEDETTO XVI

Chiesa di San Lorenzo “in piscibus”, Via Pfeiffer, Roma
V Domenica di Quaresima, 9 marzo 2008
[...]
Veniamo adesso al Vangelo di questo giorno dedicato ad un tema grande, fondamentale: che cosa è la vita? che cosa è la morte? come vivere? come morire? San Giovanni, per farci meglio capire questo mistero della vita e la risposta di Gesù, usa per questa unica realtà della vita due parole diverse, per indicare le diverse dimensioni di questa realtà “vita”: la parola bíos e la parola zoé. Bíos, come si capisce facilmente, significa questo grande biocosmo, questa biosfera che va dalle singole cellule primitive fino agli organismi più organizzati, più sviluppati; questo grande albero della vita, nel quale tutte le possibilità di questa realtà bíos si sono sviluppate. A questo albero della vita appartiene l’uomo; egli fa parte di questo cosmo della vita che comincia con un miracolo: nella materia inerte si sviluppa un centro vitale; la realtà che noi chiamiamo organismo.

Ma l’uomo, pur essendo parte di questo grande biocosmo, lo trascende perché è parte pure di quella realtà che san Giovanni chiama zoé. E’ un nuovo livello della vita, in cui l’essere si apre alla conoscenza. Certo, l’uomo è sempre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di embrione, ma se egli vive solo biologicamente, non sono realizzate e sviluppate tutte le potenzialità del suo essere. L’uomo è chiamato ad aprirsi a nuove dimensioni. Egli è un essere che conosce. Certo anche gli animali conoscono, ma solo le cose che sono interessanti per la loro vita biologica. La conoscenza dell’uomo va oltre; egli vuol conoscere tutto, tutta la realtà, la realtà nella sua totalità; vuol sapere che cosa è questo suo essere e che cosa è il mondo. Ha sete di una conoscenza dell’infinito, vuole arrivare alla fonte della vita, vuole bere a questa fonte, trovare la vita stessa.

E abbiamo toccato così una seconda dimensione: l’uomo non è solo un essere che conosce; egli vive anche in relazione di amicizia, di amore. Oltre alla dimensione della conoscenza della verità e dell’essere, esiste, inseparabile da questa, la dimensione della relazione, dell’amore. E qui l’uomo si avvicina maggiormente alla fonte della vita, dalla quale vuol bere per avere la vita in abbondanza, per avere la vita stessa. Potremmo dire che tutta la scienza è un’unica grande lotta per la vita; lo è soprattutto la medicina. In fin dei conti, la medicina è ricerca di contrapporsi alla morte, è ricerca dell’immortalità. Ma possiamo trovare la medicina che ci assicuri l’immortalità? E’ proprio questa la questione del Vangelo di oggi. Proviamo ad immaginare che la medicina arrivi a trovare la ricetta contro la morte, la ricetta dell’immortalità. Anche in quel caso, si tratterebbe pur sempre di una medicina che si collocherebbe entro la biosfera, una medicina certamente utile anche per la nostra vita spirituale e umana, ma di per sé una medicina confinata entro questa biosfera. E’ facile immaginare quel che succederebbe se la vita biologica dell’uomo fosse senza fine, fosse immortale: ci ritroveremmo in un mondo invecchiato, un mondo pieno di vecchi, un mondo che non lascerebbe più spazio ai giovani, al rinnovarsi della vita. Comprendiamo così che questo non può essere quel tipo di immortalità a cui aspiriamo; non è questa la possibilità di bere alla fonte della vita che noi tutti desideriamo.

Proprio a questo punto in cui, da una parte, capiamo di non poter sperare in un prolungamento infinito della vita biologica e tuttavia, dall’altra, desideriamo bere alla fonte stessa della vita per godere di una vita senza fine, proprio a questo punto interviene il Signore e ci parla nel Vangelo dicendo: “Io sono la Risurrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. “Io sono la Risurrezione”: bere alla fonte della vita è entrare in comunione con questo amore infinito che è la fonte della vita. Incontrando Cristo, entriamo in contatto, anzi in comunione, con la vita stessa e abbiamo già attraversato la soglia della morte, perché siamo in contatto, al di là della vita biologica, con la vita vera.

I Padri della Chiesa hanno chiamato l’Eucaristia farmaco dell’immortalità. Ed è così, perché nell’Eucaristia entriamo in contatto, anzi in comunione, con il corpo risorto di Cristo, entriamo nello spazio della vita già risorta, della vita eterna. Entriamo in comunione con questo corpo che è animato dalla vita immortale e siamo così già da ora e per sempre nello spazio della vita stessa. E così questo Vangelo è anche una profonda interpretazione di che cos’è l’Eucaristia e ci invita a vivere realmente dell’Eucaristia per poter essere così trasformati nella comunione dell’amore. Questa è la vera vita. Il Signore nel Vangelo di Giovanni dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Vita in abbondanza non è, come alcuni pensano, consumare tutto, avere tutto, poter fare tutto ciò che si vuole. In quel caso vivremmo per le cose morte, vivremmo per la morte. Vita in abbondanza è essere in comunione con la vera vita, con l’amore infinito. E’ così che entriamo realmente nell’abbondanza della vita e diveniamo portatori della vita anche per gli altri.

I prigionieri di guerra che erano in Russia per dieci anni e più, esposti al freddo e alla fame, dopo essere ritornati hanno detto: “Potevo sopravvivere perché sapevo di essere aspettato. Sapevo che c’erano persone che mi aspettavano, che ero necessario e atteso”. Questo amore che li aspettava è stata l’efficace medicina della vita contro tutti i mali. In realtà, noi tutti siamo aspettati. Il Signore ci aspetta e non solo ci aspetta; è presente e ci tende la mano. Accettiamo la mano del Signore e preghiamolo di concederci di vivere realmente, di vivere l’abbondanza della vita e di poter così comunicare anche ai nostri contemporanei la vera vita, la vita in abbondanza. Amen

09 marzo 2008

Suor Rita Montella

Secondo alcune testimonianze, Suor Rita Montella dello Spirito Santo, è colei che, in bilocazione, ha fermato la mano di Ali Agca impedendogli di uccidere Giovanni Paolo II. Antonio Socci lo racconta nel suo ultimo libro "Il segreto di Padre Pio".

Per leggere il testo del racconto clicca qui.

Pensieri di un "reduce"

Il concerto-intervento del cantautore in piazza Farnese

Il canto libero di Ferretti Giovanni Lindo

Piazza bella piazza a sostegno di una lista pazza

S'OSTINA

Da giovane frequentavo le piazze. Ogni sabato pomeriggio, per qualche anno, sono sceso in piazza a manifestare: occasioni internazionali, nazionali, locali, non mancavano. C’era sempre una bastarda repressione da contrastare, una nobile causa da sostenere. Certo non sono stato né il primo né l’ultimo che, nell’assoluta convinzione di essere libero, padrone della propria esistenza e votato alla miglior causa si è ritrovato poi a constatare l’infinita distanza, spesso la netta contrapposizione, tra la realtà e le parole usate per comprenderla e raccontarla. Tra la complessità del vivere e la sua riduzione a sequela rancorosa e lineare, tra il mistero della vita e la lista delle rivendicazioni. Convinto di luccicare di verità e di libertà mi sono ritrovato a proteggere l’oppressione e servire la menzogna. E’ stata la guerra che ha distrutto la Jugoslavia a travolgermi: la realtà e l’ideologia che avrebbe dovuto decodificarla erano inconciliabili. Anzi, l’ideologia che sostenevo era un peggiorativo dell’esistente. Un po’ come chi semina vento, raccoglie tempesta e si rammarica per il maltempo. A Mostar, ridente cittadina europea a vocazione turistica, travolta dall’odio e dal sangue, la realtà si presentava in forma beffarda. La linea del fuoco, cannoneggiata bombardata cecchinata, era il “viale della pace e della fratellanza tra i popoli”: il dogma dell’internazionalismo socialista e la bandiera del pacifismo. Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte c’era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un’anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnamenti.

LE COSE CAMBIANO

Me ne sono tornato a casa. Molte incombenze quotidiane, nessuna pretesa, nessuna rivendicazione. Fosse servito a qualcosa prendermi a schiaffi per la mia dabbenaggine l’avrei fatto. Ho preferito ringraziare per la vita che mi era stata donata. Non immaginavo un qualsiasi pubblico impegno per l’avvenire ma, per l’appunto, la vita oltre che dono, meraviglioso comunque, è un mistero che non siamo noi a determinare. Non così tanto come vorremmo. C’è altro oltre la nostra buona o pessima volontà. Ho cominciato a comprare il Foglio. La prima volta che l’ho visto, sullo scaffale di un’edicola, l’ho comprato, con un po’ di imbarazzo residuale, perché era bello. Come? – mi sono detto – in un tempo in cui i giornali sono sempre più gravati da titoli, fotografie, rubriche, allegati, colori, chi è che si permette tanta eleganza formale, tanta leggerezza?. Il Foglio è diventato il mio legame quotidiano con il contemporaneo e poi molto di più perché mi ha aperto alla conoscenza di mondi sconosciuti di cui percepivo la mancanza: il pensiero neo-conservatore americano, tanto per dirne uno. Grazie, di cuore, Giuliano Ferrara.

SIAMO CASI DIFFICILI

Un giorno al bar mentre bevevo il caffè mi sono messo a sfogliare l’Espresso che “dalla A alla Z” snocciolava tutti i bei nomi della musica, dello spettacolo. Tutti a favore dell’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. La cosa che mi ha innervosito oltre ogni limite era l’assunto indubitabile: la musica è il bene, il giusto e da che mondo è mondo il bene e il giusto sono di sinistra sono progressisti. Mi sono sentito chiamato in causa, proprio io, ero pur sempre il cantante dei CCCP Fedeli alla Linea, dei CSI. Non ci ho mangiato, non ci ho dormito, finché non ho scritto una letterina e l’ho spedita al Foglio grazie al quale avevo scoperto che, anche in quel caso come nella mia vita, tra la realtà e le parole che la raccontano si può creare un corto circuito. Spacciare l’eugenetica per liberazione non mi pare bello. Spacciare i desideri per diritti non mi pare giusto. E se il mondo della musica lo fa, con quella nonchalance che rende evidente la propria superiorità morale e materiale, beh! allora toccava a me, nel mio piccolo, sostenere Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini. Mai e poi mai avrei immaginato il risultato del referendum. Ho riso di cuore per giorni e giorni. Come? Tutta lì, in quella percentuale, l’Italia dei media, della cultura, dello spettacolo, del radioso futuro, dei diritti perfetti così come fan tutti, così come bisogna fare? Da allora ogni tanto scrivo al Foglio, ogni volta mi chiedo il perché, che senso ha, chi mi credo di essere? Non lo so, non so rispondermi, ma ci sono cose, problemi, accadimenti, che interrogano tutti, e ognuno secondo le proprie capacità e responsabilità, è chiamato a rispondere. Non si può far finta di niente. Non per le cose essenziali della vita, quelle davvero importanti.

AMANDOTI - Per sempre

Quanto suona strano, in un vortice di mutazioni e cambiamenti che inducono a reinventarsi la vita ogni giorno, ogni weekend, ogni stagione come se noi potessimo ricrearci a nostra immagine e somiglianza, a misura delle nostre voglie, dei nostri contrattempi! Un ciclo perpetuo di sfilate dove agli ingegneri sociali, come ai grandi sarti, spetta volare alto: alta moda, per i maestri del pensiero, gli organizzatori sociali, c’è il prêt-à-porter e alle grandi masse toccano i grandi magazzini, i saldi, l’usato comunque l’obbligo di far bella figura, essere, in tempo reale, aggiornati. Comunque la si rigiri, e si può rigirare all’infinito, trattasi sempre di braghe o di gonne. Hai voglia di chiamarli pareo o salopettes. Trattasi dell’umano: maschi e femmine. Declinabili, i due, in tutte le variazioni possibili, inimmaginabili a priori ma, dal momento del concepimento alla morte, vivi, vitali, in atto e in potenza. Trattasi della meraviglia del creato, delle creature, questi esseri miserrimi e sorprendenti che noi tutti siamo, trattasi dell’uomo. Dispiace che qualcuno si consideri scimmia nuda o poco altro. Deve essere la insalubre conseguenza del troppo rimirarsi l’ombelico; un delirio d’onnipotenza ribaltato. Umani siamo, donne e uomini, non è mai troppo né troppo poco.

DEL MONDO - Glorifichi la vita

Mai avrei immaginato di ritrovarmi, a 54 anni, in così bella piazza a festeggiare le donne, la vita, a festeggiare l’8 marzo. Una data che mi sovrasta e un po’ mi imbarazza. So di mille osservazioni possibili, dall’astioso allo strafottente, tutte valide. A mio favore ho solo un motivo: sostenere con la mia presenza, la mia parola, il mio canto: la campagna per la moratoria: “Aborto? No, grazie!” così come è stata pensata e costruita da Giuliano Ferrara e il Foglio. Dalla petizione alla lista. Con tutti i dubbi, le perplessità, il giorno dell’angoscia e i molti della felicità; a ognuno i suoi. Come vi ho detto, mia volontà era di non assumermi alcuna responsabilità pubblica, non farmi arruolare in nessun caso, memore anche di troppe cause sbagliate e insofferente verso i media e la smania di apparire che ci sovrasta, ma sono le persone che si incontrano a fare la differenza. E succede. Sono le persone, nella loro corposità, nel loro comportarsi, nel loro esserci che mi fanno cambiare nei miei buoni proponimenti di montanaro scontroso e scantonante.

Era già successo lo scorso anno ed erano stati gli occhi di due donne, una anziana e una giovane, la loro luminosità velata da una tristezza che durava da troppo tempo a farmi decidere, di colpo, di organizzare un 25 aprile, la festa della liberazione dal nazifascismo, perché vivesse, non fosse cancellata la memoria di un fratello e uno zio prima calunniati poi uccisi poi rigettati da una retorica faziosa e falsa. L’abbiamo chiamato: un 25 aprile solitario, in onore di Giorgio Morelli, nome di battaglia Il Solitario, in onore del comandante Azor, dei partigiani cattolici di Reggio Emilia. Un 25 aprile sui monti che li avevano visti prima ribelli, poi vittoriosi, poi assassinati, poi defraudati del loro valore, della loro storia. Una messa a suffragio, un pranzo ipercalorico all’aperto, un piccolo concerto, la recita del S. Rosario. Due-trecento persone per un 25 aprile solitario. Troppo pochi? I partigiani erano meno. Sono le persone, solo le persone, a essere importanti, sempre. In una comunione tra i morti, i viventi, i non ancora nati. I numeri non sono che l’infinita variazione dell’uno. E’ successo di nuovo oggi, 8 marzo 2008, ne sono felice. Ci voleva Giuliano Ferrara. Non che manchino persone meravigliose, a me sconosciute, che dedicano il proprio tempo, la propria vita, i propri scritti, all’onore nascosto e mistificato dell’aborto. E’ che le idee, la speranza e i fatti che ne conseguono viaggiano con le persone che ne sono sostegno e incarnazione. E poi serve un contesto che permetta di fiorire e crescere. Serve la terra, l’acqua, il sole. Serve la giusta dose di concime e al fondo ci vuole buon umore. Quel buon umore che unito alla conoscenza e all’intelligenza permette di far fronte tanto alle tragedie dell’umanità che alle interviste televisive. Quel buon umore che, unito all’amore per l’uomo, è il solo che può incrinare e combattere il sublime convincimento che non c’è problema, oppure c’è ma non bisogna parlarne, oppure bisogna parlarne ma non in campagna elettorale e comunque deve essere chiaro che è tutta una mossa del cardinal Ruini, delle forze oscure e clericali, il ritorno ai tempi bui, lo spettro della Reazione. E’ il buon umore, e un po’ di strafottenza, che può intaccare la pressante invocazione all’Italia perché diventi al fine un paese normale. Normale? Normale a chi? Detto da chi fa culto di ogni trasgressione. Sarebbe normale essere accusati d’oscurantismo antiscientifico perché si fa presente che la tecnica odierna permette di fotografare i bimbi nel ventre materno? Ed è evidente all’occhio e al cuore che trattasi di bimbi, personcine. Sono bimbi, sono figli, nipoti. Sono innocenti, deboli, indifesi. Sarebbe normale accusare di visione reazionaria chi si ribella a un determinismo genetico che fa dei non ancora nati oggetto di ogni sperimentazione, di ogni abuso, ne fa oggetti di selezione e commercializzazione? Si tratta del mistero della vita, la vita in atto, in un ciclo umano che va dal concepimento alla morte naturale. Per ciò che mi riguarda la morte non è che un passaggio ad altro: il giudizio, l’inferno o il paradiso, ma questa è fede e la fede è un dono non un’imposizione e tantomeno un motivo d’orgoglio che sottintenda una superiorità morale. Anche la vita è un dono, ma è carne, è palpabile, dimostrata. Si può fotografare, raccontare con dovizia di particolari, si può cantare nelle canzoni e farci dei bei film. Ci sono mille obiezioni possibili alla presentazione di questa lista ma sono di natura politica, corrente e ordinaria, non valgono. E’ la politica a essere in funzione della vita, non viceversa. Se non c’è rispetto per la vita la politica è solo accaparramento e distribuzione del potere. Legittimo ma un po’ poco, troppo poco.

Per quanto riguarda la conta dei numeri il rischio è alto ma io faccio riferimento alla risposta del patriarca ortodosso: “Mi dicono coloro che si interessano di numeri…”, un incipit che rende onore a tale interesse ma non ne fa ragione per la propria esistenza. Che qualcuno, anche pochi, pongano oggi a base della politica nella sua totalità, la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale è indispensabile. E’ giusto, è bello e mette di buon umore. Comunque è una semina e non sempre chi semina raccoglie ma se nessuno semina chi raccoglierà? Benvenuta sorella lista.

LA VITA E’ UNA GRAN COSA - TE DEUM

di Ferretti Giovanni Lindo

07 marzo 2008

Aborti diminuiti? Attenti alle falsità

Dossier del Mpv sull’aborto per i candidati alle politiche
di Carlo Casini

Nella campagna elettorale già iniziata si discuterà inevitabilmente anche di aborto.
Anzi, a mio giudizio, proprio il diverso giudizio sulla legge 194/1978 dovrebbe essere un criterio di orientamento nel voto, per evitare che le forze decisamente contrarie al riconoscimento del diritto alla vita, riescano ad ingannare gli elettori con riferimenti vaghi alla tutela della vita (Quale? Da che momento? Come? Perché?).
È possibile che i candidati siano chiamati a parlare dell’aborto e della legge sull’aborto. Purtroppo la pressione «abortista» di molti mezzi di comunicazione di massa e la distrazione personale hanno prodotto la accettazione di talune falsità e comunque una grande ignoranza.
Per questo il Movimento per la vita ha in corso di pubblicazione un dossier da mettere a disposizione di tutti i candidati.
Esso farà parte del numero di marzo di Sì alla vita.
Un punto che merita particolare attenzione riguardo l’argomento che la legge 194 avrebbe ridotto il numero degli aborti.
È proprio vero?
È vero che la cifra annuale degli aborti registrati è andata crescendo dal 1978 al 1982-83 fino a superare le 230.000 unità, mentre da tempo si è stabilizzata su 130-140.000. Ma questa diminuzione, purtroppo, può essere apparente e comunque dovuta a cause socio­demografiche estranee alla legge.
A chi pensa che l’aborto sia un male perché sopprime una vita umana, interessa il numero complessivo degli aborti, non soltanto di quelli registrati. Ora, a parte quelli clandestini di tipo, diciamo tradizionale, a quelli legali vanno aggiunti quelli di tipo nuovo, tanto clandestini da essere inconoscibili, causati dalle varie «pillole del giorno dopo», che trent’anni fa non esistevano. Il
Corriere della Sera ha dato la notizia che ogni anno vengono vendute circa 350.000 confezioni di «pillole del giorno dopo».
L’aborto non è avvenuto se non vi era stato concepimento. Ma come non pensare che in molte decine di migliaia di casi vi è stata la eliminazione dell’embrione impedendogli di raggiungere la mucosa uterina? Inoltre, bisogna considerare che per effetto del crollo delle nascite le donne in età feconda nel 1982-1983 erano molto più numerose di quelle capaci di generare negli anni 2000. Va poi considerato il marcato innalzamento dell’età matrimoniale. L’aborto italiano è prevalentemente di tipo familiare.
È pensabile che una consuetudine di vita garantita dal patto matrimoniale porti ad una maggior frequenza di rapporti sessuali e ad una minore determinazione nell’evitare i concepimenti non voluti. Se le cose stanno così, è comprensibile che il mutamento sociologico possa avere contribuito alla diminuzione delle Ivg (interruzioni volontarie di gravidanza). Insomma, è dubbio il calo complessivo della eliminazione dei concepiti prima della nascita. Tuttavia è sperabile e chi vuol difendere la vita non può non auspicarlo.
Ma, posto che la diminuzione sia reale, sorge una seconda più decisiva domanda: per quale ragione tale riduzione sarebbe stata prodotta dalla L. 194? Quale sarebbe stato il meccanismo?
Certamente non quello dell’intervento consultoriale, che avviene in una minoranza di casi e che tutti riconoscono non essere stato affatto applicato nella direzione della difesa della vita, ma semmai per consolidare la scelta abortiva. In effetti gli «abortisti» sostengono che la riduzione sarebbe stata prodotta dalla contraccezione. Domanda: ma mettendo da parte le riserve della Chiesa e senza prendere in considerazione la natura eventualmente abortiva di taluni mezzi farmacologici e meccanici (spirale), classificati tra i contraccettivi, posto che effettivamente l’uso più diffuso dei contraccettivi abbia compresso gli aborti, cosa ne avrebbe impedito di farne propaganda senza la legge 194? Anzi, vi sarebbe stata una ragione in più per ricorrere al loro uso, di fronte alla impossibilità di ricorrere all’aborto per porre «rimedio» ad una gravidanza non voluta! La verità è che se una diminuzione vi è stata, la causa non è la contraccezione ma qualcosa di diverso. La riprova viene dalla Francia, dall’Inghilterra e dal confronto tra le varie regioni di Italia. Francia e Regno Unito hanno una popolazione più o meno uguale a quella italiana e leggi - almeno in Francia - simili a quella italiana. Certamente in questi paesi la contraccezione è più diffusa che in Italia. In particolare la «pillola del giorno dopo» e la Ru486 proprio in Francia hanno trovato la più estesa diffusione. Eppure proprio nel paese transalpino e in Gran Bretagna gli aborti, che qualche decennio fa erano un numero minore che da noi, sono andati progressivamente aumentando fino a raggiungere cifre che superano le 200.000 unità all’anno. Come spiegare questo fenomeno? Evidentemente la contraccezione non comprime le interruzioni volontarie della gravidanza. Alla stessa conclusione si giunge confrontando il numero degli aborti nelle varie regioni d’Italia.
Nessuno può sostenere che Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lombardia facciano un uso della contraccezione minore che in Sicilia, Calabria, Altro Adige o Veneto. Eppure le Ivg sono più numerose nelle aree dove la contraccezione è più diffusa.
Dunque la sperabile riduzione degli aborti va spiegata non con la legge 194 né con la contraccezione. Vi deve essere un fattore diverso. Perché non pensare che al lavoro del Movimento per la vita e dei Cav (nel 2008 sarà raggiunta probabilmente la cifra di 100.000 bambini aiutati a nascere) e molto di più a una maggiore disponibilità diffusa nel tessuto sociale ad ascoltare l’incessante messaggio della Chiesa e dei grandi pontefici, da Giovanni Paolo II - il Papa della Vita! - a Benedetto XVI. La difesa della vita nascente, passa prioritariamente attraverso la mente ed il cuore della gente e forse, nonostante la crescente secolarizzazione e scristianizzazione, in Italia resta, più che altrove, la disponibilità ad ascoltare il messaggio cristiano.
Dunque se vera riduzione vi è stata, il merito non è della legge.
Per ridurre il fumo delle sigarette ne viene proibito l’uso nei locali pubblici e nei mezzi di trasporto.
Se vi fosse scritto «si può fumare» o, addirittura «offriamo gratuitamente le sigarette» non credo che si fumerebbe di meno. È strana l’idea che dicendo «si può abortire» e talora «è tuo diritto fondamentale abortire, se vuoi» si possa automaticamente disincentivare il ricorso alla Ivg.
Si può concludere che se vera riduzione vi è stata, ciò non è avvenuto a causa della legge. Ma nonostante la legge, soprattutto per merito della cultura che si oppone alla legge.

05 marzo 2008

Si tratta di guerra al Cristianesimo. Ce ne siamo accorti?

(da Agenzia Fides - 25/02/2008)

La presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico (orribile).

Roma (Agenzia Fides) - Dopo l’assunzione di 200 mg di mifepristone (la vera e propria Ru486, che uccide l’embrione in pancia) e, due giorni dopo, con 800 mcg di misoprostol, il farmaco che induce le contrazioni e causa l’espulsione dell’embrione, una ragazza americana si sente male. Brividi, dolori addominali, nausea, vomito e vertigini. Si pensa ai soliti effetti collaterali, ma si aggrava. Si reca in clinica e le prescrivono dei farmaci. Torna a casa. Passa ancora un giorno, sta molto male e viene ricoverata al pronto soccorso. Si aggiungono pressione alta e tachicardia. Accertamenti. Di nuovo antibiotici e intervento chirurgico esplorativo. Le trovano due litri di e mezzo di liquido peritoneale torbido e nessuna evidenza di gravidanza extrauterina. La ricoverano in terapia intensiva. Dopo sedici ore la ragazza muore. L’autopsia conferma la presenza nel tessuto uterino di Clostridium Sordellii, l’agente batterico responsabile della morte. E’ uno dei sedici casi registrati nel mondo di morte per assunzione di RU486. Di questa morte ha dato notizia, nel novembre 2007, la rivista specializzata Obstetrics & Gynecology, dell’American College of Obstetricians and Gynecologists.
Le morti non bastano, 16 quelle accertate - soprattutto quando ci sono fortissimi interessi economici che premono per la distribuzione di questo farmaco - per impedire che la RU486 sia diventata il più formidabile mezzo di controllo delle nascite, assieme alle pratiche nefaste di sterilizzazione delle donne (sono stimate in 160 milioni le donne sterilizzate nel mondo).
In questo contesto va letta la presa di posizione dell’Ordine italiano dei Medici del 23 febbraio scorso, che chiede di ammettere “finalmente” la pratica dell’aborto chimico, attraverso l’uso della RU486 e di non opporre “surrettizie limitazioni” all’uso della pillola del giorno dopo, definita contraccettivo d’emergenza, disponibile nei supermercati americani, venduta in Francia, Spagna, Svizzera, Regno Unito, Sudafrica, Albania, Algeria, Belgio, Canada (Québec), Cile, Danimarca, Finlandia, Grecia, Israele, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e Svezia, senza prescrizione medica, promossa da molti Governi dell’America Latina come metodo contraccettivo.
L’Ordine dei Medici italiano non sottolinea che esiste un parere del Comitato nazionale per la bioetica, in base al quale è un diritto del medico scegliere di non prescrivere la pillola del giorno dopo e quindi affermare la sua obiezione di coscienza (in Italia è obbligatoria la prescrizione medica); sostiene la modernità della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, definendola “la migliore legge possibile anche sotto il profilo morale”; si esprime favorevolmente rispetto alla diagnosi pre-impianto, che secondo il laicissimo presidente del Comitato Consultivo di Bioetica francese, si sta trasformando in una pratica eugenetica, strumento per eliminare i bambini malati, imperfetti.
Se si consultasse il Codice Deontologico che i medici italiani si sono dati, all’art.3 si leggerebbe “Dovere del medico è la tutela della vita (…)”. A volte, si sa, può capitare che le norme vengano fatte proprio per non essere rispettate; così come può capitare, come avviene, ad esempio in Italia, che ambiziosi e illustri clinici professino con ardore il loro favore nei confronti dell’eutanasia o che profetizzino per l’umanità un futuro bisessuale; che le organizzazioni internazionali sovvertano nei loro documenti, da decenni, l’ordine naturale del mondo, non parlando più di maschio e femmina, ma di genere, che annulla l’identità.
Tutto questo, non avviene a caso. C’è una citazione nell’ultima Enciclica di Benedetto XVI. Riguarda Immanuel Kant: "Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose". L’abbandono del cristianesimo e la guerra ai suoi principi, primo fra tutti il diritto alla vita e alla dignità della persona umana, potrebbero portare secondo Kant - evocato da Benedetto XVI - ad una fine non naturale, “perversa” dell’umanità, una specie di autodistruzione, in senso morale e in senso materiale. Il relativismo di cui è pervasa la società occidentale ha questa forza, che inquina la vita privata e quella pubblica. (D.Q.)

04 marzo 2008

Lo sterminio rosa in India

I demografi hanno analizzato gli aborti in uno dei più grandi distretti indiani, Salem. Il risultato è questo: “Il sessanta per cento delle bambine viene abortito o ucciso entro il terzo giorno dalla nascita”. Ne ha parlato il quotidiano americano Christian Science Monitor, fra i più quotati nel racconto delle “missing girls” del Nobel Amartya Sen, denunciate pochi giorni fa dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. “La violenza contro le donne è una questione che non può attendere” ha detto Ban Ki-moon alla Commissione sullo status della donna. “Attraverso la pratica della selezione sessuale prenatale, un numero imprecisato non ha neppure diritto alla vita”.
La tecnologia neonatale in India è talmente finalizzata all’identificazione sessuale e all’aborto che la dottoressa Puneet Bedi, ginecologa dell’Apollo Hospitals di Nuova Delhi, ha spiegato che “nessuna donna incinta ne soffrirebbe se il test degli ultrasuoni venisse bandito. Oggi è usato per salvare un bambino su 20 mila e per ucciderne 20 su 100 se sono del sesso sbagliato”. “Paga 500 rupie oggi per risparmiarne 50 mila in futuro” è uno degli slogan più diffusi nello stato di Salem, dove il 60 per cento delle bambine è sistematicamente eliminato. Cinquecento rupie, nove euro, è il costo di un’ecografia oggi in India. The Hindu, grande quotidiano in lingua inglese, ha spiegato che si può acquistare on line un kit (formalmente illegale) che consente di determinare il sesso a casa propria dopo sei settimane con la semplice analisi di poche gocce di sangue.
Il governo ha avviato il programma “Girl Protection”, con il quale alla nascita di una bambina si apre un conto a suo nome dove vengono immediatamente depositati 20 mila rupie. “Ogni tipo di carestia, epidemia e guerra è niente in confronto a questo” ha detto la dottoressa Bedi. “In alcune parti dell’India, una bambina su cinque viene eliminata nella fase fetale. E’ una situazione da genocidio”. Quando nel Punjab venne introdotta la prima macchina per il test, nel 1979, c’erano 925 femmine ogni 1.000 maschi. Nel 1991 erano scese a 875 e nel 2001 a 793. La situazione va ogni giorno peggiorando. Times of India ha scritto più volte che “la Cina elimina ogni anno un milione di bambine, ma il trend attuale vede l’India in testa”. Renuka Chowdhury, ministro per lo Sviluppo delle donne e del bambino, si batte da anni contro l’aborto selettivo. “E’ una questione internazionale di vergogna, la maggior parte delle bambine viene uccisa prima della nascita, non dopo” dice il professor Sabu George, che studia il fenomeno da vent’anni al Center for Women’s Development Studies di New Delhi.

di Giulio Meotti (Il Foglio - 4/3/2008)

30 gennaio 2008

Messaggi di speranza

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Messaggio del 25 gennaio 2008 (commento)
Cari figli, con il tempo quaresimale voi vi avvicinate ad un tempo di grazia. Il vostro cuore è come terra arata ed è pronto a ricevere il frutto che crescerà nel bene. Figlioli, voi siete liberi di scegliere il bene oppure il male. Per questo vi invito: pregate e digiunate. Seminate la gioia e nei vostri cuori il frutto della gioia crescerà per il vostro bene e gli altri lo vedranno e lo riceveranno attraverso la vostra vita. Rinunciate al peccato e scegliete la vita eterna. Io sono con voi e intercedo per voi presso mio Figlio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

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Messaggio del 2 gennaio 2008 ( Mirjana )
"Cari figli, con tutta la forza del mio cuore, io vi amo e mi dono a voi. Come la madre lotta per i propri figli, io prego e lotto per voi. Da voi chiedo di non temere ad aprirvi, per potere amare con il cuore e donarvi agli altri. Quanto più con il vostro cuore lo farete, tanto più lo riceverete e capirete meglio mio Figlio e la sua donazione a voi. Attraverso l'amore di mio Figlio e attraverso me, che tutti vi riconosceranno. Vi ringrazio".La Madonna ha benedetto tutti e tutti gli oggetti sacri. Ha chiesto la preghiera e il digiuno per i nostri pastori.

16 dicembre 2007

Due leader cristiani in occidente

• Il repubblicano Huckabee lo dice chiaro: “La fede mi definisce”. E’ in ascesa, era un predicatore, è anche un fan dei Rolling Stones • Il liberal “San Barack” Obama spiega: “I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di mettere da parte la religione”

New York. Mike Huckabee è il candidato alla Casa Bianca più giovane tra quelli in corsa per il Partito repubblicano. Barack Obama lo è in assoluto. Entrambi sono in grande ascesa nei sondaggi e sono accreditati di una vittoria a sorpresa contro Rudy Giuliani, Mitt Romney e Hillary Clinton. Questa settimana il conservatore Huckabee è sulla copertina del liberal New York Times magazine. Il liberal Obama, disegnato e vestito da monaco francescano, è sulla copertina del neoconservatore Weekly Standard sotto il titolo “San Barack d’Iowa”. Entrambi stanno conducendo una campagna elettorale da leader cristiani. Huckabee esplicitamente, Obama evitando di dirlo.
In America Dio è sulla bocca di tutti, specie dei politici in corsa per la Casa Bianca. L’Economist ha scritto che “Hillary Clinton fa più riferimenti a Dio di quanti ne faccia un normale vescovo europeo”, Mitt Romney è riuscito finalmente a farsi accettare come leader nazionale nel momento esatto in cui ha affrontato il tema della “sinfonia delle fedi” che sta alla base della religiosità americana. Ogni fondamentale passaggio politico della storia americana, dall’abolizione della schiavitù al diritto di voto per le donne, dal proibizionismo alla lotta contro la segregazione razziale, è stato plasmato da una speciale miscela di idee liberali e sentimenti religiosi. La moralità cristiana e l’influenza della fede nella vita pubblica americana è stata colta perfettamente da Alexis de Tocqueville nel suo ancora oggi insuperabile “Viaggio in America” della prima metà dell’Ottocento: “Appena sono arrivato negli Stati Uniti la prima cosa che ha colpito la mia attenzione è stata l’aspetto religioso del paese e più ci sono rimasto più ho percepito le grandi conseguenze politiche derivanti da questo stato delle cose. In Francia avevo quasi sempre visto lo spirito della religione e lo spirito della libertà marciare nella direzione opposta. In America li ho trovati intimamente uniti e alla guida, insieme, dello stesso paese”.
Su questa scia sono stati moltissimi i politici americani di primo piano, in particolare del Partito democratico, che hanno puntato sulla carta religiosa. William Jennings Bryan, sconfitto tre volte alle elezioni presidenziali a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, è stato uno dei grandi sostenitori, con motivazioni religiose, del proibizionismo e della lotta all’evoluzionismo darwinista. L’insegnante di catechismo Jimmy Carter è stato il primo presidente cristiano rinato ed evangelico. Così via, fino a George W. Bush, il quale nel 1999 disse che “Gesù” era il suo filosofo politico preferito.
In questo ciclo elettorale, però, si nota qualcosa di nuovo. Due giovani candidati con buone chance di vincere le primarie dei rispettivi partiti, Huckabee e Obama, si candidano appellandosi direttamente ai valori, alle battaglie e alle parole cristiane. “C’è un’overdose di pietà pubblica”, ha notato il neoconservatore laico Charles Krauthammer ieri sul Washington Post.
“La fede non si limita a influenzarmi – recita uno spot televisivo del predicatore Huckabee, oggi in testa nei sondaggi in Iowa – piuttosto mi definisce. Non mi devo alzare tutte le mattine e chiedermi in che cosa ho bisogno di credere. Noi crediamo in alcune cose, sosteniamo alcune cose e viviamo o moriamo per queste cose”. Lo spot si conclude con una scritta in maiuscolo che dice: “Un leader cristiano”.
Barack Obama ha aperto la sua recente manifestazione con la star televisiva Oprah Winfrey con queste parole: “Rendiamo grazie e onoriamo Dio. Guardate che bel giorno che ha creato il nostro Signore”.
Huckabee e Obama conducono una campagna elettorale molto simile, ciascuna delle quali è influenzata dalle rispettive esperienze religiose, cristiano-conservatrice per il repubblicano, vicina alla teologia della liberazione per il democratico. Huckabee è egli stesso un predicatore e, prima di diventare governatore dell’Arkansas, ha guidato una grande congregazione battista del sud. Obama, invece, è un seguace di Jeremiah Wright, l’incendiario predicatore nero della Trinity United Church of Christ di Chicago. E ama ricordare che “Abramo Lincoln, Martin Luther King e la maggioranza dei grandi riformatori americani non erano soltanto motivati dalla loro fede, ma hanno anche usato il linguaggio religioso per sostenere le loro cause”.
La cosa interessante è che la loro pronunciata religiosità non li ha relegati agli estremi dei rispettivi schieramenti. Huckabee è il volto simpatico e rassicurante della destra religiosa, non usa i toni arrabbiati e apocalittici degli ormai anziani leader del movimento, non spaventa, non fa battute e gli piace il rock, soprattutto quello considerato satanico dei Rolling Stones (“Sono favorevole alla divisione tra church and stage, tra chiesa e palco”). Obama dice con naturalezza ed eleganza cose che pronunciate da qualcun altro farebbero saltare parecchi progressisti dalla sedia: “I laici sbagliano a chiedere ai credenti di mettere da parte la religione se entrano in politica. E’ un’assurdità, la nostra legge è per definizione la codificazione della morale, gran parte della quale è radicata nella tradizione giudaico-cristiana”. Entrambi conducono battaglie contro gli anni Sessanta. Huckabee li considera il male assoluto per la celebrazione della cultura della pillola anticoncezionale, del sesso gay, dell’amore libero e delle droghe. Obama li giudica come la fonte primaria dell’attuale scontro ideologico e della guerra culturale che vorrebbe superare.
Magari nessuno dei due vincerà le primarie, ma la loro discesa in campo da leader cristiani sta già cambiando la natura delle due coalizioni politiche. Il solidarismo cristiano di Huckabee, così come quello di Bush, comincia a convincere i conservatori che l’intervento dello stato a favore delle classi più deboli non è un’eresia dei principi conservatori. La compassione religiosa di Obama, invece, indica ai liberal una piattaforma programmatica e ideale per riconquistare l’elettorato evangelico.
(Il Foglio 15/12/2007)

13 dicembre 2007

Cultura dell'anticristo /2

A FIRENZE L’ULTIMO EPISODIO DI UNA FESTA « SVUOTATA »
Gesù non c’entra col Natale. Parola di maestra intelligente

di Marina Corradi (Avvenire - 13/12/2007)

U n padre fiorentino scrive sbigottito al Giornale:
la maestra di mio figlio, che fa la quarta elementare, ha detto ai bambini di fare un disegno sul Natale.
Mio figlio si è messo a a disegnare la Natività ma la maestra glielo ha impedito. A noi genitori la maestra ha poi detto che sarebbe «una scemenza» associare la nascita di Cristo al Natale, e che in questo modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso dei non cristiani. La storia raccontata da questo padre introduce una variante sul tema, non nuovo e ripetuto, dei presepi proibiti nelle scuole per «non offendere» i fedeli di altre confessioni. Infatti, la prima obiezione della maestra fiorentina sarebbe stata ancora più radicale: è «insensato» associare la nascita di Gesù al Natale. Natale dunque, pare di capire, come una festa che ormai prescinderebbe totalmente dalla memoria di ciò che viene in quel giorno ricordato. Ci sarebbe dunque un 25 dicembre che 'una volta' celebrava la nascita di Gesù Cristo in Palestina. Ma ormai così sbiadita sarebbe questa tradizione, che la festa è diventata semplicemente un’amabile convenzione condivisa: si fa l’albero, si mangia il panettone e ci si scambiano regali, perché così si usa, ma niente a che vedere con quell’antica assurda storia di un neonato in una mangiatoia. Presumiamo che questo volesse dire quella maestra, se davvero ha detto che associare il Natale a Gesù è «una scemenza». Una tesi surreale, certo, ma che contiene in sé, radicalizzato, un pensiero che si va diffondendo. Il Natale cristiano – e sul copyright originario della ricorrenza non ci sono dubbi – se ci guardiamo intorno, appare spesso come un guscio svuotato. C’è un parlare assordante del Natale in tv, nei negozi, e fra noi; ma discorriamo di strenne, di vacanze, di tacchini.
Dell’evento di quel giorno – istante che taglia e rivoluziona la storia – di quello taciamo, e spesso anche fra cristiani. È rimasto, e anzi s’è gonfiato in una massa ipertrofica, tutto il contorno della festa: ma è il nucleo, il centro di gravità che sembra mancare. La maestra di Firenze, con la sua affermazione apparentemente strabiliante, avrebbe estrinsecato ciò che galleggia sotto le parole in questi nostri giorni annegati nei pandori e nei babbi natale. Abbiamo sentito un sociologo alla radio teorizzare di un Natale trasformato in una «festa della bontà», che non darebbe fastidio agli islamici e agli altri. Il brillante studioso ha sintetizzato lo stesso spirito dei tempi espresso dalla maestra fiorentina: facciamo festa il 25 dicembre, ma Gesù Cristo, che c’entra? Ora, ciascuno a casa sua festeggia ciò che vuole, Allah, Hare Krishna, come meglio crede. Ma c’è un accento di violenza nella piccola storia del bambino fermato con la matita per aria mentre sta per disegnare la cometa. Disegna ciò che vuoi: alberi, Santa Claus, renne, ma Gesù Bambino, no. Quello non c’entra. Quello è una vecchia fiaba, di cui vogliamo dimenticarci – che fiaba assurda poi, un Dio che nasce da una donna, e vergine anche, e in una stalla. La Festa della Bontà è laica e illuminata, corretta e multietnica. Non vuol dire niente, quindi non dà fastidio a nessuno: ma incentiva positivamente i consumi.

Piccolo, togli quella sciocca stella e l’asino e il bue. Cancella. Il mix di politically cor­rect e di un acido neo-oscurantismo dei lumi si vanta di non tollerare censure, ma con un’eccezione. Quel Bambino in una culla di paglia non lo vuole vedere. Che resti pure il contorno della festa, le lumi­narie e le cornamuse e l’abbacchio. Ma, quel nucleo, quell’oscuro centro di gra­vità di duemila anni di storia, quello no.
Bambini, da bravi, disegnate le renne.
[commento di Padre Livio: "Bambini, disegnate le corna alla maestra!"]

Cultura dell'anticristo /1

È Natale, che "scemenza" parlare di Gesù

di Walter Vecchi (Il Giornale - 12/12/2007)

Caro Direttore,
sono un Vostro lettore «da sempre» ed invio la presente per segnalarvi quello che a mio avviso, è un fatto molto grave avvenuto in questi giorni nella scuola elementare Villani di Firenze, ove mio figlio Alessandro di anni 9 frequenta la classe IV C.
La maestra di disegno ha nei giorni scorsi invitato gli alunni a fare un disegno che rappresentasse il Natale e mio figlio si stava quindi accingendo a rappresentare la «Natività di Cristo» quando è intervenuta detta maestra «vietando» al bambino di disegnare «Gesù bambino».
Mio figlio è rimasto molto amareggiato da questa vicenda, anche perché non è riuscito a comprendere la ragione di tale assurdo divieto ed ha riferito il proprio turbamento a noi genitori.
Pensando l'incidente si fosse verificato per un equivoco, mia moglie si è quindi recata personalmente a parlare con la maestra di disegno ma questa, appresa la ragione del colloquio, si è «inalberata» affermando che sarebbe «una scemenza» (testuali parole) voler rappresentare la nascita di Gesù Cristo ed associarla al Natale (ma a cos'altro andrebbe associato il Natale? Al solstizio di inverno?), poiché in tal modo si rischierebbe di offendere il sentimento religioso di chi non è cristiano.
In ogni caso, a detta della maestra di disegno medesima, le insegnanti sarebbero obbligate ad impedire qualsivoglia rappresentazione religiosa, anche nei disegni e addirittura gli insegnanti di «Religione» non potrebbero parlare di Gesù Cristo agli alunni. Richiesta di indicare quale mai fosse la norma cui faceva riferimento, la maestra medesima ha girato le spalle e se ne è andata senza neppure salutare.
Il giorno dopo, anche l'insegnante di Italiano è intervenuta in classe sull'argomento, dicendo agli alunni che «le maestre sono stufe delle “scemenze” delle loro mamme».
Non ho parole per commentare l'accaduto. Non condivido che nelle nostre scuole il Natale non sia più rappresentato come quando ero bambino io (quarant'anni fa) con recite e canti dedicati alla nascita di Gesù, ma ritengo che costituisca un vero atto di violenza morale impedire ad un bambino di 9 anni di rappresentare in un disegno la Natività, specie in un disegno che la maestra stessa ha detto doveva essere dedicato al Natale e portato a casa dalle rispettive famiglie.

04 dicembre 2007

Un formidabile weekend da Papa

Dopo la pubblicazione della “Spe Salvi”, Ratzinger detta la sua agenda Critica il relativismo dell’Onu prima di recarsi al Palazzo di Vetro, sfida il mito del progresso e chiede un’autocritica al cristianesimo moderno
Il nichilismo “corrode la speranza nel cuore dell’uomo, inducendolo a pensare che dentro di lui e intorno a lui regni il nulla: nulla prima della nascita, nulla dopo la morte”. Così Benedetto XVI nell’omelia per i Primi vespri d’Avvento pronunciata sabato, terza formidabile tappa del weekend forse più intenso del suo pontificato, iniziato con la presentazione della “Spe Salvi”, proseguito con le bordate al “relativismo” delle Nazioni Unite contenute nel discorso di sabato alle ong cattoliche e concluso domenica con l’Angelus, in cui ha sintetizzato: “Lo sviluppo della scienza moderna ha confinato sempre più la fede e la speranza nella sfera privata e individuale, così che oggi appare in modo evidente, e talvolta drammatico, che l’uomo e il mondo hanno bisogno di Dio”, perché la storia va “rievangelizzata e rinnovata dall’interno”. L’Avvento per la chiesa è l’inizio del nuovo anno, e sul filo della metafora temporale si potrebbe ben dire che Ratzinger non si fa dettare l’agenda da nessuno ma anzi, come un Papa rinascimentale, è lui a stabilire il calendario: ora ha deciso che è tempo di sfidare la modernità opponendo al suo nichilismo “il futuro luminoso dell’uomo e del mondo”. Frammenti di una battaglia culturale di lungo periodo, che si intrecciano con l’agenda diplomatica. Il prossimo 18 aprile Benedetto XVI varcherà la soglia del Palazzo di vetro, e il suo discorso alle ong non ha risparmiato critiche alle politiche di alcune organizzazioni dell’Onu: “Spesso il dibattito internazionale appare segnato da una logica relativistica che pare ritenere, come unica garanzia di una convivenza pacifica tra i popoli, il negare cittadinanza alla verità sull’uomo e sulla sua dignità”, ha detto. Criticando inoltre una “concezione del diritto e della politica, in cui il consenso tra gli stati, ottenuto talvolta in funzione di interessi di corto respiro o manipolato da pressioni ideologiche, risulterebbe essere la sola e ultima fonte delle norme internazionali”. Temi del resto non nuovi: Ratzinger in un intervento del 2000 aveva attaccato con durezza le conferenze del Cairo e di Pechino, proprio in quanto lasciavano “trasparire una vera e propria filosofia dell’uomo nuovo e del mondo nuovo”. Lo stile del Pontefice è però noto: preferisce la proclamazione delle verità essenziali all’esercizio della mera diplomazia e del dialogo solo formale. Analogamente, a Ratisbona aveva scelto di affrontare il tema dell’islam e della violenza religiosa poco prima di recarsi in Turchia. Da allora, Benedetto XVI va impostando l’agenda del dialogo “senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani” – come ha risposto, per il tramite del segretario di stato Tarcisio Bertone, alla lettera delle 138 “guide islamiche” – e recuperando il cardinale Jean-Louis Tauran alla guida del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, pur senza rimettere completamente il Vaticano sul binario ecumenico del periodo wojtyliano. Anche sull’Onu, come per Ratisbona, l’impressione è che il Papa abbia approfittato per mandare un “promemoria” al segretario Ban Ki-moon.
Ci sono poi i tempi di una verifica interna alla chiesa. Non sono sfuggiti alcuni passaggi chiave della “Spe Salvi”, in cui si parla di necessità di autocritica anche per i cristiani: “Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna confluisca anche un’autocritica del cristianesimo moderno”. Un programma di revisione radicale, che ha fatto ipotizzare al vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, una sorta di “mea culpa di nuovo tipo”, destinato a fare i conti con il lungo periodo storico in cui i cristiani si sono mostrati troppo acquiescienti con la secolarizzazione, fino a rendere la fede marginale e quasi inutile. Una colpa – sostiene il Papa nell’enciclica – che ha avuto l’effetto nefasto di abbandonare il mondo a se stesso: con la fede “orientata soprattutto verso la salvezza personale dell’anima”, mentre “la riflessione sulla storia universale, invece, è in gran parte dominata dal pensiero del progresso”.

(il Foglio - 04/12/2007)

11 novembre 2007

La Moschiesa

Perplessità per la decisione di fare di una parrocchia anche una moschea

Dalla terra veneta un nuovo dolore per i cattolici semplici: la Moschiesa di Paderno. Don Aldo Danieli, di concerto col Centro islamico di Treviso, ha trasformato la parrocchia in un ircocervo: per sei giorni chiesa, per un giorno moschea, a disposizione dei musulmani della zona. Quindi a Paderno il venerdì non sarà più il giorno della Passione di Cristo ma quello della preghiera in direzione della Mecca. Non conosciamo il teologo di riferimento di don Aldo ma siccome Paderno è frazione di Ponzano e Ponzano è il comune della Benetton avanziamo l’ipotesi che la prima ispirazione derivi da Oliviero Toscani, l’autore della indimenticata campagna pubblicitaria “United Colors”. Stavolta però l’indifferentismo non è applicato alle cromie cutanee bensì a qualcosa di più intimo e fondante: alle credenze religiose. “Preferisco i musulmani che pregano ai cristiani che bestemmiano” ha detto don Aldo ai parrocchiani esterrefatti. Passando in un balzo dalla linea Toscani alla linea Amato, il ministro secondo il quale è preferibile il velo alle veline. Purtroppo tutto questo non è cristiano, non è cattolico, non è evangelico. Gesù dopo la Resurrezione si presenta agli apostoli e usando il modo imperativo dice: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. In quell’estremo frangente, pochi istanti prima dell’Ascensione, il Figlio di Dio non spreca le sue ultime parole terrene per spingere sul tasto della morale (a prendersela coi bestemmiatori e con le ballerine basta qualunque fariseo) ma su quello della verità. Andate, predicate, battezzate. A questo sono tenuti gli apostoli e a questo sono tenuti ovviamente i preti. Pertanto don Aldo deve certamente aprire la chiesa di Paderno ai musulmani, ma non per lasciarli nell’oscurità bensì per illuminarli circa la divinità di Cristo. Senza questa persuasione non è possibile il battesimo, che prevede la formula trinitaria “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il prete che non fornisce gli strumenti della salvezza ai suoi fratelli è colpevole di mancanza di carità nei loro confronti. Può fallire, certo, e anche questo è previsto da Gesù nel Vangelo (Luca 10), quando esorta i discepoli ad allontanarsi dai refrattari con un gesto sublime, scuotendo la polvere dai propri calzari. Ma ci deve provare.
(Il Foglio 10/11/2007)

Le Crociate, crogiolo d'Europa?

di Franco Cardini

Le crociate non sono mai state "guerre di religione", non hanno mai mirato alla conversione forzata o alla soppressione degli infedeli. Eccessi e violenze compiuti nel corso delle spedizioni - che ci sono stati e non vanno dimenticati - debbono tuttavia esser valutati nel quadro della normale ancorché dolorosa fenomenologia degli eventi militari e sempre tenendo presente che alcuna ragione teologica li ha giustificati. La crociata corrisponde a un movimento di pellegrinaggio armato lentamente affermatosi e sviluppatosi nel tempo - fra XI e XVIII secolo - che dev'essere inteso inserendolo nel contesto del lungo incontro fra la Cristianità e Islam, che ha prodotto positivi risultati culturali ed economici (come si giustifica altrimenti la notizia di frequenti amicizie e addirittura alleanze militari tra cristiani e musulmani nella storia delle crociate?).

L'"ideologia" della crociata si è affermata e costruita lentamente, a partire dal diritto canonico del Duecento, per consolidarsi solo in età moderna alla luce delle lotte tra Europa cristiana e turchi ottomani. La polemica illuminista contro le crociate nel nome della tolleranza religiosa - ha fatto sì che le crociatesiano state considerate, a torto, antenate delle guerre di religione e delle guerre ideologiche.
Un contributo alla chiarificazione è giunto adesso dal libro di L'invenzione delle crociate (ed. Einaudi) di Cristopher Tyerman, medievista dello Hertford College di Oxford. Egli non dimostra certo che le crociate non sono ami esistite: si limita a far capire come, nel corso del primo secolo di quello che noi oggi usiamo definire "movimento crociato", esso non vi fu; né vi fu niente di quella che noi siamo soliti definire "idea di crociata". La spedizione - in parte pellegrinaggio, in parte campagna militare - conclusasi nel 1099 con la conquista di Gerusalemme da parte di alcune migliaia di cavalieri, di armati e di pellegrini provenienti dall'Europa occidentale, condusse certo alla formazione di una monarchia feudale nel territorio silopalestinese - il "regno franco di Gerusalemme" - e fu salutata fin dal suo nascere da un talora disorientato entusiasmo, ma non fondò alcuna consuetudine.
Non c'era la crociata. C'erano e cruce signati, coloro che avevano partecipato alla spedizione, si erano impegnati a farlo con una promessa solenne e per questo recavano ben in vista sulle loro vesti il simbolo dfella croce secondo una tradizione ch'era già tipica del pellegrinaggio. Ma la parola "crociata" non esisteva, e si sarebbe dovuto aspettare le fine del medioevo perché divenisse d'uso comune. La cosiddetta "seconda crociata" si mosse dall'Europa solo circa mezzo secolo dopo la prima: la distanza d'una vita umana media, all'epoca. Nessuna tradizione "crociata" si stabilì quindi, né allora, né più tardi. Solo nel corso del Duecento il papato assunse la gestione del movimento, che aveva ancora nomi incerti: iter, peregrinatio, expeditio, più tardi passagium,poi ancora negotium crucis e crux cismarina ("croce pellegrina" l'avrebbe chiamata un poeta italomeridionale del tempo di Federico II, Rinaldo d'Aquino).
Fu per successivi passaggi, per ulteriori "successive approssimazioni", che si arrivò a un diritto della crociata, a una sua dusciplina canonistica e fiscale, a un suo allargarsi anche degli obiettivi: dalla conquista (o riconquista)dei Luoghi Santi a spedizione militare contro i nemici musulmani, poi contro i "pagani" in genere, quindi contro i cristiani eretici, infine contro i nemici politici della Santa Sede. Per un paradosso abbastanza impressionante, la crociata assunse forma giuridica e "massmediale" definitiva solo quando ormai le speranze di riconquistare Gerusalemme erano ormai state abbandonate, e si espresse soprattutto - fra XV e XVIII secolo - contro i turchi ottomani. In tal modo si può dire che apologeti e propagandisti prima, storici poi, concorsero in un arco di tempo durato più di mezzo millennio alla costruzione di una "ideologia" che venne chiarita e articolata addirittura attraverso una nutrita trattatistica, ma che rispetto agli eventi del 1095-1099 che per noi stanno a fondamento della crociata ha tutti i caratteri della manipolazione e della "eterogenesi dei fini".
Il tyerman mostra come nell'Europa tardo medievale e protomoderna si costruisse una talora confusa, sempre comunque duttile e dinamica "cultura della crociata", che dal diritto passò alla letteratura, alla musica, alle arti, alla propaganda popolare, al sentire comune, alimentandosi di gesti, di riti, di tradizioni: sino alle polemiche illuministiche e al revival romantico che consacrò la crociata al mondo dei presupposti delle avventure colonialistiche, con tutto il loro bagaglio culturale che sarebbe andato a costruire l'esotismo; e a più recenti e più scopertamente strumentali revivals politici, come quelli durante le due guerre mondiali o la guerra civile di Spagna del 1936-39. Ma la parola "crociata", che avrebbe riempito di sé i secoli successivi, non venne poi neppure pronunziata in quel lungo periodo che da Goffredo di Buglione giunge fino a San Luigi, e che noi continuiamo a immaginare "l'età della crociata" per eccellenza.
Proprio questo è ciò che c'interessa di più in questa sede. Che rapporto c'è fra l'idea di crociata, il movimento crociato e la costruzione dell'identità europea? é stato scritto che le spedizioni crociate furono la prima guerra comune degli europei contro un nemico esterno. In un certo senso, è vero. Ed è anche vero che la crociata presiedette in qualche maniera anche al nascere e all'articolarsi del sentimento nazionale, primo vagito dell'Europa come "arcipelago di nazioni" consce delle loro reciproche distinzioni eppur ben consapevoli dell'unità culturale che le teneva insieme, la fede cristiana e l'eredità romana. Una fonte cronistica peraltro un po' dubbia sostiene che alla partenza per la cosiddetta "terza crociata", alla fine del XII secolo, i guerrieri-pellegrini si servirono come contrassegno di croci di differente colore: rossa i francesi, bianca gli inglesi, verde i fiamminghi. Più tardi, fra XV e XVI secolo, le "leghe sante" presiedute di solito dal papa unirono gli stati europei nel comune sforzo contro i turchi. Da questo punto di vista, il "congresso di mantova" del 1460, voluto da Pio II, fu uno degli atti di nascita dell'Europa moderna. Una realtà, questa da non intendersi in senso totalizzante: le crociate non "fecero l'Europa", che fra l'altro affonda le sue radici in due scismi, quello "d'Oriente" dell'XI secolo e la Riforma del XVI. Ma l'Europa, va caratterizzata da e per quel che unisce gli europei, o per quello che, se non proprio li divide, quanto meno li distingue?
Anche questo è argomento di riflessione necessaria.

Chi è questi che viene da Edom?

«Chi è questi che viene da Edom?

Egli da solo ha pigiato l'uva nel torchio.

Vi giunse uno che parlò della vergogna di Gerusalemme
e dei luoghi sacri profanati;
Pietro l'Eremita, che flagellava con le parole,
e fra chi lo ascoltò alcuni erano buoni,
molti erano malvagi,
e molti non erano niente.
Come tutti gli uomini in qualsiasi luogo.

Alcuni partirono per amore di gloria,
altri perché erano infaticabili e curiosi,
alcuni rapaci e lussuriosi;
molti lasciarono il loro corpo agli avvoltoi della Siria,
o furono dispersi in mare lungo il viaggio;
molti lasciarono l'anima in Siria,
continuando a vivere immersi nel peccato;
molti tornarono indietro a pezzi,
ammalati, costretti all'elemosina,
trovando, giunti alla loro porta,
che uno straniero aveva preso possesso delle loro cose;
giunsero a casa screpolati dal sole dell'Est
e dai sette peccati capitali della Siria...

E a dispetto di tutto il disonore,
degli stendardi spezzati, delle vite spezzate,
della fede spezzata in un luogo o in un altro,
c'era qualcosa che essi lasciarono,
ed era più che i racconti
di vecchi nelle sere d'inverno.
Solo la fede poté aver fatto quanto in ciò vi era di bene:
l'integra fede di pochi,
la fede parziale di molti.
Non avarizia, lascivia, tradimento,
invidia, accidia, gola, gelosia, superbia:
non queste cose fecero le crociate,
ma furono queste cose che le disfecero.

Ricordate la fede che trasse gli uomini dai loro focolari
al richiamo di un predicatore errante.
La nostra è un'età di virtù moderata,
e di vizio moderato,
in cui gli uomini non deporrannno la croce
perché mai l'hanno presa.
Eppure nulla è impossibile: nulla
agli uomini di fede vera.
Rendiamo quindi perfetta la nostra volontà.
O Dio aiutaci.»

Thomas S. Eliot
(dal VII Coro de "La Rocca")

09 novembre 2007

SPERPERO DELLA NOSTRA IDENTITA'

CHINA FATALE. NESSUNO CI CHIEDE DI ABBRACCIARLA

di CARLO CARDIA (l'Avvenire 9/11/2007)

Dagli Stati Uniti viene la proposta di togliere dalla datazione l’acronimo d.C. (perché il riferimento a Cristo offenderebbe chi è ­musulmano, o di altra religione) e sostituirlo con e.c. (era comune). In Gran Bretagna una scuola avrebbe indotto gli alunni e le loro famiglie a praticare per un giorno costumi musulmani: uso del chador per le ragazze, separazione tra ragazze e ragazzi, tra uomini e donne siano genitori o insegnanti. Però, alunni, docenti e genitori, erano per il 90 per cento di religione cristiana.
Questi gli ultimi segni di una china fatale che l’Occidente sta vivendo in tema di multiculturalità.
I precedenti più prossimi sono noti. In Italia, un alto tribunale ha perdonato due genitori per le percosse inflitte alla figliola Fatima perché la tradizione da cui provengono le giustificherebbe. In Germania, un giudice ha diminuito drasticamente la pena a chi aveva commesso violenza carnale perché la sua tradizione sarda legittimerebbe in qualche modo la prevaricazione sulla donna. A differenza che in passato, né a Roma né a Berlino si è trovato un giudice vero, cioè equo e umano.
Io credo si debba riflettere su un elemento importante. Siamo di fronte ad una china fatale che nessuno ci chiede di percorrere, a una condanna che ci infliggiamo da soli, come presi da una bramosia di anonimato che oscura tante cose, persi in un orizzonte di autopunizione nel quale ci rinchiudiamo. La nostra storia, le grandi svolte spirituali che ci hanno fatti come siamo, che hanno cambiato il mondo e il genere umano, tutto ciò può essere nascosto, messo nell’angolo, per ignavia o per paure inesistenti.
In questo modo, facciamo tutto il contrario di ciò che la multiculturalità potrebbe essere, cioè molteplicità e ricchezza, incontro di identità e confronto di valori. Il messaggio di Gesù è ­grande e decisivo per i cristiani, ma è ­rispettato, ascoltato in tutto il mondo, come abbiamo potuto vedere negli incontri che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno avuto e hanno con i leader religiosi del pianeta. A loro volta, i cristiani rispettano i valori e le esperienze spirituali di altre religioni come un patrimonio che può portar frutti e benefici.
Dall’incontro tra le religioni può iniziare un cammino di cui non conosciamo le tappe e gli esiti, ma che interessa l’umanità intera. Ma nascondere, svilire, la storia e il ruolo di una religione o dell’altra, incontrarsi facendo finta che non abbiamo radici, tutto ciò non porta al dialogo interreligioso, porta a dialoghi finti, pone i presupposti di nuovi conflitti.
Concepire il dialogo chiedendo a ragazze non musulmane di indossare il chador ­avvilente, toglie autenticità al rapporto interpersonale, impedisce una vera conoscenza reciproca. Così come legittimare pratiche violente con le tradizioni culturali vuol dire tornare indietro di secoli, fare del diritto uno strumento di legittimazione del più forte, anziché di affinamento del costume sociale. La multiculturalità è ­stravolta, finisce con l’offendere quei principi religiosi che gli uomini avvertono e sentono nella propria coscienza.
Di fronte a tanti fatti preoccupanti, a scelte distorte che trasformano le nostre società in terreni di battaglia,­ necessaria una presa di coscienza da parte di tutti. Nell’incontro leale, che si realizza con la propria autenticità religiosa, si constata quante cose abbiamo in comune e si percorre una strada che stempera gli errori del passato.
Ma un incontro mimetizzato­ è inficiato dall’ipocrisia, dal nascondimento. Celando i segni del cammino spirituale dell’umanità ci si adagia ad una visione piatta della persona, della sua storia, delle sue idealità, si aggiunge un piccolo tassello a una concezione nichilista che mortifica e umilia. A questa concezione si può rispondere con un atto di fiducia nell’essere umano, e nella sua capacità di vivere con gli altri nel rispetto delle rispettive religioni e identità culturali.

08 novembre 2007

24 luglio 2007

Ancora inutili stragi

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Lorenzago di Cadore (Belluno)
Domenica, 22 luglio 2007

Cari fratelli e sorelle!

In questi giorni di riposo che, grazie a Dio, sto trascorrendo qui in Cadore, sento ancor più intensamente l'impatto doloroso delle notizie che mi pervengono circa gli scontri sanguinosi e gli episodi di violenza che si verificano in tante parti del mondo. Questo mi induce a riflettere oggi ancora una volta sul dramma della libertà umana nel mondo. La bellezza della natura ci ricorda che siamo stati posti da Dio a "coltivare e custodire" questo "giardino" che è la Terra (cfr Gn 2, 8-17): e vedo come realmente voi coltivate e custodite questo bel giardino di Dio, un vero paradiso. Ecco, se gli uomini vivono in pace con Dio e tra di loro, la Terra assomiglia veramente a un "paradiso". Il peccato purtroppo rovina sempre di nuovo questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte. Avviene così che gli uomini cedono alle tentazioni del Maligno e si fanno guerra gli uni gli altri. La conseguenza è che, in questo stupendo "giardino" che è il mondo, si aprono anche spazi di "inferno". In mezzo a questa bellezza non dobbiamo dimenticare le situazioni nelle quali si trovano, a volte, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

La guerra, con il suo strascico di lutti e di distruzioni, è da sempre giustamente considerata una calamità che contrasta con il progetto di Dio, il quale ha creato tutto per l'esistenza e, in particolare, vuole fare del genere umano una famiglia. Non posso, in questo momento, non andare col pensiero ad una data significativa: il 1° agosto 1917 - giusto 90 anni or sono - il mio venerato predecessore, Papa Benedetto XV, indirizzò la sua celebre Nota alle potenze belligeranti, domandando che ponessero fine alla prima guerra mondiale (cfr AAS 9 [1917], 417-420). Mentre imperversava quell'immane conflitto, il Papa ebbe il coraggio di affermare che si trattava di un'"inutile strage". Questa sua espressione si è incisa nella storia. Essa si giustificava nella situazione concreta di quell'estate 1917, specialmente su questo fronte veneto. Ma quelle parole, "inutile strage", contengono anche un valore più ampio, profetico, e si possono applicare a tanti altri conflitti che hanno stroncato innumerevoli vite umane.

Proprio queste terre in cui ci troviamo, che di per se parlano di pace, di armonia, della bontà del Creatore, sono state teatro della prima guerra mondiale, come ancora rievocano tante testimonianze ed alcuni commoventi canti degli Alpini. Sono vicende da non dimenticare! Bisogna fare tesoro delle esperienze negative che purtroppo i nostri padri hanno sofferto, per non ripeterle. La Nota del Papa Benedetto XV non si limitava a condannare la guerra; essa indicava, su un piano giuridico, le vie per costruire una pace equa e duratura: la forza morale del diritto, il disarmo bilanciato e controllato, l'arbitrato nelle controversie, la libertà dei mari, il reciproco condono delle spese belliche, la restituzione dei territori occupati ed eque trattative per dirimere le questioni. La proposta della Santa Sede era orientata al futuro dell'Europa e del mondo, secondo un progetto cristiano nell'ispirazione, ma condivisibile da tutti perché fondato sul diritto delle genti. È la stessa impostazione che i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno seguito nei loro memorabili discorsi all'Assemblea delle Nazioni Unite, ripetendo, a nome della Chiesa: "Mai più la guerra!". Da questo luogo di pace, in cui anche più vivamente si avvertono come inaccettabili gli orrori delle "inutili stragi", rinnovo l'appello a perseguire con tenacia la via del diritto, a rifiutare con determinazione la corsa agli armamenti, a respingere più in generale la tentazione di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi.

Con nel cuore questi pensieri e questi auspici che questa sia sempre, come è adesso grazie a Dio, una terra della pace e dell'ospitalità, eleviamo ora una speciale preghiera per la pace nel mondo, affidandola a Maria Santissima, Regina della Pace.

06 giugno 2007

Pio XII, stop alla leggenda nera

L’intervento del Segretario di Stato Bertone ieri a Roma: «L’emergere di un giudizio negativo su Pacelli coincide con la nascita dello Stato d’Israele. Incomprensibile l’accusa di non essere intervenuto come dovuto per gli ebrei perseguitati»

Pio XII, stop alla leggenda nera

Lo storico Andrea Riccardi: «Il Laterano venne trasformato in un grande rifugio».
Giulio Andreotti: «Dovette far fronte a una serie di situazioni molto difficili»

Da Roma Giovanni Ruggiero (Avvenire - 6/5/2007)

Altre pagine, man mano che cadono i segreti degli archivi, sono scritte per sfatare, con i fatti e non con i miti, la leggenda nera di Pio XII. Andrea Tornielli, giornalista vaticanista, ne scrive oltre seicento attingendo per la prima volta all'Archivio della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari e, soprattutto, all'archivio privato della famiglia Pacelli. La sua biografia di questo Papa (Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro, edito da Mondadori) è stata presentata a Roma da storici che hanno spiegato il meccanismo di confezionamento di questa leggenda e dal cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, per il quale questo falso mito ha avuto l'effetto di far dimenticare lo straordinario magistero di un Papa che fu il precursore del Concilio Vaticano II. Una congiura che rischia di «ridurre tutto il suo Pontificato alla questione sui presunti silenzi».
Di questi silenzi si è parlato. Furono veri silenzi? Il problema è proprio questo al centro del dibattito introdotto dal vicesindaco di Roma, Mariapia Garavaglia, e condotto da Bruno Vespa. Per Giulio Andreotti, che anche questo Papa ha visto da vicino, Pacelli «era di una personalità complessa che ha dovuto far fronte a una serie di situazioni molto difficili», che elencandole, potrebbero essere la preoccupazione di difendere la libertà del nostro Paese anche dopo i fatti bellici evitando la deriva per le nuove generazione verso ideologie diverse. Per lo storico Francesco Margiotta Broglio, i suoi furono silenzi eloquenti e «ridurre una personalità molto complessa e sfaccettata alla questione del silenzio non è fare un'operazione storica». La leggenda nera è antistorica, perché fonda, come poi dirà il cardinale Bertone, su quell'anacronismo che ogni storico denuncia, quando cioè si giudica la realtà di allora con gli occhi e con la mentalità di oggi.
C'è una tecnica per creare i falsi: quando lo storico usa i documenti senza rinunciare alle sue tesi di partenza. Gli americani la chiamano "serial citation", ricorda un giovane storico, Matteo Luigi Napolitano, che, invece loda Tornielli «che fa parlare le fonti da sole senza influenzare con la sua opinione quella dei lettori». Perché, dunque, la tesi del silenzio non regge? Perché, secondo Andrea Riccardi, questo Papa non si preoccupò tanto delle condanne pubbliche, «ma volle richiamare i principi, tenendo i contatti con la realtà e rischiando fino al limite», quando ad esempio il Laterano diventò una macchina clandestina enorme per salvare gli ebrei dalla persecuzione.
Questo Papa, insomma, non si preoccupò del giudizio che avrebbero dato gli storici. Lo sostiene chiaramente Bertone che, di tutti i Papi, dice: «Non parlano pensando a precostituirsi un'immagine favorevole per i posteri, sanno che da ogni loro parola può dipendere la sorte di milioni di cristiani, hanno a cuore la sorte degli uomini e delle donne in carne ed ossa, non il plauso degli storici». E così operò questo Papa che si muoveva con prudenza nell'ambito delle pubbliche denunce nell'interesse dei sofferenti stessi per non rendere più grave la loro situazione. Come del resto farà poi molti anni dopo Paolo VI nei confronti dei Paesi d'Oltrecortina, governati dal comunismo totalitario.
L'incomprensibile accusa a Papa Pacelli, per il cardinale Segretario di Stato, nasce in uno periodo storico ben preciso che va dall'agosto del 1946 all'ottobre del 1948, quando si formava lo Stato di Israele, «per non essere intervenuto come dovuto a favore degli ebrei perseguitati». In quegli stessi anni, però, Pio XII ricordò le persecuzioni di un antisemitismo fanatico scatenatosi contro il popolo ebreo (allocuzione del 3 agosto del 1946), ma anche i diritti di quanti già vivevano in Palestina e che attendevano anch'essi rispetto, attenzione, giustizia e protezione. «I giornali dell'epoca - dice il porporato - riferiscono ampiamente dello stato di tensione che in quella regione si stava manifestando ma, poiché non hanno voluto entrare n el merito dei ragionamenti e delle proposte di Pio XII, hanno cominciato a prendere posizione, chi per una parte e chi per l'altra, ideologizzando così una riflessione che si sviluppava in modo articolato ed attenta a criteri di giustizia, di rispetto, di legalità».
Bertone ricorsa Robert Kempner, magistrato ebreo e pubblico ministero al processo di Norimberga, che è il primo a riconoscere dopo l'uscita del "Vicario" di Hochhuth, che molto ha contribuito a formare la leggenda nera, che qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato, ma avrebbe accelerato l'assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e di sacerdoti». Pacelli, ancora oggi, è stato definito da Hochhuth un "vigliacco demoniaco", ricorda Bertone, «mentre - aggiunge - ci sono storici fautori del pensiero unico anti-Pio XII che arrivano persino a dare del "brigatista pacelliano" a quanti non la pensano come loro osano manifestare un diverso pare su queste vicende».
Denunciare o agire? Fu questo il dilemma di Pio XII che però scelse di agire. «Non lamento, ma azione è il precetto dell'ora», compendia questa sua scelta. Bertone ricorda, ad esempio, come nel tentativo disperato di salvare più persone possibili chiese ai tedeschi che occupavano l'Italia nel 1943, di poter assumere 4.425 persone nella Guardia Palatina. Sarebbero state tutte persone strappate ai campi. È solo un episodio, ma Bertone è convinto che se gli storici indagheranno a fondo altri episodi verranno alla luce, come ad esempio la circostanza che questo Papa avesse preferito scrivere centinaia e centinaia di lettere alle persone più disparate, dove la denuncia del nazismo è ferma e il suo dolore per le vittime immenso.

05 giugno 2007

La Chiesa non ha paura della Verità

Don di Noto: pochissimi i sacerdoti condannati

«Preti pedofili? La chiesa non ha paura della verità»

di Lucia Bellaspiga (Avvenire 31/5/2007)

Il grido di centocinquanta milioni di bambini straziati dovrebbe spaccare la Terra. Invece fa poco rumore, la pedofilia, quasi nulla rispetto alla devastazione che lascia dietro di sé: un olocausto bianco che non risparmia nemmeno più i neonati nei loro primi giorni di vita. La piaga, dalla parte degli abusanti, non esclude nessuno: professionisti, medici, avvocati, professori... Anche insospettabili padri di famiglia, i cui figli hanno la stessa età dei bambini che loro comprano nei bordelli della Cambogia o di Cuba, usano e poi lasciano lì per il vizio di altri ricchi clienti: avanti il prossimo.
Fa troppo poco rumore, la pedofilia. Tant'è che tutto questo può avvenire, e alla luce del sole: basta "cliccare" - come si dice - in Internet per avere accesso a ogni "servizio". E tra i siti ce ne sono una marea che apertamente - ma soprattutto impunemente - fanno apologia di reato in nome di un aberrante "orgoglio pedofilo". È un crimine duro da debellare: da una parte le raffinate tecniche informatiche corrono veloci (un sito pedo-pornografico scompare nel giro di pochi minuti senza lasciare traccia, e non conosce confini geografici), dall'altra il giro di miliardi crea una rete internazionale organizzata e potente. È contro tutto questo che conduce la sua guerra don Fortunato Di Noto, il "prete antipedofilia" partito da Avola (Siracusa) per sferrare il suo attacco alle grandi lobby criminali: oggi vive sotto scorta (e sotto minaccia), dopo aver scovato in 15 anni - e denunciato alle polizie di tutto il mondo - 165mila portali pedopornografici.

Lei, un sacerdote, con l'associazione "Meter" è ormai la bandiera della lotta alla pedofilia. Come giudica le accusa alla Chiesa di proteggere i preti pedofili?
La Chiesa non ha alcuna paura di dire la verità: esistono anche preti pedofili, come esistono psichiatri pedofili, avvocati pedofili, giornalisti pedofili, panettieri pedofili o magistrati pedofili, ma non è che quindi tutta la magistratura è da mettere sotto accusa. Il problema non è una categoria ma l'uomo: la pedofilia esiste e può interessare abbienti o poveri, analfabeti o docenti universitari, in bassissima percentuale persino le donne. Ma a fronte di rarissimi casi di colpevolezza esistono invece centinaia di migliaia di suore e sacerdoti che spendono la loro vita per l'infanzia abbandonata, ai margini del mondo.

La Rai, per la trasmissione "Annozero" di Santoro, ha comprato un video dalla Bbc interamente ed esclusivamente dedicato ai preti pedofili: un modo discutibile di fare informazione...
A Santoro, attraverso la stampa, ho ricordato che la pedofilia non è un talk show da salotto ma qualcosa di terribile. Perché non fa un lavoro serio e non denuncia le potenti lobby pedocriminali sparse nel mondo? Gli do io le liste con tutti i nomi, e gliele do gratis, non ai prezzi della Bbc... Un'inchiesta vera deve colpire il problema al cuore, non basta occuparsi di una marginale minoranza: lo dice uno che alle autorità ha segnalato anche alcuni preti pedofili.

Che spessore ha realmente il fenomeno?
I dati ufficiali del Viminale parlano chiaro: il 30% degli abusanti sono conoscenti o partner occasionali della madre, il 19% familiari, poi vengono gli extrafamiliari: operatori della scuola, educatori dei circoli ricreativi, allenatori, eccetera, e solo in coda, per l'1%, sacerdoti o catechisti. In 20 anni le denunce in Italia a sacerdoti presunti pedofili sono una quarantina, di cui oltre la metà poi risultati innocenti. Se consideriamo che in Italia ci sono 40mila preti e che quasi tutti si occupano di accoglienza minori, di immigrazione giovanile, case famiglia, orfani, si capisce quanto il fenomeno sia percentualmente irrilevante...

Non lo è, però, dal punto di vista morale: da un religioso si pretende molto di più che da un laico. E quando sbaglia, a noi laici fa più impressione.
Quando ad abusare di un minore è un rappresentante della Chiesa, il crimine è ancora più orrendo perché in contrasto con la missione di chi dovrebbe agire in persona Christi, quindi va condannato senza riserve. Ma questi pochi casi - io ne ho incontrati tre su decine di migliaia di pedofili, e sempre ho trovato piena collaborazione dai vescovi - non devono far dimenticare la stragrande maggioranza di religiosi impegnati con dedizione nel mondo, spesso a costo della stessa vita. Ogni anno decine di missionari vengono trucidati perché proteggono le frange più deboli e indifese delle popolazioni, di questi però Santoro non parla mai. Così come del reale problema...

Quello della pedocriminalità.
Che è l'altra faccia della pedofilia: in Italia l'anno scorso sono scomparsi 1.698 bambini, dati della Polizia di Stato. E nel mondo 2 milioni di bambini ogni anno sono sfruttati a fini pedopornografici on-line. Per non parlare dei 380mila volti di piccoli entrati nel data-base delle Polizie e che nessuno sa rintracciare e salvare.

L'accusa alla Chiesa è di voler insabbiare. Qual è la sua esperienza al proposito?
La Chiesa ha sempre collaborato con le forze dell'ordine, anche nel recente orrendo caso di don Dessì, condannato a 12 anni di carcere. Però qualsiasi indagato ha diritto alla presunzione di innocenza finché non c'è una condanna, e un prete non fa eccezione. Comunque tutti i sacerdoti denunciati hanno sempre avuto il loro processo e, se condannati, sono stati sospesi a divinis e restituiti al laicato: è la Chiesa la prima a non poter accettare un crimine tanto disumano. Ma ricordo anche il calvario di preti ingiustamente accusati e riabilitati dopo immani sofferenze: don Govoni fu prosciolto quando ormai era morto di crepacuore. C'è invece un'altra realtà molto preoccupante: il dilagare di un ingiustificato e violento attacco alla Chiesa cattolica, ad esempio sui banner pubblicitari dei siti Internet, del tipo "tenete lontani i vostri figli dai preti...". Una pseudo-cultura senza alcun fondamento: chi fa quelle vignette non ha mai visto, come ho visto io, le vittime degli abusi, forse non sa che cosa vuol dire un piccolo violato a dieci giorni, una bambina lacerata per tutta la vita, se no non si metterebbe a giocare ma lavorerebbe con noi. Santoro lo sa che gli sportelli "Meter", che danno assistenza alle vittime, sono sostenuti dalla Cei?

Il video della Bbc è molto parziale, dunque inattendibile. Eppure è stato comprato, e con i soldi del contribuente...
Io non so quanto è stato pagato, ma con quei soldi la Rai poteva aiutare i centri in cui si recuperano le migliaia di bambini asiatici abusati dai turisti del sesso italiani. Quel video mostra un documento del 1962. Dico 1962: un documento «superato» nel 1983 e poi seguito da una serie di grandi evoluzioni, tra cui il discorso di Papa Wojtyla ai vescovi americani in cui parla senza mezzi termini di "crimini contro l'umanità", o il severissimo monito di Papa Ratzinger, che tra l'altro ha prolungato fino ai 28 anni di età della vittima il termine di prescrizione nella giustizia ecclesiastica...

Per lo Stato, invece, dopo 10 anni dall'abuso sul minore c'è la prescrizione: la si fa franca.
Appunto. La Chiesa è molto più severa.



04 giugno 2007

Papa Ratzinger blog: Il documentario della BBC dice il falso: ecco le prove!

Critica al video Bbc

Parole, parole
Quante «gaffe» in quel documentario

di Andrea Galli (Avvvenire - 2/6/2007)

Il documentario della Bbc è tendenzioso nell’impianto, falso in diversi punti, volto a offrire al telespettatore un quadro volutamente distorto del problema. In particolare:

– Presenta quattro storie estreme di sacerdoti accusati di abusi su minori, enfatizzandole, se possibile, con il racconto di dettagli disgustosi. Il che punta a suscitare il maggior sdegno possibile e contemporaneamente a far passare i quattro casi come esemplificativi del problema delle molestie sessuali su minori da parte di membri del clero. Il che è, da una parte, esagerato e, dall’altra, fuorviante.

– Nulla dice - neppure un accenno - sul problema della false accuse a sacerdoti e religiosi: è noto infatti che non si tratta di un fenomeno marginale, con l’inclusione di vicende sconvolgenti sulle quali altrove - vedi in Irlanda il caso di Nora Wall - si sta iniziando ad aprire gli occhi, anche per il clima di isteria ingeneratosi ai danni della Chiesa.

– Nulla dice inoltre del problema, ampiamente dibattuto in Usa e non solo, delle "recovered memories", ossia dei ricordi fatti affiorare nelle presunte vittime, in sedute psicoterapeutiche 20 o 30 anni dopo l’"accaduto", riguardo ad abusi subiti nell’infanzia e poi "rimossi". Si tratta di fonti di accusa ormai screditate dalla gran parte degli esperti, ma che hanno dato il via, tra gli anni ’80 e ’90, a numerosissime cause penali. Per quale obiettivo, è facile intuire.

– Nulla dice, appunto, delle enormi speculazioni economiche condotte in Paesi come gli Usa sul grave problema degli abusi sessuali. Facendo leva infatti sul sentimento di esecrabilità che per fortuna circonda questi delitti, in realtà si procede con l’attribuzione di episodi non documentabili a esponenti della Chiesa, individuata come ottima "mucca da mungere". Ovvero del boom di cause civili di risarcimento intentate contro una o l’altra diocesi, per fatti risalenti a 20, 30 o 40 anni prima, dove nel frattempo l’accusato è spesso addirittura deceduto.

– Lascia intendere che l’istruzione Crimen Sollicitationis (1962) avesse come oggetto la pedofilia, mentre trattava degli abusi collegati al sacramento della confessione, allorquando il sacerdote confessore approfitta della propria situazione per intessere relazioni sessuali con le o i penitenti. Un solo paragrafo cita il caso della pedofilia.

– Attribuisce alla stessa istruzione l’obiettivo di coprire gli abusi di sacerdoti su minori, imponendo su questi abusi una rivoltante coltre di segretezza, tale per cui chi rompe il segreto avrebbe comminata la pena della scomunica immediata. È vero invece l’opposto: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di «denunciarli entro un mese»; il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia «notizia certa» degli abusi; il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all’obbligo di denuncia «incorre nella scomunica», da cui non può essere assolto fino a quando non abbia rivelato quello che sa o abbia seriamente promesso di farlo. Dunque non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia. L’istruzione disponeva che i relativi processi si svolgessero a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime.

– Presenta come un documento segreto la lettera De delictis gravioribus, firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001, quando la lettera fu subito pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis e figura da allora sul sito Internet del Vaticano.

– Lascia intendere al telespettatore che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora, tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. De delictis gravioribus e Sacramentorum sanctitatis tutela (la lettera apostolica firmata da Giovanni Paolo II e di cui la Delictis gravioribus costituisce il regolamento di esecuzione) in realtà si occupano di fissare la competenza ecclesiastica su questa materia non ad un ufficio qualunque ma alla più importante Congregazione, quella per la Dottrina della fede, la quale agisce in questi casi in «in qualità di tribunale apostolico». In sostanza, questi documenti non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura – delle denunce e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. Quando i due documenti scrivono che «questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede» la parola «esclusiva» significa «che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici» e non - come vuole far credere il documentario - che esclude la competenza dei tribunali degli Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la portata e l’ambito proprio, che è quello di regolare questioni di competenza interna all’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati semplicemente qui non viene evocato, perché è scontato che agisca secondo i propri canoni, sui quali nulla può e nulla potrebbe l’autorità ecclesiastica.

– La De delictis gravioribus, come già la Crimen sollicitationis, in nulla nega il principio secondo cui – fatto salvo il segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le autorità civili hanno diritto alla «leale collaborazione dei cittadini» (n. 2238): «la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia» (n. 1916).

– In generale, il documentario insinua a più riprese, specie nelle immagini ripetute e incombenti, una volontà e responsabilità di Joseph Ratzinger e del «Vaticano» nel coprire gli abusi dei sacerdoti, quando i pronunciamenti e i documenti su questa materia, a firma di Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI poi, provano esattamente il contrario.

Nuovi messaggi da Medjugorje

Messaggio del 25 maggio 2007 (commento)
Cari figli, pregate con me lo Spirito Santo che vi guidi nella ricerca della volontà di Dio sul cammino della vostra santità. E voi che siete lontani dalla preghiera convertitevi e cercate, nel silenzio del vostro cuore, la salvezza della vostra anima e nutritela con la preghiera. Io vi benedico tutti ad uno ad uno con la mia benedizione materna. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.


Messaggio del 2 giugno 2007 ( Mirjana )
Cari figli, anche in questo tempo difficile l’Amore di Dio mi manda a voi. Figli miei, non abbiate paura, io sono con voi. Con totale fiducia datemi i vostri cuori perché io possa aiutarvi a riconoscere i segni di questi tempi nei quali vivete. Io vi aiuterò a conoscere l’amore di mio Figlio. Io, attraverso di voi, trionferò. Vi ringrazio!

Preghiera per Loreto

CON MARIA, IN DIALOGO CON GESÙ




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Maria, Madre del sì, tu hai ascoltato Gesù
e conosci il timbro della sua voce e il battito del suo cuore.
Stella del mattino, parlaci di Lui
e raccontaci il tuo cammino per seguirlo nella via della fede.


Maria, che a Nazareth hai abitato con Gesù,
imprimi nella nostra vita i tuoi sentimenti,
la tua docilità, il tuo silenzio che ascolta
e fa fiorire la Parola in scelte di vera libertà.


Maria, parlaci di Gesù, perchè la freschezza della nostra fede
brilli nei nostri occhi e scaldi il cuore di chi ci incontra,
come Tu hai fatto visitando Elisabetta
che nella sua vecchiaia ha gioito con te per il dono della vita.


Maria, Vergine del Magnificat,
aiutaci a portare la gioia nel mondo e, come a Cana,
spingi ogni giovane, impegnato nel servizio ai fratelli,
a fare solo quello che Gesù dirà.


Maria, poni il tuo sguardo sull’Agorà dei giovani,
perché sia il terreno fecondo della Chiesa italiana.
Prega perchè Gesù, morto e risorto, rinasca in noi
e ci trasformi in una notte piena di luce, piena di Lui.


Maria, Madonna di Loreto, porta del cielo,
aiutaci a levare in alto lo sguardo.
Vogliamo vedere Gesù. Parlare con Lui.
Annunciare a tutti il Suo amore.
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